visti da vicino (in requiem) *
Il lento assorbirmi della terra
avida di respiri e pulsazioni
mi gonfia in un ghigno
crescente e fiero
sulla tristezza e le lacrime
lasciate appassire nella mia fossa.
Con occhi cavi di vermi e radici
scruto la lunga processione
dei vostri sospiri.
Freschi di pelle e belle speranze
eccovi a vagare
sopra lapidi e tombe
ignari che è qui che un giorno
anche voi presto cadrete.
E le mia labbra si innalzano ancora
nel riso soddisfatto della putredine.
* versi tratti dal romanzo "lungo il vento" di Giovanni Sicuranza
lunedì 30 luglio 2007
sabato 28 luglio 2007
torneo di racconti
Altra sorpresa per il qui presente fantasista noir.
Alcuni suoi racconti sono entrati in classifica per un torneo a votazione.
Con una formula senza dubbio accattivante, che ricalca i tornei ad eliminazione di calcio (tipo mondiale, per intenderci; o almeno, per intendervi, visto che il calcio non ha fascino per il solito qui presente).
Chissà cosa ne uscirà fuori. E chi ne uscirà fuori.
Comunque, per interessati vari ed eventuali, il link è:
http://www.zaffoni.it/cc-32mi.htm
Tra l'altro, può essere anche un buon punto di partenza per perdersi nei racconti di affermati scrittori noir.
Alcuni suoi racconti sono entrati in classifica per un torneo a votazione.
Con una formula senza dubbio accattivante, che ricalca i tornei ad eliminazione di calcio (tipo mondiale, per intenderci; o almeno, per intendervi, visto che il calcio non ha fascino per il solito qui presente).
Chissà cosa ne uscirà fuori. E chi ne uscirà fuori.
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Tra l'altro, può essere anche un buon punto di partenza per perdersi nei racconti di affermati scrittori noir.
domenica 15 luglio 2007
dove scorre il fiume. bellombra.
Dove scorre il fiume. Bellombra. di Giovanni Sicuranza
Il vecchio è un ricordo appassito nei sotterranei del fiume. Gli occhi chiusi, il mento reclinato sulla divisa arancione, ascolta il bisbiglio delle acque sotto i suoi piedi, lo sente diventare forte sugli echi delle mura e vorrebbe piangere.
Perché lui non è più forte. Forse non lo è mai stato.
- Andiamo, tocca a te.
La mano che poggia sulla sua spalla ha il tocco delicato, ma il vecchio sa che se solo tentasse di andarsene, di incamminarsi lungo il tracciato proibito dell’Aposa, da quella mano arriverebbe la morte.
- Andiamo – ripete la donna. E stringe, solo un po’, quel tanto che basta a esortare il suo corpo flaccido.
L’uomo apre un occhio, uno solo. L’altro mostrerebbe un’orbita vuota, assorbita dall’usura del biostimolatore già da tanto tempo.
- Sa dove siamo? – chiede, stanco.
- Cosa? – domanda a sua volta Darlia, colta di sorpresa, gli occhi che corrono al miliziano al suo fianco. Il soldato del Presidio Religioso guarda a sua volta il vecchio, come se fosse un ologramma di pessima qualità.
- Lei è un capitano, vero? Lo vedo dalle decorazioni – un dito del vecchio si alza verso il petto di Darlia.
Il miliziano è lesto ad estrarre la lama elettrica.
- Aspetta – ordina Darlia, con un gesto brusco della mano, senza staccare gli occhi dal vecchio – Cosa volevi dirmi prima?
Lui non risponde, non subito. Prima si volta verso il fiume, il viso che esce dalle ombre.
La luce cade fragile dalla città ai sotterranei, attraverso le grate, lì dove l’Aposa ha il suo letto. Ed è in uno di questi sottili bagliori che il capitano Darlia riesce a scorgere meglio il profilo del vecchio, le rughe sottili come graffi, i capelli bruciati dal sole che appesantisce Bonomia.
- Tanti anni fa, il fiume scorreva libero. Nessuno avrebbe mai pensato di tombarlo.
- Tombarlo – ruggisce il miliziano, un passo verso quel rudere umano – Come osi, vecchio? L’Aposa è sacro, ci da la vita. Lo abbiamo coperto per non farlo prosciugare dal sole!
Darlia scuote la testa. Il soldato esita, fa per aprire ancora la bocca, poi ritorna al suo posto.
- Un tempo questo fiume si chiamava Avesa, non Aposa – continua il vecchio, indifferente a tutto tranne ai ricordi – Il suo tratto iniziale era all’aperto, sotto il cielo. Solo dopo scendeva sottoterra e percorreva i vicoli bui di Bologna. Ma a tratti tornava a galla, ancora, per la gioia e il refrigerio della sua gente.
Il miliziano alza di nuovo l’arma elettrica. Il metallo scintilla al contatto con la lama di luce filtrata dalle grate.
- Cos’è, sei nuovo? Sei nervoso? – Darlia gli si para davanti, visibilmente seccata – Lascialo parlare. È un suo diritto.
- Mi scusi, capitano – mormora il soldato, afflosciandosi alla parete, lo sguardo basso.
- Sopra di noi c’era via Bellombra. Un bel nome, vero? – l’occhio sano si gira all’improvviso a cercare Darlia - Un nome di una strada da fiume. E il fiume, quella via, lo aveva sotto, nei canali, come un amante nascosto.
- Quanti anni hai, vecchio? – la voce della donna sembra esitare. Un senso di smarrimento che cerca di contrastare ripetendosi che sta compiendo il dovere imposto dai Maestri.
Lui scuote testa e rughe, lo sguardo ancora nel fiume.
- Non lo so, non lo so più, signora, davvero – l’occhio si chiude – L’anno scorso ho superato il limite di età. Mi avete cancellato anche il nome.
- Hai progetti di vita?
- No, signora.
- Hai una famiglia disposta a prendersi cura di te, completamente, senza nulla chiedere alla Città di Bonomia, né al Sacro fiume Aposa, per mantenerti?
Silenzio. L’acqua scivola a pochi passi, in un suono cristallino.
Darlia trattiene il fiato.
Mi dispiace, pensa, le parole che si gonfiano e vorrebbero uscire in un grido, Mi dispiace tanto.
La sua espressione, però, rimane impassibile, come quella del miliziano al suo fianco.
Molti metri più in alto, sopra le loro teste, c’è la Sede della Sezione Crediti Vita, Ministero della Salute. Qui, i visi esprimono espressioni diverse.
***
- Il vecchio deve rispondere – esorta la dottoressa Muschio, china sul video che trasmette le immagini dai sotterranei del fiume, lungo i cavi ottici del grattacielo del Ministero della Salute – Il capitano deve ripetere la domanda. Perché non lo fa?
- Lo farà – replica il maresciallo capo Amentore, alle sue spalle – Darlia è un buon miliziano.
La dottoressa Muschio ha un grugnito e affonda ancora di più il viso nello schermo, forse nel tentativo di entrare nella scena ed esortare il vecchio a rispondere.
Amentore socchiude le palpebre.
Sì, Daria è un buon miliziano, si ripete, non esiterà.
Eppure i led degli altoparlanti rimangono spenti anche il momento dopo e quello dopo ancora.
Amentore stringe i denti.
- Cosa succede, maresciallo capo? – la dottoressa Muschio si gira con un’espressione feroce. Per un istante, Amentore si stupisce che il suo viso non sia rimasto appiccicato allo schermo.
– Il suo “buon miliziano” sta esitando – insiste il medico, spostando un macigno di ironia verso l’uomo – Se il vecchio non risponde, bisogna usare lo stesso la formula della sentenza. Il capitano la conosce, però non la usa. Forse lei lo permette perché quella donna in divisa aspetta tre suoi gemelli?
L’attimo dopo, i muscoli della mano di Amentore sono tesi intorno al collo della dottoressa.
- Un'altra battuta così – sibila il maresciallo capo – Un'altra battuta così e la faccio annientare. Il capitano è stato fecondato dal sottoscritto al solo scopo di dare nuovo nutrimento alla terra dell’Aposa – la mano si apre di scatto, il corpo della dottoressa si affloscia al suolo - Abbiamo avuto il permesso di accoppiarci dai Maestri in persona, per cui ogni sua battuta è da considerarsi reato di bestemmia!
Quindi scavalca la dottoressa, incurante del vomito che sta spargendo sul pavimento, e si piazza a sua volta davanti allo schermo. In un gesto rapido, sfiora il simbolo con il punto interrogativo. Sopra l’immagine di Darlia, sopra il letto sacro dell’Aposa, si apre una schermata.
Amentore legge, veloce.
Il vecchio è affetto da una grave patologia cerebrale, che tanti anni prima ha reso necessario l’uso del biostimolatore. Si trattava di uno dei primi modelli, quelli che aiutavano ad avere una vita decente, ma non duravano a lungo.
Anzi, Amentore si stupisce che questo abbia funzionato fino ad oggi.
Certo, le sue scosse neuronali hanno leso un nervo ottico, ma il vecchio è ancora lì, e parla, e si muove.
La schermata successiva mostra le scansioni encefaliche più recenti.
- Atrofia cerebrale diffusa – gorgoglia la dottoressa Muschio, di nuovo in piedi – Senza il biostimolatore, quel tipo sarebbe già stato un onere per la nostra società da tempo. Secondo le nuove tabelle mediche è da considerarsi invalido assoluto.
- Lo so – replica Amentore, duro.
Perché esiti, Darlia?, chiede al video, Perché non reciti la formula?
Sfiora di nuovo il tasto interrogativo e la schermata scompare.
Nello stesso tempo l’audio irrompe nella sala.
***
- Vecchio, poiché il tuo silenzio dimostra che nessuno è in grado di prenderti a carico, senza gravare sui costi e sull’acqua di Bonomia, ti dichiaro invalido assoluto a far data da oggi.
Il capitano Darlia ha parlato in fretta, senza pause, ed ora annaspa alla ricerca dell’aria. Nei sotterranei non c’è afa. Lungo il torrente dell’Aposa la terra è rigogliosa grazie ai resti organici degli animali e degli uomini. È fresca. Eppure Darlia si sente soffocare.
Forse è la gravidanza, pensa, per nulla convinta, Troppo presto. La fecondazione è avvenuta solo una settimana prima.
La verità è che ciò che la turba è davanti a lei. Indossa la larga divisa arancione dei senza nome, di coloro che sono rifiutati dalla vita sociale, ha un occhio infossato e l’altro piccolo come quello di un bambino.
E la guarda, fragile.
- Posso diventare humus in questo tratto?
Darlia deglutisce.
- Posso, capitano? – il vecchio muove un passo verso la donna. Il miliziano alza la lama metallica, ma il suo gesto è lento, per nulla convinto.
- Vuoi … - inizia Darlia. E si blocca, perché sente che se apre di nuovo la bocca, il resto della frase uscirebbe strozzato.
- Voglio essere seppellito sotto via Bellombra, dove la gente passeggiava e prendeva quei dolci freddi, quando l’afa non ci uccideva. Dove il fiume scendeva sottoterra, a raffreddare la strada.
Darlia si morde il labbro.
- La prego, capitano. Lei ha gli occhi buoni – il vecchio muove un altro passo, in un gemito di articolazioni – Mi dia questo ultimo desiderio.
Darlia apre la bocca, inspira, alza lo sguardo sulla volta che avvolge il canale, poi lascia libera la parola.
- Sì.
- Capitano, no, non è autorizzato a … - protesta il miliziano, ma anche la sua frase cade incompleta.
Darlia lo guarda e per la prima volta lo vede, questo soldato ai suoi ordini. L’esempio della seconda generazione indottrinata dai Maestri, fedele e fiera.
Ma ora il suo volto è solo quello di un ragazzo, pieno di domande.
Il capitano torna al vecchio.
- Da domani i tuoi resti riposeranno lungo questa sponda – sospira - Te lo prometto.
***
La porta scivola silenziosa lungo i cardini laser.
Amentore sbatte le palpebre e chiude il file aperto nella mente, le sbatte ancora e vede il capitano Darlia sulla soglia del suo ufficio.
- Accomodati – la invita, la mano che indica la poltrona al suo fianco.
Lei si muove, silenziosa.
- Lo sai che una volta ti saresti seduta dall’altra parte di un tavolo?
- Un tavolo? – ripete Darlia, perplessa.
Amentore sorride.
- Si, sei nell’ufficio del tuo superiore, di un maresciallo capo del Presidio Religioso di Bonomia. Ed eccoci qui, seduti uno a fianco dell’altra.
L’espressione perplessa di lei diventa più forte.
- E allora?
- Allora una volta, ai tempi della vecchia città, ci sarebbe stata una scrivania a dividerci. Ci appoggiavano la carta, sai, fogli, documenti, lettere, cose così – Amentore si sporge verso Darlia - E allo stesso tempo rimarcavano la superiorità e la distanza tra il superiore e il subalterno – sussurra.
La donna alza le spalle.
- Beh – inizia lui, poi chiude le labbra, gli occhi che scrutano quelli del capitano. Lei abbassa lo sguardo.
- Stai bene, Darlia? Oggi, con quel vecchio, sembravi esitare.
Nessun suono, nessun movimento dalla donna.
Amentore si alza in piedi e si porta alla finestra schermata.
I grattacieli che riflettono i colori del cielo sembrano lingue di fiamma. Bonomia brucia ad ogni tramonto.
- I Maestri hanno deciso di eliminare questi simboli di differenza sociale. Certo, loro fanno ancora uso delle scrivanie, ma deve essere così. Sono le nostre guide – le mani del maresciallo capo si uniscono dietro la schiena – E per i documenti, abbiamo tutto nei cerebro-file, non ci servono più tavoli da lavoro.
- Perché mi racconti queste cose? – chiede finalmente Darlia.
Amentore si gira verso di lei e la scopre ancora seduta, gli occhi smarriti.
- Prima che entrassi, stavo esaminando i casi da divisa arancione scovati in questo Presidio.
- Abbiamo una buona media – aggiunge Darlia, senza alcun interesse.
Amentore annuisce.
- Sì. E da qualche mese tu risulti la migliore a scoprire gli invalidi assoluti da eliminare.
- Grazie – lo sguardo di Darlia si rifugia nel pavimento.
Amentore esita, un solo istante.
- Aspetta a ringraziarmi.
Il volto di lei ha un tuffo in alto, verso quello del maresciallo capo.
- Cosa vuoi dire? – chiede, gli occhi ora attenti.
- Sei spaventata, Darlia?
- No – inizia lei, rilassandosi sulla poltrona – No – ribadisce, più decisa – Solo che non capisco a cosa ti riferisci.
Il maresciallo capo allunga un passo verso la donna, poi un altro ed è già di fronte a lei, le mani sempre dietro la schiena.
- I crediti vita residui degli invalidi eliminati passano al settanta per cento al Ministero della Salute e al trenta per cento al funzionario del Presidio che ha scovato il soggetto – Amentore si china appena – Ti sta andando bene, Darlia.
Lei regge il suo sguardo, dura.
- Vieni al sodo. Mi stai accusando?
- No, non ancora, almeno, e non ufficialmente. Ma ho il sospetto che tu stia segnalando degli individui che non sono del tutto invalidi, che ne stia aggravando la patologia per poterti intascare la quota dei loro crediti vita.
Darlia scuote la testa.
- È mio dovere di responsabile del Presidio Religioso sorvegliare affinché le Leggi siano applicate regolarmente – Amentore sospira – Niente di personale.
- Sono tutti casi clinici documentati – fa osservare la donna, con tono incredulo – Come puoi pensare che il tuo capitano sia un mistificatore?
L’uomo si allontana verso la porta.
- I risultati delle scansioni organiche si possono falsificare – replica, rivolto alla schermata nera accanto alla tastiera di uscita, dove un led ha iniziato a lampeggiare.
- Ecco, lo aspettavo.
- Che cosa? – la voce di Darlia arriva alle sue spalle, spezzata.
Per tutta risposta, Amentore scorre velocemente gli occhi sulla schermata.
Poi si interrompe, il capo che si alza, fisso davanti, sulla porta.
- Ho richiesto l’esame autoptico sul vecchio che hai fatto eliminare oggi.
Darlia scatta in piedi.
- Cosa? – urla alla nuca del suo superiore.
Amentore non si scompone.
- Rimettiti a sedere, Darlia, o ti faccio portare via dalla Milizia per insubordinazione a un tuo superiore, con l’aggravante che sei una donna.
Darlia si affloscia sulla poltrona, il viso tra le mani.
- Scusami, sai. È solo un atto dovuto, un controllo. I referti organici si possono modificare, ma l’autopsia no – Amentore ricomincia a leggere - Ho dato l’incarico alla dottoressa Muschio.
- Qual è il quesito? – mormora Darlia, senza scostare le mani dagli occhi.
- Semplice. Partiamo dal presupposto che il biostimolatore del vecchio non funzionasse più, per cui lui era diventato un peso per Bonomia. Insomma, partiamo dalla tua tesi.
- Era così.
- Ottimo, ci credo, sai? Dunque, visto che c’è un quadro di atrofia cerebrale, le arterie non pompano più sangue con forza, giusto?
Darlia non risponde.
- Giusto – si conforta allora Amentore – In questo caso, i vasi arteriosi non pulsano, insomma, perdonami il paragone sacrilego, diventano come un fiume in secca, privo di energia, con il letto vuoto.
- I Maestri salvino sempre il Sacro Aposa – aggiunge subito dopo, solenne.
- Falla breve, per favore – geme Darlia.
- D’accordo. La sintesi è che se questi vasi sanguigni non pompano con vigore, se sono sgonfi, non possono scolpire solchi arteriosi sulla volta cranica. Parlo ovviamente di quelle arterie che scorrono alla superficie del cervello, a contatto con l’osso. Ci sei?
Silenzio.
- Ecco, senti, se il tuo vecchio era affetto da atrofia cerebrale con il biostimolatore fuso, allora non dovremmo trovare solchi cerebrali.
- Capisco. Se invece io ho falsificato tutto per avere crediti vita, e il biostimolatore funzionava, le arterie pompavano ancora sangue – Darlia scuote la testa – E ci dovrebbero essere i solchi.
Ma Amentore è assente, di nuovo intento a leggere il verbale di autopsia.
Il tempo si dilata, l’aria diventa viscosa nonostante il ventilatore e Darlia chiude gli occhi, cercando di fare il vuoto nella mente.
Il vecchio compare subito. Emerge tra le ombre del canale, sotto via Bellombra, il viso triste, pallido, i passi agili verso di lei.
Darlia apre gli occhi e sobbalza.
Di fronte a lei non c’è nessun fantasma, ma solo Amentore. Che la sta osservando.
- Nessun solco cerebrale – mormora – L’atrofia era reale.
- Lo so – replica Darlia e, senza permettersi di trascorre un solo minuto di più in quella poltrona, si alza ed esce.
Amentore non tenta di fermarla, non si muove nemmeno.
Solo gli occhi ritornano alla vetrata, lungo i profili dei grattacieli di Bonomia. Tremolanti d’afa.
***
Darlia ha controllato prima di scendere nei sotterranei.
Il suo turno è finito da ore e se qualcuno la scoprisse nei sacri luoghi dell’Aposa, senza autorizzazione, sarebbe dura giustificarsi. Anche se è il capitano del Presidio Religioso. Anche se è stata fecondata dal maresciallo capo e nel suo ventre crescono tre gemelli da offrire come cibo alla terra del fiume.
Ora è china lungo la sponda, le dita di una mano che sfiorano l’acqua senza osare immergersi. Eppure, la sensazione di fresco che sale lungo i polpastrelli è già appagante.
Darlia scruta il canale, le palpebre serrate nel buio.
Nessun cadavere di invalido sembra venirle incontro.
- Scusami – mormora – Ho dovuto farlo. Lo so che potevi vivere ancora, ma avevo bisogno dei tuoi crediti vita.
Con un gesto lento, Darlia si alza in piedi.
Questa volta ha rischiato grosso. Però si aspettava il sospetto di Amentore. Per questo, quando ha prelevato il vecchio, ha attivato il biostimolatore al massimo, fino ad esaurirlo. Fino a fargli bruciare il sangue nelle arterie, fino a cicatrizzarne i solchi cerebrali. Il risultato è stato un uomo senza più futuro, pieno di ricordi su una via antica e probabilmente mai vista. O forse mai esistita.
Un invalido assoluto affetto da atrofia cerebrale irreversibile. Con una parte dei crediti vita pronti a sommarsi a quelli di lei.
Darlia si incammina a testa china lungo il canale, verso il luogo dove è celato il suo segreto.
Un figlio non autorizzato. Un bambino che ha bisogno di cibo per sopravvivere.
Tra poco occorreranno altri crediti vita, riflette la donna, altri invalidi assoluti da eliminare. Dovrà muoversi con più cautela, lo sa, Amentore non è stupido.
Ma non sarà un maresciallo capo a fermarla. Nemmeno i Maestri potrebbero farlo. Per questo figlio illegittimo, per questo essere fragile nato da una notte di vera passione, continuerà ad uccidere. Fino a quando sarà necessario.
Darlia, capitano del Presidio Religioso di Bonomia, svanisce nei cunicoli bui dell’Aposa.
In superficie, una via bruciata, che un tempo si chiamava Bellombra, ne segue il percorso.
Il vecchio è un ricordo appassito nei sotterranei del fiume. Gli occhi chiusi, il mento reclinato sulla divisa arancione, ascolta il bisbiglio delle acque sotto i suoi piedi, lo sente diventare forte sugli echi delle mura e vorrebbe piangere.
Perché lui non è più forte. Forse non lo è mai stato.
- Andiamo, tocca a te.
La mano che poggia sulla sua spalla ha il tocco delicato, ma il vecchio sa che se solo tentasse di andarsene, di incamminarsi lungo il tracciato proibito dell’Aposa, da quella mano arriverebbe la morte.
- Andiamo – ripete la donna. E stringe, solo un po’, quel tanto che basta a esortare il suo corpo flaccido.
L’uomo apre un occhio, uno solo. L’altro mostrerebbe un’orbita vuota, assorbita dall’usura del biostimolatore già da tanto tempo.
- Sa dove siamo? – chiede, stanco.
- Cosa? – domanda a sua volta Darlia, colta di sorpresa, gli occhi che corrono al miliziano al suo fianco. Il soldato del Presidio Religioso guarda a sua volta il vecchio, come se fosse un ologramma di pessima qualità.
- Lei è un capitano, vero? Lo vedo dalle decorazioni – un dito del vecchio si alza verso il petto di Darlia.
Il miliziano è lesto ad estrarre la lama elettrica.
- Aspetta – ordina Darlia, con un gesto brusco della mano, senza staccare gli occhi dal vecchio – Cosa volevi dirmi prima?
Lui non risponde, non subito. Prima si volta verso il fiume, il viso che esce dalle ombre.
La luce cade fragile dalla città ai sotterranei, attraverso le grate, lì dove l’Aposa ha il suo letto. Ed è in uno di questi sottili bagliori che il capitano Darlia riesce a scorgere meglio il profilo del vecchio, le rughe sottili come graffi, i capelli bruciati dal sole che appesantisce Bonomia.
- Tanti anni fa, il fiume scorreva libero. Nessuno avrebbe mai pensato di tombarlo.
- Tombarlo – ruggisce il miliziano, un passo verso quel rudere umano – Come osi, vecchio? L’Aposa è sacro, ci da la vita. Lo abbiamo coperto per non farlo prosciugare dal sole!
Darlia scuote la testa. Il soldato esita, fa per aprire ancora la bocca, poi ritorna al suo posto.
- Un tempo questo fiume si chiamava Avesa, non Aposa – continua il vecchio, indifferente a tutto tranne ai ricordi – Il suo tratto iniziale era all’aperto, sotto il cielo. Solo dopo scendeva sottoterra e percorreva i vicoli bui di Bologna. Ma a tratti tornava a galla, ancora, per la gioia e il refrigerio della sua gente.
Il miliziano alza di nuovo l’arma elettrica. Il metallo scintilla al contatto con la lama di luce filtrata dalle grate.
- Cos’è, sei nuovo? Sei nervoso? – Darlia gli si para davanti, visibilmente seccata – Lascialo parlare. È un suo diritto.
- Mi scusi, capitano – mormora il soldato, afflosciandosi alla parete, lo sguardo basso.
- Sopra di noi c’era via Bellombra. Un bel nome, vero? – l’occhio sano si gira all’improvviso a cercare Darlia - Un nome di una strada da fiume. E il fiume, quella via, lo aveva sotto, nei canali, come un amante nascosto.
- Quanti anni hai, vecchio? – la voce della donna sembra esitare. Un senso di smarrimento che cerca di contrastare ripetendosi che sta compiendo il dovere imposto dai Maestri.
Lui scuote testa e rughe, lo sguardo ancora nel fiume.
- Non lo so, non lo so più, signora, davvero – l’occhio si chiude – L’anno scorso ho superato il limite di età. Mi avete cancellato anche il nome.
- Hai progetti di vita?
- No, signora.
- Hai una famiglia disposta a prendersi cura di te, completamente, senza nulla chiedere alla Città di Bonomia, né al Sacro fiume Aposa, per mantenerti?
Silenzio. L’acqua scivola a pochi passi, in un suono cristallino.
Darlia trattiene il fiato.
Mi dispiace, pensa, le parole che si gonfiano e vorrebbero uscire in un grido, Mi dispiace tanto.
La sua espressione, però, rimane impassibile, come quella del miliziano al suo fianco.
Molti metri più in alto, sopra le loro teste, c’è la Sede della Sezione Crediti Vita, Ministero della Salute. Qui, i visi esprimono espressioni diverse.
***
- Il vecchio deve rispondere – esorta la dottoressa Muschio, china sul video che trasmette le immagini dai sotterranei del fiume, lungo i cavi ottici del grattacielo del Ministero della Salute – Il capitano deve ripetere la domanda. Perché non lo fa?
- Lo farà – replica il maresciallo capo Amentore, alle sue spalle – Darlia è un buon miliziano.
La dottoressa Muschio ha un grugnito e affonda ancora di più il viso nello schermo, forse nel tentativo di entrare nella scena ed esortare il vecchio a rispondere.
Amentore socchiude le palpebre.
Sì, Daria è un buon miliziano, si ripete, non esiterà.
Eppure i led degli altoparlanti rimangono spenti anche il momento dopo e quello dopo ancora.
Amentore stringe i denti.
- Cosa succede, maresciallo capo? – la dottoressa Muschio si gira con un’espressione feroce. Per un istante, Amentore si stupisce che il suo viso non sia rimasto appiccicato allo schermo.
– Il suo “buon miliziano” sta esitando – insiste il medico, spostando un macigno di ironia verso l’uomo – Se il vecchio non risponde, bisogna usare lo stesso la formula della sentenza. Il capitano la conosce, però non la usa. Forse lei lo permette perché quella donna in divisa aspetta tre suoi gemelli?
L’attimo dopo, i muscoli della mano di Amentore sono tesi intorno al collo della dottoressa.
- Un'altra battuta così – sibila il maresciallo capo – Un'altra battuta così e la faccio annientare. Il capitano è stato fecondato dal sottoscritto al solo scopo di dare nuovo nutrimento alla terra dell’Aposa – la mano si apre di scatto, il corpo della dottoressa si affloscia al suolo - Abbiamo avuto il permesso di accoppiarci dai Maestri in persona, per cui ogni sua battuta è da considerarsi reato di bestemmia!
Quindi scavalca la dottoressa, incurante del vomito che sta spargendo sul pavimento, e si piazza a sua volta davanti allo schermo. In un gesto rapido, sfiora il simbolo con il punto interrogativo. Sopra l’immagine di Darlia, sopra il letto sacro dell’Aposa, si apre una schermata.
Amentore legge, veloce.
Il vecchio è affetto da una grave patologia cerebrale, che tanti anni prima ha reso necessario l’uso del biostimolatore. Si trattava di uno dei primi modelli, quelli che aiutavano ad avere una vita decente, ma non duravano a lungo.
Anzi, Amentore si stupisce che questo abbia funzionato fino ad oggi.
Certo, le sue scosse neuronali hanno leso un nervo ottico, ma il vecchio è ancora lì, e parla, e si muove.
La schermata successiva mostra le scansioni encefaliche più recenti.
- Atrofia cerebrale diffusa – gorgoglia la dottoressa Muschio, di nuovo in piedi – Senza il biostimolatore, quel tipo sarebbe già stato un onere per la nostra società da tempo. Secondo le nuove tabelle mediche è da considerarsi invalido assoluto.
- Lo so – replica Amentore, duro.
Perché esiti, Darlia?, chiede al video, Perché non reciti la formula?
Sfiora di nuovo il tasto interrogativo e la schermata scompare.
Nello stesso tempo l’audio irrompe nella sala.
***
- Vecchio, poiché il tuo silenzio dimostra che nessuno è in grado di prenderti a carico, senza gravare sui costi e sull’acqua di Bonomia, ti dichiaro invalido assoluto a far data da oggi.
Il capitano Darlia ha parlato in fretta, senza pause, ed ora annaspa alla ricerca dell’aria. Nei sotterranei non c’è afa. Lungo il torrente dell’Aposa la terra è rigogliosa grazie ai resti organici degli animali e degli uomini. È fresca. Eppure Darlia si sente soffocare.
Forse è la gravidanza, pensa, per nulla convinta, Troppo presto. La fecondazione è avvenuta solo una settimana prima.
La verità è che ciò che la turba è davanti a lei. Indossa la larga divisa arancione dei senza nome, di coloro che sono rifiutati dalla vita sociale, ha un occhio infossato e l’altro piccolo come quello di un bambino.
E la guarda, fragile.
- Posso diventare humus in questo tratto?
Darlia deglutisce.
- Posso, capitano? – il vecchio muove un passo verso la donna. Il miliziano alza la lama metallica, ma il suo gesto è lento, per nulla convinto.
- Vuoi … - inizia Darlia. E si blocca, perché sente che se apre di nuovo la bocca, il resto della frase uscirebbe strozzato.
- Voglio essere seppellito sotto via Bellombra, dove la gente passeggiava e prendeva quei dolci freddi, quando l’afa non ci uccideva. Dove il fiume scendeva sottoterra, a raffreddare la strada.
Darlia si morde il labbro.
- La prego, capitano. Lei ha gli occhi buoni – il vecchio muove un altro passo, in un gemito di articolazioni – Mi dia questo ultimo desiderio.
Darlia apre la bocca, inspira, alza lo sguardo sulla volta che avvolge il canale, poi lascia libera la parola.
- Sì.
- Capitano, no, non è autorizzato a … - protesta il miliziano, ma anche la sua frase cade incompleta.
Darlia lo guarda e per la prima volta lo vede, questo soldato ai suoi ordini. L’esempio della seconda generazione indottrinata dai Maestri, fedele e fiera.
Ma ora il suo volto è solo quello di un ragazzo, pieno di domande.
Il capitano torna al vecchio.
- Da domani i tuoi resti riposeranno lungo questa sponda – sospira - Te lo prometto.
***
La porta scivola silenziosa lungo i cardini laser.
Amentore sbatte le palpebre e chiude il file aperto nella mente, le sbatte ancora e vede il capitano Darlia sulla soglia del suo ufficio.
- Accomodati – la invita, la mano che indica la poltrona al suo fianco.
Lei si muove, silenziosa.
- Lo sai che una volta ti saresti seduta dall’altra parte di un tavolo?
- Un tavolo? – ripete Darlia, perplessa.
Amentore sorride.
- Si, sei nell’ufficio del tuo superiore, di un maresciallo capo del Presidio Religioso di Bonomia. Ed eccoci qui, seduti uno a fianco dell’altra.
L’espressione perplessa di lei diventa più forte.
- E allora?
- Allora una volta, ai tempi della vecchia città, ci sarebbe stata una scrivania a dividerci. Ci appoggiavano la carta, sai, fogli, documenti, lettere, cose così – Amentore si sporge verso Darlia - E allo stesso tempo rimarcavano la superiorità e la distanza tra il superiore e il subalterno – sussurra.
La donna alza le spalle.
- Beh – inizia lui, poi chiude le labbra, gli occhi che scrutano quelli del capitano. Lei abbassa lo sguardo.
- Stai bene, Darlia? Oggi, con quel vecchio, sembravi esitare.
Nessun suono, nessun movimento dalla donna.
Amentore si alza in piedi e si porta alla finestra schermata.
I grattacieli che riflettono i colori del cielo sembrano lingue di fiamma. Bonomia brucia ad ogni tramonto.
- I Maestri hanno deciso di eliminare questi simboli di differenza sociale. Certo, loro fanno ancora uso delle scrivanie, ma deve essere così. Sono le nostre guide – le mani del maresciallo capo si uniscono dietro la schiena – E per i documenti, abbiamo tutto nei cerebro-file, non ci servono più tavoli da lavoro.
- Perché mi racconti queste cose? – chiede finalmente Darlia.
Amentore si gira verso di lei e la scopre ancora seduta, gli occhi smarriti.
- Prima che entrassi, stavo esaminando i casi da divisa arancione scovati in questo Presidio.
- Abbiamo una buona media – aggiunge Darlia, senza alcun interesse.
Amentore annuisce.
- Sì. E da qualche mese tu risulti la migliore a scoprire gli invalidi assoluti da eliminare.
- Grazie – lo sguardo di Darlia si rifugia nel pavimento.
Amentore esita, un solo istante.
- Aspetta a ringraziarmi.
Il volto di lei ha un tuffo in alto, verso quello del maresciallo capo.
- Cosa vuoi dire? – chiede, gli occhi ora attenti.
- Sei spaventata, Darlia?
- No – inizia lei, rilassandosi sulla poltrona – No – ribadisce, più decisa – Solo che non capisco a cosa ti riferisci.
Il maresciallo capo allunga un passo verso la donna, poi un altro ed è già di fronte a lei, le mani sempre dietro la schiena.
- I crediti vita residui degli invalidi eliminati passano al settanta per cento al Ministero della Salute e al trenta per cento al funzionario del Presidio che ha scovato il soggetto – Amentore si china appena – Ti sta andando bene, Darlia.
Lei regge il suo sguardo, dura.
- Vieni al sodo. Mi stai accusando?
- No, non ancora, almeno, e non ufficialmente. Ma ho il sospetto che tu stia segnalando degli individui che non sono del tutto invalidi, che ne stia aggravando la patologia per poterti intascare la quota dei loro crediti vita.
Darlia scuote la testa.
- È mio dovere di responsabile del Presidio Religioso sorvegliare affinché le Leggi siano applicate regolarmente – Amentore sospira – Niente di personale.
- Sono tutti casi clinici documentati – fa osservare la donna, con tono incredulo – Come puoi pensare che il tuo capitano sia un mistificatore?
L’uomo si allontana verso la porta.
- I risultati delle scansioni organiche si possono falsificare – replica, rivolto alla schermata nera accanto alla tastiera di uscita, dove un led ha iniziato a lampeggiare.
- Ecco, lo aspettavo.
- Che cosa? – la voce di Darlia arriva alle sue spalle, spezzata.
Per tutta risposta, Amentore scorre velocemente gli occhi sulla schermata.
Poi si interrompe, il capo che si alza, fisso davanti, sulla porta.
- Ho richiesto l’esame autoptico sul vecchio che hai fatto eliminare oggi.
Darlia scatta in piedi.
- Cosa? – urla alla nuca del suo superiore.
Amentore non si scompone.
- Rimettiti a sedere, Darlia, o ti faccio portare via dalla Milizia per insubordinazione a un tuo superiore, con l’aggravante che sei una donna.
Darlia si affloscia sulla poltrona, il viso tra le mani.
- Scusami, sai. È solo un atto dovuto, un controllo. I referti organici si possono modificare, ma l’autopsia no – Amentore ricomincia a leggere - Ho dato l’incarico alla dottoressa Muschio.
- Qual è il quesito? – mormora Darlia, senza scostare le mani dagli occhi.
- Semplice. Partiamo dal presupposto che il biostimolatore del vecchio non funzionasse più, per cui lui era diventato un peso per Bonomia. Insomma, partiamo dalla tua tesi.
- Era così.
- Ottimo, ci credo, sai? Dunque, visto che c’è un quadro di atrofia cerebrale, le arterie non pompano più sangue con forza, giusto?
Darlia non risponde.
- Giusto – si conforta allora Amentore – In questo caso, i vasi arteriosi non pulsano, insomma, perdonami il paragone sacrilego, diventano come un fiume in secca, privo di energia, con il letto vuoto.
- I Maestri salvino sempre il Sacro Aposa – aggiunge subito dopo, solenne.
- Falla breve, per favore – geme Darlia.
- D’accordo. La sintesi è che se questi vasi sanguigni non pompano con vigore, se sono sgonfi, non possono scolpire solchi arteriosi sulla volta cranica. Parlo ovviamente di quelle arterie che scorrono alla superficie del cervello, a contatto con l’osso. Ci sei?
Silenzio.
- Ecco, senti, se il tuo vecchio era affetto da atrofia cerebrale con il biostimolatore fuso, allora non dovremmo trovare solchi cerebrali.
- Capisco. Se invece io ho falsificato tutto per avere crediti vita, e il biostimolatore funzionava, le arterie pompavano ancora sangue – Darlia scuote la testa – E ci dovrebbero essere i solchi.
Ma Amentore è assente, di nuovo intento a leggere il verbale di autopsia.
Il tempo si dilata, l’aria diventa viscosa nonostante il ventilatore e Darlia chiude gli occhi, cercando di fare il vuoto nella mente.
Il vecchio compare subito. Emerge tra le ombre del canale, sotto via Bellombra, il viso triste, pallido, i passi agili verso di lei.
Darlia apre gli occhi e sobbalza.
Di fronte a lei non c’è nessun fantasma, ma solo Amentore. Che la sta osservando.
- Nessun solco cerebrale – mormora – L’atrofia era reale.
- Lo so – replica Darlia e, senza permettersi di trascorre un solo minuto di più in quella poltrona, si alza ed esce.
Amentore non tenta di fermarla, non si muove nemmeno.
Solo gli occhi ritornano alla vetrata, lungo i profili dei grattacieli di Bonomia. Tremolanti d’afa.
***
Darlia ha controllato prima di scendere nei sotterranei.
Il suo turno è finito da ore e se qualcuno la scoprisse nei sacri luoghi dell’Aposa, senza autorizzazione, sarebbe dura giustificarsi. Anche se è il capitano del Presidio Religioso. Anche se è stata fecondata dal maresciallo capo e nel suo ventre crescono tre gemelli da offrire come cibo alla terra del fiume.
Ora è china lungo la sponda, le dita di una mano che sfiorano l’acqua senza osare immergersi. Eppure, la sensazione di fresco che sale lungo i polpastrelli è già appagante.
Darlia scruta il canale, le palpebre serrate nel buio.
Nessun cadavere di invalido sembra venirle incontro.
- Scusami – mormora – Ho dovuto farlo. Lo so che potevi vivere ancora, ma avevo bisogno dei tuoi crediti vita.
Con un gesto lento, Darlia si alza in piedi.
Questa volta ha rischiato grosso. Però si aspettava il sospetto di Amentore. Per questo, quando ha prelevato il vecchio, ha attivato il biostimolatore al massimo, fino ad esaurirlo. Fino a fargli bruciare il sangue nelle arterie, fino a cicatrizzarne i solchi cerebrali. Il risultato è stato un uomo senza più futuro, pieno di ricordi su una via antica e probabilmente mai vista. O forse mai esistita.
Un invalido assoluto affetto da atrofia cerebrale irreversibile. Con una parte dei crediti vita pronti a sommarsi a quelli di lei.
Darlia si incammina a testa china lungo il canale, verso il luogo dove è celato il suo segreto.
Un figlio non autorizzato. Un bambino che ha bisogno di cibo per sopravvivere.
Tra poco occorreranno altri crediti vita, riflette la donna, altri invalidi assoluti da eliminare. Dovrà muoversi con più cautela, lo sa, Amentore non è stupido.
Ma non sarà un maresciallo capo a fermarla. Nemmeno i Maestri potrebbero farlo. Per questo figlio illegittimo, per questo essere fragile nato da una notte di vera passione, continuerà ad uccidere. Fino a quando sarà necessario.
Darlia, capitano del Presidio Religioso di Bonomia, svanisce nei cunicoli bui dell’Aposa.
In superficie, una via bruciata, che un tempo si chiamava Bellombra, ne segue il percorso.
domenica 8 luglio 2007
dove scorre il fiume. la notte di Darlia.
dove scorre il fiume. la notte di Darlia.
di Giovanni Sicuranza
Darlia aspetta.
Sa che non può eccitarsi prima dell’uomo e per distrarsi cerca nel cerebrogramma un file di immagini deprimenti.
Come quelle statiche che ritraggono Bonomia prima della bomba alla zona Fiera, prima della Grande Religione. Quando ancora la città si chiamava Bologna.
La mente si riempie di case basse, tozze. Persino di pessimo gusto, con tutti quei colori diversi, con quelle appendici esterne.
Darlia sbatte le palpebre, veloce, una volta per uscire dal file, un’altra per tornare a vedere l’ambiente che la circonda.
- Come si chiamavano quelle cose sporgenti dalle abitazioni di Bologna?
- Cosa?
Amentore smette di bere, il bicchiere che si affloscia sul tavolo.
Guarda Darlia, in silenzio, cercando sorvolare in fretta sui profili della sua nudità.
- Le case della città vecchia – ripete lei, cogliendone lo sguardo perso.
Poi, visto che l’uomo non solo sembra ancora non capire, ma ha gli occhi dilatati sui suoi seni, con un dito disegna un quadrato nell’aria.
– Quelle brutte, fatte in questo modo. Non come i nostri grattacieli scuri. Dai, avevano quelle cose che sporgevano dalle mura, dove si prendeva il sole o si curavano le piante, insomma.
Finalmente un barlume di comprensione sembra accendere Amentore, che annuisce.
– Ah, sì, quelle sporgenze, dici. Terrazzi, ecco, terrazzi, così li chiamavano.
- Terrazzi – echeggia lei, come ad imprimere la parola nella mente.
- Sì, terrazzi – Amentore sbuffa - Ma ora fai la brava e lasciami bere questa brodaglia - solleva il bicchiere, piano, come se pesasse chili – Già il sapore è insopportabile. E mi tocca bere tutto.
Amentore tuffa lo sguardo nel liquido verde, denso.
Sa che ha un gusto dolciastro, al limite del rigetto, proprio per impedirne l’abuso. Perché questa bevanda non è altro che una forma di controllo obbligatoria, voluta dai Maestri del Presidio Religioso per controllare la sessualità dei cittadini.
Come tutti i maschi, all’adolescenza anche Amentore è stato operato. E da allora ha coaguli di silicio che ostruiscono i corpi cavernosi del pene e che solo questo liquido è in grado di sciogliere, almeno per un giorno.
Per ottenerlo, tuttavia, occorre un permesso.
Innanzitutto bisogna dimostrare di essere sposati, poi di avere intenzione di procreare. Ma, soprattutto, occorre documentare che non è possibile partecipare all’unico giorno di sesso concesso dai Maestri ogni anno.
Poi, c’è il placito speciale, quello riservato a persone come lui. E Darlia.
- Coraggio – sibila Amentore, gli occhi chiusi, il bicchiere che trema sulle labbra. E manda giù un sorso.
Da anni la Religione è tornata ai fasti dell’antichità. Anche oggi i Maestri del Culto hanno il potere sulla società e dirigono passo dopo passo la vita dei cittadini. I loro desideri. La libertà di scelta è sovversiva.
E Amentore è assolutamente d’accordo.
Per farsi forza, per riuscire a bere tutta la bevanda, pensa alle Grandi Motivazioni dei Maestri.
La libertà di scelta ha permesso ad un gruppo di fanatici di far esplodere una serie di bombe nei centri nevralgici della città, tanti anni prima. Così, in un soffio, Bologna è stata rasa al suolo, a cominciare dalla zona commerciale, quella che un tempo si chiamava Quartiere Fiera. Poi è toccato al Municipio. E gli uomini del potere non sapevano cosa fare.
Amentore inizia a sentire la temperatura che aumenta. Ma non si preoccupa, sa che questo è un effetto della bevanda. Il più è riuscire a berla ancora, senza vomitare. E allora pensa, pensa.
Smarriti, spaventati, i superstiti si erano appellati all’unica certezza rimasta. La Divinità. Da allora i Maestri del Culto sono diventati i governatori delle coscienze. Per mantenere l’ordine e vigilare sul rispetto dei dogmi, hanno creato i Presidi Religiosi, in ogni città. Bonomia ne ha tre, uno in centro, uno in collina. E uno nei canali sotterranei, il Centro Vitale, perché si trova dove scorre il fiume Aposa, dove c’è l’acqua di Bonomia. Bene prezioso inaridito da un sole che si dilata sempre più lungo le stagioni.
E lui, Amentore Cerisoni, è il maresciallo capo del Presidio Religioso dell’Aposa.
- Ci siamo?
L’uomo apre gli occhi e gira il viso verso Darlia. Vede che lei sorride.
- Sì, ci siamo. Stai diventando rosso.
- Bene – si compiace lui, le mani che iniziano ad aprire il velcro della divisa – Con tutta la fatica...
- E il rischio che corri – sorride lei.
Amentore si blocca.
- In che senso?
Darlia si mette a sedere sulla sponda del letto, le gambe aperte, incrociate, una caviglia sull’altra. Poi, appoggiandosi con le mani sul giaciglio, spinge indietro il busto. Solo un po’.
- Mi stai provocando? – ansima Amentore, sentendo la vampata di calore che scende e si gonfia, proprio lì, in mezzo.
- Sarebbe ora, no? – sussurra lei – Hai bevuto la bevanda e secondo la legge posso prendere l’iniziativa.
- Se non fosse perché io sono il maresciallo capo e tu il capitano … - inizia Amentore, le dita che adesso corrono a disfarsi della divisa.
- Sì, hai il permesso speciale. Quello di accoppiarti con tutte le donne della tua Milizia.
L’uomo si alza dalla sedia. Prima di avvicinarsi a Darlia, rimane immobile, a guardarsi l’erezione. È un evento così raro. E pericoloso.
Chi abusa della bevanda va incontro alla morte. Il sovradosaggio provoca una fibrillazione cardiaca. Ma è quello che succede durante ad essere terribile, pensa Amentore, senza smettere di osservare affascinato la sua virilità.
Quando la bevanda è eccessiva, o corpi cavernosi si gonfiano di sangue, in fretta, in abbondanza. Il pene si gonfia, ma non diventa duro. Le pareti restano molli. Fino a quando non iniziano a sudare sangue.
- Darlia – inizia, gli occhi che non abbandonano il suo nuovo profilo – Ti ricordi di quel cittadino che abbiamo trovato nell’Aposa? Quello con il pene esploso. È stato un anno fa.
- Cosa vuoi dire?
Lo sguardo di Amentore si solleva più rapido della sua erezione. Nella domanda del capitano ha intuito un tono sospettoso.
- Era per parlare – spiega, scrutando la donna – Si chiamava Ermete Dialogo, se non sbaglio – una pausa, gli occhi che penetrano quelli di lei – Gli hai fornito tu la bevanda erogena.
Darlia non ha altre esitazioni. Non ci sono rughe nuove sul suo viso, anzi, continua a sembrare rilassata.
- Certo, come faccio con tanti. Sono io che controllo i permessi e distribuisco le bevande. Quel Dialogo deve essersene fatta dare un’altra da qualcuno. Voleva strafare, ha bevuto due porzioni e …
Amentore la interrompe con un gesto brusco della mano.
- Sì, va bene. Quello che mi disturba è aver scoperto il suo corpo nella discarica. Tutte le impronte e i liquidi sul cadavere erano cancellati. Non siamo ancora riusciti a scoprire con chi ha fatto sesso illecito – conclude, scotendo la testa.
Per tutta risposta, Darlia si alza in piedi e si avvicina. I suoi gesti sono lenti, misurati, le mani dietro la nuca, il petto proteso verso l’uomo.
- Basta parlare di questo, ora. Domani continueremo le indagini – sussurra, la bocca che sfiora i capezzoli di lui.
Amentore chiude gli occhi e ascolta l’alito caldo della donna sulla pelle.
Un attimo dopo il tono roco di lei lo avvolge, un po’ più giù.
- Oggi abbiamo il permesso speciale per fare sesso – la voce scende ancora, verso il ventre – Sei il maresciallo capo. Devi fecondare le donne della tua Milizia.
Un pensiero improvviso, apparentemente fuori luogo, salta dentro Amentore.
Dai terrazzi delle case di Bologna, la città vecchia, a volte gettavano i bambini non voluti.
Fa per aprire la bocca, per raccontare a Darlia questo particolare.
Ma lei è più veloce ad aprire la sua, di bocca.
E questa volta Amentore Cerisoli, maresciallo capo del Presidio Religioso, dimentica la storia della sua città.
***
Darlia ha gli occhi appesi sui profili bui di Bonomia.
Dall’alto del grattacielo la vista si perde lungo le ombre della notte. Sono le tre, forse, ma lei sa che se spegnesse il condizionatore, ora, l’umidità sarebbe ancora così opprimente da farla svenire in pochi minuti.
Bonomia è una città che respira a fatica da tanti anni. Per questo l’Aposa, il fiume che scivola nei sotterranei, è tanto prezioso. Così prezioso che il terreno intorno ha bisogno di humus. Sempre. La carne degli animali è un ottimo concime. Come quella dell’uomo.
Darlia stringe le labbra. Le mani fanno lo stesso sulla vestaglia, celandole i seni riflessi sulla vetrata.
Amentore ha sparso il seme nel suo corpo e domani lei sarà sottoposta al trattamento di stimolazione, in modo da produrre almeno una coppia di gemelli. Poi partorirà, per Bonomia. Per la vita del fiume.
I suoi figli saranno consegnati al Centro della Fertilità.
Lì diventeranno humus che nutre l’Aposa.
È questa la condizione del permesso speciale per il sesso.
Ci sono molti pezzi di Amentore sparsi lungo il corso del fiume, avuti da tante donne negli anni.
Ora tocca a lei.
- I terrazzi – sospira Darlia alla solitudine dell’appartamento – Erano sporgenze sulle case donate alla città.
Come il seme che le sta già crescendo dentro, fino a diventare sporgenza di ventre e poi dono a Bonomia.
Gli occhi si riempiono di lacrime sopra un bisbiglio di sorriso.
L’unica cosa che la città ignora, che ignora persino il maresciallo capo, è che lei ha già un figlio.
Vivo.
Nascosto nei sotterranei.
Lo ha avuto pochi mesi prima, da un uomo scelto tra quelli che le chiedono la bevanda erogena.
Darlia inizia a vestirsi. Niente divisa, per non dare nell’occhio, ma la pistola d’ordinanza, quella sì, così come la lama elettrica d’emergenza. Avventurarsi di notte nelle viscere di Bonomia, lungo il sacro fiume dell’Aposa, è un grande rischio.
Ma suo figlio ha bisogno di essere nutrito.
Il padre, invece, non ha più bisogni.
È morto.
Ermete Dialogo aveva un malattia grave, che gli stava mangiando i neuroni. Questo le aveva raccontato il giorno in cui si era presentato per richiedere una porzione di bevanda. La terapia genetica era troppo costosa per un maestro che guadagnava solo cento crediti vita al mese. Insegnava storia classica, aveva aggiunto con un sorriso bello, ecco perché la medicina moderna non si curava di lui.
La sera dopo, Ermete l’aveva amata, dandole quello che lei desiderava.
E lei lo aveva amato, realizzando il suo ultimo desiderio. Morire dopo una notte di passione.
Darlia ha un fremito di pianto lungo il corpo.
Programma i sensori della casa per mantenere l’energia al minimo.
Le luci si smorzano. Tutto diventa silenzio.
Il capitano del Presidio Religioso si asciuga le ultime lacrime in un gesto rapido, poi, prima di uscire, guarda ancora una volta oltre la vetrata, in alto.
Tutto sommato non doveva essere male poter uscire su un terrazzo.
di Giovanni Sicuranza
Darlia aspetta.
Sa che non può eccitarsi prima dell’uomo e per distrarsi cerca nel cerebrogramma un file di immagini deprimenti.
Come quelle statiche che ritraggono Bonomia prima della bomba alla zona Fiera, prima della Grande Religione. Quando ancora la città si chiamava Bologna.
La mente si riempie di case basse, tozze. Persino di pessimo gusto, con tutti quei colori diversi, con quelle appendici esterne.
Darlia sbatte le palpebre, veloce, una volta per uscire dal file, un’altra per tornare a vedere l’ambiente che la circonda.
- Come si chiamavano quelle cose sporgenti dalle abitazioni di Bologna?
- Cosa?
Amentore smette di bere, il bicchiere che si affloscia sul tavolo.
Guarda Darlia, in silenzio, cercando sorvolare in fretta sui profili della sua nudità.
- Le case della città vecchia – ripete lei, cogliendone lo sguardo perso.
Poi, visto che l’uomo non solo sembra ancora non capire, ma ha gli occhi dilatati sui suoi seni, con un dito disegna un quadrato nell’aria.
– Quelle brutte, fatte in questo modo. Non come i nostri grattacieli scuri. Dai, avevano quelle cose che sporgevano dalle mura, dove si prendeva il sole o si curavano le piante, insomma.
Finalmente un barlume di comprensione sembra accendere Amentore, che annuisce.
– Ah, sì, quelle sporgenze, dici. Terrazzi, ecco, terrazzi, così li chiamavano.
- Terrazzi – echeggia lei, come ad imprimere la parola nella mente.
- Sì, terrazzi – Amentore sbuffa - Ma ora fai la brava e lasciami bere questa brodaglia - solleva il bicchiere, piano, come se pesasse chili – Già il sapore è insopportabile. E mi tocca bere tutto.
Amentore tuffa lo sguardo nel liquido verde, denso.
Sa che ha un gusto dolciastro, al limite del rigetto, proprio per impedirne l’abuso. Perché questa bevanda non è altro che una forma di controllo obbligatoria, voluta dai Maestri del Presidio Religioso per controllare la sessualità dei cittadini.
Come tutti i maschi, all’adolescenza anche Amentore è stato operato. E da allora ha coaguli di silicio che ostruiscono i corpi cavernosi del pene e che solo questo liquido è in grado di sciogliere, almeno per un giorno.
Per ottenerlo, tuttavia, occorre un permesso.
Innanzitutto bisogna dimostrare di essere sposati, poi di avere intenzione di procreare. Ma, soprattutto, occorre documentare che non è possibile partecipare all’unico giorno di sesso concesso dai Maestri ogni anno.
Poi, c’è il placito speciale, quello riservato a persone come lui. E Darlia.
- Coraggio – sibila Amentore, gli occhi chiusi, il bicchiere che trema sulle labbra. E manda giù un sorso.
Da anni la Religione è tornata ai fasti dell’antichità. Anche oggi i Maestri del Culto hanno il potere sulla società e dirigono passo dopo passo la vita dei cittadini. I loro desideri. La libertà di scelta è sovversiva.
E Amentore è assolutamente d’accordo.
Per farsi forza, per riuscire a bere tutta la bevanda, pensa alle Grandi Motivazioni dei Maestri.
La libertà di scelta ha permesso ad un gruppo di fanatici di far esplodere una serie di bombe nei centri nevralgici della città, tanti anni prima. Così, in un soffio, Bologna è stata rasa al suolo, a cominciare dalla zona commerciale, quella che un tempo si chiamava Quartiere Fiera. Poi è toccato al Municipio. E gli uomini del potere non sapevano cosa fare.
Amentore inizia a sentire la temperatura che aumenta. Ma non si preoccupa, sa che questo è un effetto della bevanda. Il più è riuscire a berla ancora, senza vomitare. E allora pensa, pensa.
Smarriti, spaventati, i superstiti si erano appellati all’unica certezza rimasta. La Divinità. Da allora i Maestri del Culto sono diventati i governatori delle coscienze. Per mantenere l’ordine e vigilare sul rispetto dei dogmi, hanno creato i Presidi Religiosi, in ogni città. Bonomia ne ha tre, uno in centro, uno in collina. E uno nei canali sotterranei, il Centro Vitale, perché si trova dove scorre il fiume Aposa, dove c’è l’acqua di Bonomia. Bene prezioso inaridito da un sole che si dilata sempre più lungo le stagioni.
E lui, Amentore Cerisoni, è il maresciallo capo del Presidio Religioso dell’Aposa.
- Ci siamo?
L’uomo apre gli occhi e gira il viso verso Darlia. Vede che lei sorride.
- Sì, ci siamo. Stai diventando rosso.
- Bene – si compiace lui, le mani che iniziano ad aprire il velcro della divisa – Con tutta la fatica...
- E il rischio che corri – sorride lei.
Amentore si blocca.
- In che senso?
Darlia si mette a sedere sulla sponda del letto, le gambe aperte, incrociate, una caviglia sull’altra. Poi, appoggiandosi con le mani sul giaciglio, spinge indietro il busto. Solo un po’.
- Mi stai provocando? – ansima Amentore, sentendo la vampata di calore che scende e si gonfia, proprio lì, in mezzo.
- Sarebbe ora, no? – sussurra lei – Hai bevuto la bevanda e secondo la legge posso prendere l’iniziativa.
- Se non fosse perché io sono il maresciallo capo e tu il capitano … - inizia Amentore, le dita che adesso corrono a disfarsi della divisa.
- Sì, hai il permesso speciale. Quello di accoppiarti con tutte le donne della tua Milizia.
L’uomo si alza dalla sedia. Prima di avvicinarsi a Darlia, rimane immobile, a guardarsi l’erezione. È un evento così raro. E pericoloso.
Chi abusa della bevanda va incontro alla morte. Il sovradosaggio provoca una fibrillazione cardiaca. Ma è quello che succede durante ad essere terribile, pensa Amentore, senza smettere di osservare affascinato la sua virilità.
Quando la bevanda è eccessiva, o corpi cavernosi si gonfiano di sangue, in fretta, in abbondanza. Il pene si gonfia, ma non diventa duro. Le pareti restano molli. Fino a quando non iniziano a sudare sangue.
- Darlia – inizia, gli occhi che non abbandonano il suo nuovo profilo – Ti ricordi di quel cittadino che abbiamo trovato nell’Aposa? Quello con il pene esploso. È stato un anno fa.
- Cosa vuoi dire?
Lo sguardo di Amentore si solleva più rapido della sua erezione. Nella domanda del capitano ha intuito un tono sospettoso.
- Era per parlare – spiega, scrutando la donna – Si chiamava Ermete Dialogo, se non sbaglio – una pausa, gli occhi che penetrano quelli di lei – Gli hai fornito tu la bevanda erogena.
Darlia non ha altre esitazioni. Non ci sono rughe nuove sul suo viso, anzi, continua a sembrare rilassata.
- Certo, come faccio con tanti. Sono io che controllo i permessi e distribuisco le bevande. Quel Dialogo deve essersene fatta dare un’altra da qualcuno. Voleva strafare, ha bevuto due porzioni e …
Amentore la interrompe con un gesto brusco della mano.
- Sì, va bene. Quello che mi disturba è aver scoperto il suo corpo nella discarica. Tutte le impronte e i liquidi sul cadavere erano cancellati. Non siamo ancora riusciti a scoprire con chi ha fatto sesso illecito – conclude, scotendo la testa.
Per tutta risposta, Darlia si alza in piedi e si avvicina. I suoi gesti sono lenti, misurati, le mani dietro la nuca, il petto proteso verso l’uomo.
- Basta parlare di questo, ora. Domani continueremo le indagini – sussurra, la bocca che sfiora i capezzoli di lui.
Amentore chiude gli occhi e ascolta l’alito caldo della donna sulla pelle.
Un attimo dopo il tono roco di lei lo avvolge, un po’ più giù.
- Oggi abbiamo il permesso speciale per fare sesso – la voce scende ancora, verso il ventre – Sei il maresciallo capo. Devi fecondare le donne della tua Milizia.
Un pensiero improvviso, apparentemente fuori luogo, salta dentro Amentore.
Dai terrazzi delle case di Bologna, la città vecchia, a volte gettavano i bambini non voluti.
Fa per aprire la bocca, per raccontare a Darlia questo particolare.
Ma lei è più veloce ad aprire la sua, di bocca.
E questa volta Amentore Cerisoli, maresciallo capo del Presidio Religioso, dimentica la storia della sua città.
***
Darlia ha gli occhi appesi sui profili bui di Bonomia.
Dall’alto del grattacielo la vista si perde lungo le ombre della notte. Sono le tre, forse, ma lei sa che se spegnesse il condizionatore, ora, l’umidità sarebbe ancora così opprimente da farla svenire in pochi minuti.
Bonomia è una città che respira a fatica da tanti anni. Per questo l’Aposa, il fiume che scivola nei sotterranei, è tanto prezioso. Così prezioso che il terreno intorno ha bisogno di humus. Sempre. La carne degli animali è un ottimo concime. Come quella dell’uomo.
Darlia stringe le labbra. Le mani fanno lo stesso sulla vestaglia, celandole i seni riflessi sulla vetrata.
Amentore ha sparso il seme nel suo corpo e domani lei sarà sottoposta al trattamento di stimolazione, in modo da produrre almeno una coppia di gemelli. Poi partorirà, per Bonomia. Per la vita del fiume.
I suoi figli saranno consegnati al Centro della Fertilità.
Lì diventeranno humus che nutre l’Aposa.
È questa la condizione del permesso speciale per il sesso.
Ci sono molti pezzi di Amentore sparsi lungo il corso del fiume, avuti da tante donne negli anni.
Ora tocca a lei.
- I terrazzi – sospira Darlia alla solitudine dell’appartamento – Erano sporgenze sulle case donate alla città.
Come il seme che le sta già crescendo dentro, fino a diventare sporgenza di ventre e poi dono a Bonomia.
Gli occhi si riempiono di lacrime sopra un bisbiglio di sorriso.
L’unica cosa che la città ignora, che ignora persino il maresciallo capo, è che lei ha già un figlio.
Vivo.
Nascosto nei sotterranei.
Lo ha avuto pochi mesi prima, da un uomo scelto tra quelli che le chiedono la bevanda erogena.
Darlia inizia a vestirsi. Niente divisa, per non dare nell’occhio, ma la pistola d’ordinanza, quella sì, così come la lama elettrica d’emergenza. Avventurarsi di notte nelle viscere di Bonomia, lungo il sacro fiume dell’Aposa, è un grande rischio.
Ma suo figlio ha bisogno di essere nutrito.
Il padre, invece, non ha più bisogni.
È morto.
Ermete Dialogo aveva un malattia grave, che gli stava mangiando i neuroni. Questo le aveva raccontato il giorno in cui si era presentato per richiedere una porzione di bevanda. La terapia genetica era troppo costosa per un maestro che guadagnava solo cento crediti vita al mese. Insegnava storia classica, aveva aggiunto con un sorriso bello, ecco perché la medicina moderna non si curava di lui.
La sera dopo, Ermete l’aveva amata, dandole quello che lei desiderava.
E lei lo aveva amato, realizzando il suo ultimo desiderio. Morire dopo una notte di passione.
Darlia ha un fremito di pianto lungo il corpo.
Programma i sensori della casa per mantenere l’energia al minimo.
Le luci si smorzano. Tutto diventa silenzio.
Il capitano del Presidio Religioso si asciuga le ultime lacrime in un gesto rapido, poi, prima di uscire, guarda ancora una volta oltre la vetrata, in alto.
Tutto sommato non doveva essere male poter uscire su un terrazzo.
Nel fresco della notte, a scoprire le stelle.
martedì 3 luglio 2007
dove scorre il fiume. morte sull'Aposa.
dove scorre il fiume. morte sull'Aposa.
Giovanni Sicuranza
Corre, corre veloce oggi, come mai è riuscita a fare prima.
L’uomo la osserva, affascinato, perso tra le lame lucenti del sole che si innalzano dai suoi profili.
Con lo sguardo l’accompagna fino al masso, dove la vede aprirsi, come in oscena offerta, per poi avvolgerlo di bianca spuma.
E non può trattenersi dal sorridere, nonostante la peccaminosa similitudine.
Nonostante questo non sia il momento migliore per eccitarsi.
Ma l’acqua è impeto raro, d’estate come d’inverno, anche ora che le stagioni non hanno senso.
Però chiamarle ancora con il loro vecchio nome aiuta a elaborare il mito; non è quanto insegnano i Maestri?
L’uomo annuisce sui pensieri della Regola, poi muove un passo, attento a non violare l’Acqua con il suo corpo.
Lei così piena di vita, lei così imprevedibile.
Pura, anche se, dopo il masso, un altro oltraggio tenta di ostruirne la corsa. Un oltraggio ben più grave.
L’uomo si morde il labbro inferiore e socchiude gli occhi.
Vede tutta l’indignazione del fiume per questo nuovo ostacolo, immondo. Sente l’acqua ribollirgli intorno, le vibrazioni rabbiose della schiuma.
- Dobbiamo rimuoverlo, signore.
Amentore Cerisoni, maresciallo capo del Presidio Religioso, abbandona quelle immagini, infastidito.
Muove un altro passo, cauto, sulla sponda umida. Il confine tra il sacro dell’acqua e il profano degli uomini.
- Il bambino dov’è?
- Signore, credo che …
Amentore ha uno scatto verso la donna al suo fianco.
- Cosa – sibila, duro – Cosa c’è capitano Darlia. Cosa.
Lei abbassa lo sguardo, pronta.
Conosce gli spigoli del suo superiore e preferisce non continuare, non respirare nemmeno, se possibile.
E poi c’è il regolamento, chiaro. I gradi della Forza d’Ordine dei Presidi Religiosi sono da intendersi subordinati al sesso, per cui nella scala gerarchica la donna ha un potere inferiore rispetto all’uomo.
Sempre.
- Allora, capitano – insiste il maresciallo – Mi dica del bambino.
- Lo abbiamo trovato seduto sulla sponda, proprio lì, di fronte.
- Era nell’acqua? – si affretta a chiedere Amentore, anche se il tono è già pesante di angosce.
- No, signore – il capitano Darlia sospira, gli occhi ancora al suolo – Per fortuna non è stato necessario sopprimerlo – un altro sospiro – Ora è nell’avio. Lo abbiamo portato lì, perché lei potesse interrogarlo e perché – una pausa – perché …
Amentore segue lo sguardo del capitano, che si alza appena, fragile, fino ad incontrare l’ostacolo blasfemo adagiato nel letto del fiume.
Allora anche lui guarda. Guarda ancora le onde che scavalcano lievi quel cadavere d’anziano e si chiede quanto energia stia sprecando l’acqua.
Il fiume Aposa è sacro. Una rarità di vita.
- Maledizione – mormora, infastidito.
Ogni cittadino di Bonomia sa bene che non può immergersi senza permesso, pena l’annullamento della carta di credito-vita e la conseguente soppressione.
Non si può insudiciare l’acqua con il suo corpo, a maggior ragione è suicidarsi nel fiume è inconcepibile sacrilegio.
Amentore guarda il capitano che a sua volta guarda il cadavere dell’anziano, rivolto a faccia in su, gli occhi sbarrati sulla volta di pietra che racchiude l’Aposa nel suo lungo percorso sotto la città di Bonomia.
Uno sguardo velato dalle onde, e che comunque non potrà vedere nulla, mai più. Perché chi si getta nel fiume sacro perde anche l’Anima.
Amentore ha un sospiro spezzato, morso dalla rabbia.
Gira la testa verso il veicolo parcheggiato alle sue spalle e lo avvolge di rosso e verde. Tra i colori sprigionati dal led sulla fronte del maresciallo capo, l’avio sembra un inerme guscio d’uovo.
Il suo aspetto innocuo è stato voluto dai Maestri per non turbare i cittadini, ma in realtà questo modulo ovale è l’unico mezzo ad idrogeno in grado di scivolare agile tra i canali sotterranei di Bonomia.
Uno strumento indispensabile per il controllo del fiume.
E per la repressione.
- Vado a parlare con il bambino – mormora Amentore, più a se stesso che al capitano, mentre un pensiero emerge tra gli altri con il sapore amaro del sospetto, fino a quando la mente è inondata da una domanda e la domanda trascina con sé una risposta terribile.
Così terribile che il maresciallo capo si allontana senza nemmeno dare l’ordine di rimuovere il cadavere.
Il capitano Darlia ciondola su un piede, poi sull’altro. Osserva i miliziani del Presidio Religioso che si muovono stupiti intorno alla salma del vecchio, attenti a non violare il fiume, e si stringe le spalle. Non può fare nulla, adesso, se non attendere il ritorno del suo superiore.
In fondo, il capitano è solo una donna.
***
- Era tuo nonno, vero?
Amentore china lo sguardo sul profilo sottile del bambino, sulla sua parrucca bianca, senza fronzoli, modello base, d’obbligo alla nascita per tutti. Il Sole picchia duro da molti anni, le nuvole sono singhiozzi distratti nel cielo e la pioggia è un evento così raro da festeggiarsi nell’unico rito orgiastico concesso dai Maestri, ogni anno. È lì, solo in quell’occasione, che avviene il concepimento.
Per questo tutte le donne partoriscono nello stesso periodo.
Per questo chi nasce prima o dopo viene eliminato. Ma solo dopo la nascita, perché la barbara pratica dell’aborto è stato bandita da tempo.
I neonati sono abbandonati tra i rifiuti, o consegnati al Centro della Fertilità, dove vengono utilizzati nei campi per il concime. In questo caso, l’Autorità non punisce i genitori colpevoli.
Questo bambino, invece, è sopravvissuto ai suoi genitori.
Si chiama Esegido, ha dodici anni. E tace.
Amentore affonda gli occhi nelle sue guance scavate, poi sale sulla pupilla nera e la scopre smarrita, chissà dove.
- So che era tuo nonno, Esegidio – decide di continuare – Come so che tua madre e tuo padre sono stati giustiziati perché avevano violato il fiume. Li avevano trovati mentre si bagnavano nelle acque dell’Aposa.
Il bambino non si muove.
L’uomo, che si aspettava una sua reazione, sbuffa, infastidito.
- Ma questo lo sai anche tu.
Esegidio è un lungo ostinato silenzio.
- Allora ti racconto un’altra delle cose che certamente sai. Prima della bomba, questa città si chiamava Bologna. L’Aposa scorreva dimenticato sotto le sue mura. I cittadini non lo ascoltavano. Poi fecero esplodere il Centro della Fiera, il nodo commerciale della città. E il Municipio, dove c’era un’autorità che si chiamava sindaco. I Maestri dicono che sono stati i fanatici dell’altra religione. E se lo dicono loro, è così.
Amentore lascia che una pausa spezzi le sue parole. Esegidio avrà anche lo sguardo lontano, ma le orecchie sono lì, al suo fianco, e sta a lui scuoterle.
- Nello stesso periodo arrivò la siccità. Una cappa di caldo umido che impediva il respiro e che diventava sempre più violenta man mano che passavano le stagioni. Una dopo l’altra, estate, inverno, autunno, senza significato, i giorni sempre uguali, sempre caldi. Sempre umidi.
- Ci hanno salvato i Maestri della Religione.
La voce del bambino, improvvisa, distante, fa’ sobbalzare il maresciallo capo. Gli occhi del piccolo sono ancora in un luogo inaccessibile, ma finalmente eccolo, eccolo qui il prezioso testimone.
- Ah, bene – Amentore si china su Esegidio, appena, un sussurro – E poi?
- Poi il Culto è diventato lo Stato. In tutta Italia. Bologna è diventata Bonomia. E l’Aposa il dono divino, con la sua acqua che scorre fresca nei sotterranei, al riparo dal sole – continua il bambino, monotono.
Ma l’uomo non si scoraggia.
- Bravo. Vedi, allora, capisci. Capisci che non possiamo permettere che l’acqua venga contaminata.
Esegidio annuisce, lentamente. Senza attenzione.
Amentore allora cambia discorso, per entrare in un luogo lontano dall’indottrinamento ufficiale. Un luogo più personale, pieno di emozioni.
- I tuoi genitori hanno violato la Regola – un dito si solleva ad indicare oltre il parabrezza dell’avio - E tuo nonno è laggiù, nell’acqua.
- Nonno Familio – una lacrima nascosta si gonfia sul viso immobile del piccolo – mio nonno è morto –il petto magro sussulta, solo un istante.
Ma per Amentore è una vittoria. Una vittoria annunciata ancora una volta da un segno d’acqua. Dal pianto.
- Eravate seduti sulla sponda, vero?
Sì, annuisce Esegidio, il volto che appassisce sul torace.
- Immagino che stavate pensando ai tuoi genitori.
Sì, ripete con la testa il bambino, mentre un’altra lacrima ne incrina il silenzio.
- I tuoi genitori che sono stati sbriciolati per diventare humus. Scommetto che sapevate bene quanto siano importanti i corpi per la nostra terra arida. Per questo le tombe dei condannati sono lapidi vuote, che riempiono i portici di Bonomia, dal centro fino alla collina. Lapide dopo lapide, una fila che si snoda sulle foto dei giustiziati, senza date, senza nome, solo il reato inciso sul marmo – Amentore si china un po’ di più sul bambino, fino a sfiorarne l’orecchio – Facciamo lo stesso con i neonati illegali, lo sai.
Esegidio lo delude. Non si ritrae, non ha nemmeno una crisi di pianto. Rimane immobile, seduto. Gli occhi umidi, ma ancora irraggiungibili.
Amentore socchiude le palpebre.
- Però tuo nonno non si è ucciso da solo – sussurra, le labbra che ora lambiscono l’orecchio del bambino.
E lo scatto di Esegidio è un’altra vittoria.
Mentre il piccolo gira il volto dalla parte opposta, mentre il suo petto diventa rapida successione di singhiozzi, il maresciallo capo del Presidio Religioso ha la conferma del suo sospetto.
Il corpo del vecchio è rannicchiato nell’acqua.
I gomiti e le ginocchia non sono distesi, come si aspetterebbe da un annegato, ma chiusi, nella posizione di un pugile.
Come accade ai carbonizzati.
E la scia nera che ne avvolge il collo e i polsi è il lugubre ornamento dei suoi sospetti.
- Tuo nonno soffriva di sclerosi multipla – mormora l’uomo al bambino. Ma ora è lui ad avere lo sguardo perso, oltre il parabrezza, e in realtà sembra più rivolgersi a se stesso - Gli hanno inserito il biostimolatore nel cervello per permettergli una vita normale. Quell’apparecchio è un fenomeno, in effetti. Ho visto persone paralizzate ricominciare a correre come cavalli, sai, quegli animali estinti che si vedono negli ologrammi.
Amentore sfiora con gli occhi Esegidio, sottile corpo rannicchiato sul sedile, poi torna a vagare oltre il parabrezza. Nella penombra del sotterraneo vede che i miliziani sono ancora radunati lungo l’Aposa, dove c’è il vecchio.
Solo allora si rammenta che il suo corpo è ancora lì, ad imputridire le acque. E che l’ordine di spostarlo spetta a lui.
- Insomma, te la faccio breve. L’unico difetto del biostimolatore è che in presenza di acqua, anzi, no, di umido, solo di umido, si blocca. Che poi quello che voi cittadini considerate un difetto, per noi è un motivo in più, voluto, per spingere la gente a stare lontana dal fiume.
Amentore si interrompe, infila una mano nella tasca della divisa, lo sguardo sempre sulla scena del sopralluogo. Continua solo quando avverte il freddo del metallo.
- Quindi, quando vi siete seduti sulla sponda umida, tuo nonno si è paralizzato. Per forza.
Il suono che esce dalle labbra serrate di Esegidio lo stupisce. D’istinto, la mano si stringe intorno al metallo.
Il verso si apre un altro varco, simile a un muggito d’onde che tentano di infrangere la barriera di labbra e dolore del bambino.
Poi, la diga del silenzio cede.
- Nonno Familio diceva che papà e mamma erano stati uccisi per nutrire la terra, per renderla più fertile con i loro corpi bruciati – le parole si spezzano sotto l’ondata delle lacrime.
Il maresciallo capo sospira, annuisce. E attende.
- Diceva che l’Aposa è di tutti, perché lambisce la terra dove si trovano i corpi di tutti. Che nelle sue acque ci sono anche i miei genitori. E che se ne sarebbe andato solo così, affogato nel fiume. Nel suo fiume. Nel fiume della nostra famiglia.
Amentore scrolla la testa, piano.
Quanto occorrerà ancora per educare i cittadini all’obbedienza del sacro?
- Lo hai spinto in acqua? – chiede, delicato, un soffio senza rimprovero.
Finalmente gli occhi grandi e neri del bambino salgono ai suoi.
Quanta acqua c’è là dentro, in quel pianto.
- Mi dispiace – geme il piccolo – Mi dispiace.
- Anche a me – echeggia l’uomo – Davvero tanto.
E con un gesto rapido, estrae la lama e l’affonda nella gola del bambino.
Esegidio si accascia senza lamenti. Smette persino di piangere.
Amentore Cerisoni, maresciallo capo del Presidio Religioso di Bonomia, città del fiume Aposa, chiude gli occhi e rimane seduto accanto a quella giovane morte.
Fin quando non avverte il sangue scorrere sul sedile, lento, a lambirgli le cosce.
Come un fiume caldo.
Giovanni Sicuranza
Corre, corre veloce oggi, come mai è riuscita a fare prima.
L’uomo la osserva, affascinato, perso tra le lame lucenti del sole che si innalzano dai suoi profili.
Con lo sguardo l’accompagna fino al masso, dove la vede aprirsi, come in oscena offerta, per poi avvolgerlo di bianca spuma.
E non può trattenersi dal sorridere, nonostante la peccaminosa similitudine.
Nonostante questo non sia il momento migliore per eccitarsi.
Ma l’acqua è impeto raro, d’estate come d’inverno, anche ora che le stagioni non hanno senso.
Però chiamarle ancora con il loro vecchio nome aiuta a elaborare il mito; non è quanto insegnano i Maestri?
L’uomo annuisce sui pensieri della Regola, poi muove un passo, attento a non violare l’Acqua con il suo corpo.
Lei così piena di vita, lei così imprevedibile.
Pura, anche se, dopo il masso, un altro oltraggio tenta di ostruirne la corsa. Un oltraggio ben più grave.
L’uomo si morde il labbro inferiore e socchiude gli occhi.
Vede tutta l’indignazione del fiume per questo nuovo ostacolo, immondo. Sente l’acqua ribollirgli intorno, le vibrazioni rabbiose della schiuma.
- Dobbiamo rimuoverlo, signore.
Amentore Cerisoni, maresciallo capo del Presidio Religioso, abbandona quelle immagini, infastidito.
Muove un altro passo, cauto, sulla sponda umida. Il confine tra il sacro dell’acqua e il profano degli uomini.
- Il bambino dov’è?
- Signore, credo che …
Amentore ha uno scatto verso la donna al suo fianco.
- Cosa – sibila, duro – Cosa c’è capitano Darlia. Cosa.
Lei abbassa lo sguardo, pronta.
Conosce gli spigoli del suo superiore e preferisce non continuare, non respirare nemmeno, se possibile.
E poi c’è il regolamento, chiaro. I gradi della Forza d’Ordine dei Presidi Religiosi sono da intendersi subordinati al sesso, per cui nella scala gerarchica la donna ha un potere inferiore rispetto all’uomo.
Sempre.
- Allora, capitano – insiste il maresciallo – Mi dica del bambino.
- Lo abbiamo trovato seduto sulla sponda, proprio lì, di fronte.
- Era nell’acqua? – si affretta a chiedere Amentore, anche se il tono è già pesante di angosce.
- No, signore – il capitano Darlia sospira, gli occhi ancora al suolo – Per fortuna non è stato necessario sopprimerlo – un altro sospiro – Ora è nell’avio. Lo abbiamo portato lì, perché lei potesse interrogarlo e perché – una pausa – perché …
Amentore segue lo sguardo del capitano, che si alza appena, fragile, fino ad incontrare l’ostacolo blasfemo adagiato nel letto del fiume.
Allora anche lui guarda. Guarda ancora le onde che scavalcano lievi quel cadavere d’anziano e si chiede quanto energia stia sprecando l’acqua.
Il fiume Aposa è sacro. Una rarità di vita.
- Maledizione – mormora, infastidito.
Ogni cittadino di Bonomia sa bene che non può immergersi senza permesso, pena l’annullamento della carta di credito-vita e la conseguente soppressione.
Non si può insudiciare l’acqua con il suo corpo, a maggior ragione è suicidarsi nel fiume è inconcepibile sacrilegio.
Amentore guarda il capitano che a sua volta guarda il cadavere dell’anziano, rivolto a faccia in su, gli occhi sbarrati sulla volta di pietra che racchiude l’Aposa nel suo lungo percorso sotto la città di Bonomia.
Uno sguardo velato dalle onde, e che comunque non potrà vedere nulla, mai più. Perché chi si getta nel fiume sacro perde anche l’Anima.
Amentore ha un sospiro spezzato, morso dalla rabbia.
Gira la testa verso il veicolo parcheggiato alle sue spalle e lo avvolge di rosso e verde. Tra i colori sprigionati dal led sulla fronte del maresciallo capo, l’avio sembra un inerme guscio d’uovo.
Il suo aspetto innocuo è stato voluto dai Maestri per non turbare i cittadini, ma in realtà questo modulo ovale è l’unico mezzo ad idrogeno in grado di scivolare agile tra i canali sotterranei di Bonomia.
Uno strumento indispensabile per il controllo del fiume.
E per la repressione.
- Vado a parlare con il bambino – mormora Amentore, più a se stesso che al capitano, mentre un pensiero emerge tra gli altri con il sapore amaro del sospetto, fino a quando la mente è inondata da una domanda e la domanda trascina con sé una risposta terribile.
Così terribile che il maresciallo capo si allontana senza nemmeno dare l’ordine di rimuovere il cadavere.
Il capitano Darlia ciondola su un piede, poi sull’altro. Osserva i miliziani del Presidio Religioso che si muovono stupiti intorno alla salma del vecchio, attenti a non violare il fiume, e si stringe le spalle. Non può fare nulla, adesso, se non attendere il ritorno del suo superiore.
In fondo, il capitano è solo una donna.
***
- Era tuo nonno, vero?
Amentore china lo sguardo sul profilo sottile del bambino, sulla sua parrucca bianca, senza fronzoli, modello base, d’obbligo alla nascita per tutti. Il Sole picchia duro da molti anni, le nuvole sono singhiozzi distratti nel cielo e la pioggia è un evento così raro da festeggiarsi nell’unico rito orgiastico concesso dai Maestri, ogni anno. È lì, solo in quell’occasione, che avviene il concepimento.
Per questo tutte le donne partoriscono nello stesso periodo.
Per questo chi nasce prima o dopo viene eliminato. Ma solo dopo la nascita, perché la barbara pratica dell’aborto è stato bandita da tempo.
I neonati sono abbandonati tra i rifiuti, o consegnati al Centro della Fertilità, dove vengono utilizzati nei campi per il concime. In questo caso, l’Autorità non punisce i genitori colpevoli.
Questo bambino, invece, è sopravvissuto ai suoi genitori.
Si chiama Esegido, ha dodici anni. E tace.
Amentore affonda gli occhi nelle sue guance scavate, poi sale sulla pupilla nera e la scopre smarrita, chissà dove.
- So che era tuo nonno, Esegidio – decide di continuare – Come so che tua madre e tuo padre sono stati giustiziati perché avevano violato il fiume. Li avevano trovati mentre si bagnavano nelle acque dell’Aposa.
Il bambino non si muove.
L’uomo, che si aspettava una sua reazione, sbuffa, infastidito.
- Ma questo lo sai anche tu.
Esegidio è un lungo ostinato silenzio.
- Allora ti racconto un’altra delle cose che certamente sai. Prima della bomba, questa città si chiamava Bologna. L’Aposa scorreva dimenticato sotto le sue mura. I cittadini non lo ascoltavano. Poi fecero esplodere il Centro della Fiera, il nodo commerciale della città. E il Municipio, dove c’era un’autorità che si chiamava sindaco. I Maestri dicono che sono stati i fanatici dell’altra religione. E se lo dicono loro, è così.
Amentore lascia che una pausa spezzi le sue parole. Esegidio avrà anche lo sguardo lontano, ma le orecchie sono lì, al suo fianco, e sta a lui scuoterle.
- Nello stesso periodo arrivò la siccità. Una cappa di caldo umido che impediva il respiro e che diventava sempre più violenta man mano che passavano le stagioni. Una dopo l’altra, estate, inverno, autunno, senza significato, i giorni sempre uguali, sempre caldi. Sempre umidi.
- Ci hanno salvato i Maestri della Religione.
La voce del bambino, improvvisa, distante, fa’ sobbalzare il maresciallo capo. Gli occhi del piccolo sono ancora in un luogo inaccessibile, ma finalmente eccolo, eccolo qui il prezioso testimone.
- Ah, bene – Amentore si china su Esegidio, appena, un sussurro – E poi?
- Poi il Culto è diventato lo Stato. In tutta Italia. Bologna è diventata Bonomia. E l’Aposa il dono divino, con la sua acqua che scorre fresca nei sotterranei, al riparo dal sole – continua il bambino, monotono.
Ma l’uomo non si scoraggia.
- Bravo. Vedi, allora, capisci. Capisci che non possiamo permettere che l’acqua venga contaminata.
Esegidio annuisce, lentamente. Senza attenzione.
Amentore allora cambia discorso, per entrare in un luogo lontano dall’indottrinamento ufficiale. Un luogo più personale, pieno di emozioni.
- I tuoi genitori hanno violato la Regola – un dito si solleva ad indicare oltre il parabrezza dell’avio - E tuo nonno è laggiù, nell’acqua.
- Nonno Familio – una lacrima nascosta si gonfia sul viso immobile del piccolo – mio nonno è morto –il petto magro sussulta, solo un istante.
Ma per Amentore è una vittoria. Una vittoria annunciata ancora una volta da un segno d’acqua. Dal pianto.
- Eravate seduti sulla sponda, vero?
Sì, annuisce Esegidio, il volto che appassisce sul torace.
- Immagino che stavate pensando ai tuoi genitori.
Sì, ripete con la testa il bambino, mentre un’altra lacrima ne incrina il silenzio.
- I tuoi genitori che sono stati sbriciolati per diventare humus. Scommetto che sapevate bene quanto siano importanti i corpi per la nostra terra arida. Per questo le tombe dei condannati sono lapidi vuote, che riempiono i portici di Bonomia, dal centro fino alla collina. Lapide dopo lapide, una fila che si snoda sulle foto dei giustiziati, senza date, senza nome, solo il reato inciso sul marmo – Amentore si china un po’ di più sul bambino, fino a sfiorarne l’orecchio – Facciamo lo stesso con i neonati illegali, lo sai.
Esegidio lo delude. Non si ritrae, non ha nemmeno una crisi di pianto. Rimane immobile, seduto. Gli occhi umidi, ma ancora irraggiungibili.
Amentore socchiude le palpebre.
- Però tuo nonno non si è ucciso da solo – sussurra, le labbra che ora lambiscono l’orecchio del bambino.
E lo scatto di Esegidio è un’altra vittoria.
Mentre il piccolo gira il volto dalla parte opposta, mentre il suo petto diventa rapida successione di singhiozzi, il maresciallo capo del Presidio Religioso ha la conferma del suo sospetto.
Il corpo del vecchio è rannicchiato nell’acqua.
I gomiti e le ginocchia non sono distesi, come si aspetterebbe da un annegato, ma chiusi, nella posizione di un pugile.
Come accade ai carbonizzati.
E la scia nera che ne avvolge il collo e i polsi è il lugubre ornamento dei suoi sospetti.
- Tuo nonno soffriva di sclerosi multipla – mormora l’uomo al bambino. Ma ora è lui ad avere lo sguardo perso, oltre il parabrezza, e in realtà sembra più rivolgersi a se stesso - Gli hanno inserito il biostimolatore nel cervello per permettergli una vita normale. Quell’apparecchio è un fenomeno, in effetti. Ho visto persone paralizzate ricominciare a correre come cavalli, sai, quegli animali estinti che si vedono negli ologrammi.
Amentore sfiora con gli occhi Esegidio, sottile corpo rannicchiato sul sedile, poi torna a vagare oltre il parabrezza. Nella penombra del sotterraneo vede che i miliziani sono ancora radunati lungo l’Aposa, dove c’è il vecchio.
Solo allora si rammenta che il suo corpo è ancora lì, ad imputridire le acque. E che l’ordine di spostarlo spetta a lui.
- Insomma, te la faccio breve. L’unico difetto del biostimolatore è che in presenza di acqua, anzi, no, di umido, solo di umido, si blocca. Che poi quello che voi cittadini considerate un difetto, per noi è un motivo in più, voluto, per spingere la gente a stare lontana dal fiume.
Amentore si interrompe, infila una mano nella tasca della divisa, lo sguardo sempre sulla scena del sopralluogo. Continua solo quando avverte il freddo del metallo.
- Quindi, quando vi siete seduti sulla sponda umida, tuo nonno si è paralizzato. Per forza.
Il suono che esce dalle labbra serrate di Esegidio lo stupisce. D’istinto, la mano si stringe intorno al metallo.
Il verso si apre un altro varco, simile a un muggito d’onde che tentano di infrangere la barriera di labbra e dolore del bambino.
Poi, la diga del silenzio cede.
- Nonno Familio diceva che papà e mamma erano stati uccisi per nutrire la terra, per renderla più fertile con i loro corpi bruciati – le parole si spezzano sotto l’ondata delle lacrime.
Il maresciallo capo sospira, annuisce. E attende.
- Diceva che l’Aposa è di tutti, perché lambisce la terra dove si trovano i corpi di tutti. Che nelle sue acque ci sono anche i miei genitori. E che se ne sarebbe andato solo così, affogato nel fiume. Nel suo fiume. Nel fiume della nostra famiglia.
Amentore scrolla la testa, piano.
Quanto occorrerà ancora per educare i cittadini all’obbedienza del sacro?
- Lo hai spinto in acqua? – chiede, delicato, un soffio senza rimprovero.
Finalmente gli occhi grandi e neri del bambino salgono ai suoi.
Quanta acqua c’è là dentro, in quel pianto.
- Mi dispiace – geme il piccolo – Mi dispiace.
- Anche a me – echeggia l’uomo – Davvero tanto.
E con un gesto rapido, estrae la lama e l’affonda nella gola del bambino.
Esegidio si accascia senza lamenti. Smette persino di piangere.
Amentore Cerisoni, maresciallo capo del Presidio Religioso di Bonomia, città del fiume Aposa, chiude gli occhi e rimane seduto accanto a quella giovane morte.
Fin quando non avverte il sangue scorrere sul sedile, lento, a lambirgli le cosce.
Come un fiume caldo.
ecce homo interrogans
ecce homo interrogans
di Giovanni Sicuranza
Così come molti non possono concepire come
io sia indifferente verso il calcio, i motori
così come io sia respiro esalato contro
dogmi e tabù che chiedono sorrisi
stampati su sguardi ciechi
Così
Perché, forse, l'amplesso più appagante è tra rosso e nero, tra croce e mezzaluna
sotto il cielo laico, tra jazz e rap, tra pietra e piuma
Così come il sesso è una scoperta continua ed inaspettata di intenso ritmo blues
Così come io non assaporo ipotetiche amicizie ma annuso
distratto e attento intuizioni di sensualità
di Giovanni Sicuranza
Così come molti non possono concepire come
io sia indifferente verso il calcio, i motori
così come io sia respiro esalato contro
dogmi e tabù che chiedono sorrisi
stampati su sguardi ciechi
Così
Perché, forse, l'amplesso più appagante è tra rosso e nero, tra croce e mezzaluna
sotto il cielo laico, tra jazz e rap, tra pietra e piuma
Così come il sesso è una scoperta continua ed inaspettata di intenso ritmo blues
Così come io non assaporo ipotetiche amicizie ma annuso
distratto e attento intuizioni di sensualità
E tu, hai mai ascoltato odori?
mercoledì 27 giugno 2007
scorci
scorci - homo interrogans -
Adagiati sulla penombra della collina
romanzi di lapidi
narrano silenzi gonfi di parole.
Vestono copertine di marmo
tra rughe di compleanni incise
sulla vita e sulla morte.
Le pagine hanno il colore
segreto delle ossa e dei liquami
e il suono secco dei ricordi appassiti.
Troppo fragili sono le mani
del vento per sfogliare
i loro capitoli rigidi di nebbia.
Troppo deboli gli occhi
del sole per leggerne
lo stile affondato di putredine.
È tempo anche per te di allontanarti,
visitatore, di tornare agli orgasmi
e ai livori dei tuoi respiri crepuscolari.
Noi rimaniamo qui, in attesa, fin quando
saremo anche i tuoi epici scrittori.
I vermi della terra grondante ispirazione.
Adagiati sulla penombra della collina
romanzi di lapidi
narrano silenzi gonfi di parole.
Vestono copertine di marmo
tra rughe di compleanni incise
sulla vita e sulla morte.
Le pagine hanno il colore
segreto delle ossa e dei liquami
e il suono secco dei ricordi appassiti.
Troppo fragili sono le mani
del vento per sfogliare
i loro capitoli rigidi di nebbia.
Troppo deboli gli occhi
del sole per leggerne
lo stile affondato di putredine.
È tempo anche per te di allontanarti,
visitatore, di tornare agli orgasmi
e ai livori dei tuoi respiri crepuscolari.
Noi rimaniamo qui, in attesa, fin quando
saremo anche i tuoi epici scrittori.
I vermi della terra grondante ispirazione.
venerdì 22 giugno 2007
il guerriero
il guerriero*
di homo interrogans (Giovanni Sicuranza)
Sotto l’ombra del pugno sollevato, ha occhi plasmati da indifferenza.
E colpisce, la mano serrata nella negazione assoluta di ogni parola, colpisce, il riverbero del sangue adagiato sul trionfo dell’unica ragione della sua esistenza.
E nel silenzio che sorge quando infine si ferma, rimane solo il deserto di quello sguardo lungo di indifferenza.
Intorno, aria immobile di vittoria è sparsa su un campo di corpi sconfitti.
Ora che anche l’ultimo nemico giace sotto la lapide della battaglia, il guerriero inizia a muoversi su se stesso, senza nemmeno concedersi il dubbio di barcollare.
Occhi di ghiaccio fendono i cadaveri dei suoi nemici ed hanno lo stesso alito di nulla con cui ogni volta sfida la morte.
È un gioco, solo un gioco per lui, in fondo anche noioso, perché contempla sempre la stessa speranza, per trasformarla in regola. Almeno fino a quando sarà possibile.
Uccidere. Senza essere ucciso.
***
- Per oggi basta, Achille -
Il bambino finge di non avere sentito.
Lei annuisce. Anche prima di entrare nella sua stanza soffusa di alcool e siringhe, già sapeva che avrebbe dovuto ripetersi per raggiungere l’attenzione di lui, vagabondo in un angolo dove la vittoria ha un senso.
Achille è seduto nel letto, sparso tra soldati immobili in un lenzuolo ora così simile ad un pesante sudario da spingere il fiato della madre ad esitare sulle labbra prima di diventare nuova parola.
- Ti stanchi - riesce infine ad aggiungere mentre adagia le mani sulle sue spalle, inclinate di dolore e pianti – Finirai il gioco domani -
Allora il piccolo si affloscia, senza protestare, senza nemmeno il sussurro di un gemito, così, come un sacco pieno di niente che si è improvvisamente ricordato della legge di gravità.
La donna ha un sussulto perché in quel gesto vede la morte del figlio, svuotato dalla leucemia. Fotogrammi che si aggiungono a fotogrammi, in una lenta caduta grigia più tenace di ogni cura, più evanescente della nebbia che scivola su Fine Viaggio.
E respira in singhiozzi, a chiedere aria in una marea nera di angosce, perché l’aspetto più alienante di questi fotogrammi è che quando arrivano le danno anche sollievo.
Sollievo per il termine delle lunghe sofferenze in attesa del lutto. Per un sipario finalmente calato su una tragedia senza intervallo.
- Mamma, li togli tu i soldatini? – sussurra il piccolo Achille, steso nel letto a pancia in giù, già affannoso nel livido respiro della morte.
Gli occhi aperti in quelli della madre mostrano vetrine infrante di sogni.
Lei non risponde, non annuisce, cerca solo di muoversi in gesti automatici.
Veloce raccolta dei soldatini
(dei cadaveri)
caduta in massa nella scatola
(nella tomba)
e occultamento del tutto nell’armadio
(nel cimitero)
E perde la presa, in un tonfo lungo, fasciato di ricordi.
La scatola si inclina indecisa in un angolo del mobile, poi, sfinita, gira su se stessa e precipita sul pavimento, dove la sua bocca si spalanca per vomitare corpi disordinati di soldatini.
La donna la guarda con grandi occhi lontani.
È una delle scatole rosse e gialle regalate dal maestro Amedeo Lontano ai suoi alunni. Doveva servire a raccogliere le foglie cadute, quelle che un tempo le facevano tanto paura, perché morte. Poi il maestro aveva raccontato una storia in cui la paura era scivolata tra pieghe della vita e anche lei, come tutti gli altri, aveva accettato quel dono.
Pochi giorni dopo, quasi tutte le scatole erano sfumate tra macerie e piccoli cadaveri nel terremoto che aveva spezzato Fine Viaggio.
Lei, la bambina più terrorizzata dalla morte, era stata l’unica sopravvissuta del crollo della scuola elementare. Grigia tra la polvere, l’avevano trovata con una scatola rossa e gialla ben stretta in mano.
Da allora non se ne era più separata, ma la scatola era rimasta vuota di foglie appassite.
Fino a quando non l’aveva riempita con i giochi del figlio.
- Tutto bene, mamma? – scivola fragile Achille in tutto lo spazio silenzioso del suo passato, presente e futuro.
La donna si gira con il sorriso indossato da quei giorni, forse un po’ più logoro, ma ancora convincente.
- Mi è solo caduta la scatola. Si vede che i tuoi soldatini si sono mossi. Tranquillo, piccolo – conclude più per accompagnare se stessa verso questo nuovo lutto che per rassicurare il figlio.
Achille ricambia con un sorriso pieno di smagliature.
- Ma dai mamma, i soldatini non si muovono più. Sono tutti morti – un gorgoglio salta sul suo respiro e lo costringe a interrompersi. Solo un attimo, però, perché il piccolo guerriero non ha ancora perso la forza di un ultimo giorno di vita.
- Loro sono come quelle cose brutte che camminano nel mio corpo –
Alza il braccio, piano, in uno sforzo sorretto da un gemito nella luce che sussurra dalla penombra del tramonto, fino a mostrare la mano chiusa su un pupazzo, più grande degli altri.
– Per questo Guerriero li stermina ogni giorno - soffia in un pallore di respiro.
Lei rattoppa veloce nuovi squarci che si aprono nel sorriso e gli porta un bacio con un gesto della mano, sperando che il figlio non ne scorga il tremore.
Solo quando si volta ancora un’ultima volta verso di lui, mentre già esce dalla stanza, si accorge che il soldato dipinto di sangue sembra osservarla, colmo di indifferenza tra gli occhi di vetro.
Ne scorge anche il braccio sollevato.
E il pugno. Serrato, come quello del figlio.
A stringere il nulla.
* racconto inserito nell’antologia “Città di Solitudine” di homo interrogans, lucifera, sandrolorena.
di homo interrogans (Giovanni Sicuranza)
Sotto l’ombra del pugno sollevato, ha occhi plasmati da indifferenza.
E colpisce, la mano serrata nella negazione assoluta di ogni parola, colpisce, il riverbero del sangue adagiato sul trionfo dell’unica ragione della sua esistenza.
E nel silenzio che sorge quando infine si ferma, rimane solo il deserto di quello sguardo lungo di indifferenza.
Intorno, aria immobile di vittoria è sparsa su un campo di corpi sconfitti.
Ora che anche l’ultimo nemico giace sotto la lapide della battaglia, il guerriero inizia a muoversi su se stesso, senza nemmeno concedersi il dubbio di barcollare.
Occhi di ghiaccio fendono i cadaveri dei suoi nemici ed hanno lo stesso alito di nulla con cui ogni volta sfida la morte.
È un gioco, solo un gioco per lui, in fondo anche noioso, perché contempla sempre la stessa speranza, per trasformarla in regola. Almeno fino a quando sarà possibile.
Uccidere. Senza essere ucciso.
***
- Per oggi basta, Achille -
Il bambino finge di non avere sentito.
Lei annuisce. Anche prima di entrare nella sua stanza soffusa di alcool e siringhe, già sapeva che avrebbe dovuto ripetersi per raggiungere l’attenzione di lui, vagabondo in un angolo dove la vittoria ha un senso.
Achille è seduto nel letto, sparso tra soldati immobili in un lenzuolo ora così simile ad un pesante sudario da spingere il fiato della madre ad esitare sulle labbra prima di diventare nuova parola.
- Ti stanchi - riesce infine ad aggiungere mentre adagia le mani sulle sue spalle, inclinate di dolore e pianti – Finirai il gioco domani -
Allora il piccolo si affloscia, senza protestare, senza nemmeno il sussurro di un gemito, così, come un sacco pieno di niente che si è improvvisamente ricordato della legge di gravità.
La donna ha un sussulto perché in quel gesto vede la morte del figlio, svuotato dalla leucemia. Fotogrammi che si aggiungono a fotogrammi, in una lenta caduta grigia più tenace di ogni cura, più evanescente della nebbia che scivola su Fine Viaggio.
E respira in singhiozzi, a chiedere aria in una marea nera di angosce, perché l’aspetto più alienante di questi fotogrammi è che quando arrivano le danno anche sollievo.
Sollievo per il termine delle lunghe sofferenze in attesa del lutto. Per un sipario finalmente calato su una tragedia senza intervallo.
- Mamma, li togli tu i soldatini? – sussurra il piccolo Achille, steso nel letto a pancia in giù, già affannoso nel livido respiro della morte.
Gli occhi aperti in quelli della madre mostrano vetrine infrante di sogni.
Lei non risponde, non annuisce, cerca solo di muoversi in gesti automatici.
Veloce raccolta dei soldatini
(dei cadaveri)
caduta in massa nella scatola
(nella tomba)
e occultamento del tutto nell’armadio
(nel cimitero)
E perde la presa, in un tonfo lungo, fasciato di ricordi.
La scatola si inclina indecisa in un angolo del mobile, poi, sfinita, gira su se stessa e precipita sul pavimento, dove la sua bocca si spalanca per vomitare corpi disordinati di soldatini.
La donna la guarda con grandi occhi lontani.
È una delle scatole rosse e gialle regalate dal maestro Amedeo Lontano ai suoi alunni. Doveva servire a raccogliere le foglie cadute, quelle che un tempo le facevano tanto paura, perché morte. Poi il maestro aveva raccontato una storia in cui la paura era scivolata tra pieghe della vita e anche lei, come tutti gli altri, aveva accettato quel dono.
Pochi giorni dopo, quasi tutte le scatole erano sfumate tra macerie e piccoli cadaveri nel terremoto che aveva spezzato Fine Viaggio.
Lei, la bambina più terrorizzata dalla morte, era stata l’unica sopravvissuta del crollo della scuola elementare. Grigia tra la polvere, l’avevano trovata con una scatola rossa e gialla ben stretta in mano.
Da allora non se ne era più separata, ma la scatola era rimasta vuota di foglie appassite.
Fino a quando non l’aveva riempita con i giochi del figlio.
- Tutto bene, mamma? – scivola fragile Achille in tutto lo spazio silenzioso del suo passato, presente e futuro.
La donna si gira con il sorriso indossato da quei giorni, forse un po’ più logoro, ma ancora convincente.
- Mi è solo caduta la scatola. Si vede che i tuoi soldatini si sono mossi. Tranquillo, piccolo – conclude più per accompagnare se stessa verso questo nuovo lutto che per rassicurare il figlio.
Achille ricambia con un sorriso pieno di smagliature.
- Ma dai mamma, i soldatini non si muovono più. Sono tutti morti – un gorgoglio salta sul suo respiro e lo costringe a interrompersi. Solo un attimo, però, perché il piccolo guerriero non ha ancora perso la forza di un ultimo giorno di vita.
- Loro sono come quelle cose brutte che camminano nel mio corpo –
Alza il braccio, piano, in uno sforzo sorretto da un gemito nella luce che sussurra dalla penombra del tramonto, fino a mostrare la mano chiusa su un pupazzo, più grande degli altri.
– Per questo Guerriero li stermina ogni giorno - soffia in un pallore di respiro.
Lei rattoppa veloce nuovi squarci che si aprono nel sorriso e gli porta un bacio con un gesto della mano, sperando che il figlio non ne scorga il tremore.
Solo quando si volta ancora un’ultima volta verso di lui, mentre già esce dalla stanza, si accorge che il soldato dipinto di sangue sembra osservarla, colmo di indifferenza tra gli occhi di vetro.
Ne scorge anche il braccio sollevato.
E il pugno. Serrato, come quello del figlio.
A stringere il nulla.
* racconto inserito nell’antologia “Città di Solitudine” di homo interrogans, lucifera, sandrolorena.
martedì 19 giugno 2007
una poesia, addirittura

Altra Casa Editrice superbamente e graditamente "folle".
La mia poesia "a un figlio" è infatti presente nella raccolta "Poesie da Neteditor", AA.VV., Giulio Perrone Editore.
Per informazioni varie e soprattutto eventuali rimando al link:
http://www.giulioperroneditore.it/collane/lantologica/poesie_da_neteditor_aa_vv
La mia poesia "a un figlio" è infatti presente nella raccolta "Poesie da Neteditor", AA.VV., Giulio Perrone Editore.
Per informazioni varie e soprattutto eventuali rimando al link:
http://www.giulioperroneditore.it/collane/lantologica/poesie_da_neteditor_aa_vv
sabato 16 giugno 2007
tra le "penombre" di un mio racconto
Un'altra Casa Editrice è risultata graditamente folle, al punto di pubblicare anche "penombre", un mio racconto, nell'antologia noir "Il delitto si tinge di verde" .
Di prossima uscita.
Per gli interessati, rimando al link:
http://www.zaffoni.it/criminal.htm
Di prossima uscita.
Per gli interessati, rimando al link:
http://www.zaffoni.it/criminal.htm
venerdì 15 giugno 2007
il violinista
il violinista*
di homo interrogans
Il capriccio graffia le pareti dell’uomo fino a gettarsi nelle sue profondità, riempiendole di note lontane. Lui continua, continua a sottostare all’emozione che libera il suo deserto e suona, silenzio pieno di accordi di violino, davanti ad un pubblico di nulla.
Le dita di una mano che camminano sulla tastiera, corrono, si fermano, tornano indietro e ricominciano; quelle dell’altra mano che si arrampicano sull’archetto, lo solleticano, lo ghermiscono e concedono solo lampi di pausa prima di un nuovo inizio.
L’uomo è un pendolo libero nello spazio che si muove con le note.
Il capo reclinato sulla mentoniera, verso i salti dell’archetto, gli occhi chiusi nell’immagine di una donna mai conosciuta e di una figlia mai nata, seduti. In ascolto.
E all’improvviso, con un singulto di note spezzate, il violino smette di eseguire il Capriccio lento in sol minore di Niccolò Paganini e si affloscia trascinato al suolo dalla caduta del braccio.
Il maestro Camillo Fadore, professore di musica in pensione, apre gli occhi, piano, come gli accade sempre in questi casi. Davanti a lui, una porta incrostata di bianco è chiusa su una parete spoglia, dove solo la grafia del gatto randagio del palazzo ha lasciato tracce di vita.
La musica riempie l’animo, Camillo Fadore, non le case.
L’uomo striscia i piedi verso la cucina, museo incustodito di reperti archeologici mai classificati: stoviglie colonizzate da residui di cibo, vite spente in simbiosi tenace, sparse in un caos immobile che concretizza i suoi pensieri di solitudine.
Il maestro Camillo Fadore ignora i cadaveri di piatti e bicchieri che reclamano almeno una degna sepoltura e versa il caffé ormai freddo in una tazzina superstite.
Un solo istante, un pigolio di desiderio che supplica da qualche parte nella sua mente. Si ferma, la tazzina che sfiora le labbra. Chiude gli occhi.
***
- Amore – sussurra delicato nella fragile penombra della stanza, chinandosi come un orco sulla preda ancora addormentata nel letto – Ti ho portato il caffé – aggiunge sfiorando la donna con un bacio che scivola dalla guancia fino al collo, libero dai lunghi capelli ramati. Lei mormora nel dormiveglia, come una bambina da coccolare, si gira con un gemito invitante verso di lui, e scopre ancora di più la delicatezza del collo. Lui le sorride e l’azzanna fino in fondo, oltre la pelle, lacerando i muscoli, stritolando la cartilagine in un tripudio di sangue.
***
- Eh – commenta riaprendo gli occhi, con un sospiro di soddisfazione e si lascia riempire dal gusto amaro del caffé.
Senza muoversi, si perde oltre la finestra, lo sguardo che sale sulla collina e infine, giunto in cima, si riposa tra i contorni grigi di silenzio che svelano le mura del cimitero. Allora alza la tazzina nel gesto di un brindisi e accenna ad un assolo di sorriso.
- A te, Cimitero di Solitudine -
Il cimitero risponde al saluto soffiando verso di lui nuove fantasie di morte.
***
- Esco, papà – esclama la piccola zampettando sulle scale. Lui si sente raggiungere da un punto esclamativo, solitario, ma deciso.
Depone il violino nella custodia, vellutata di viola e spalancata come una bara in attesa, e si avvicina alla figlia.
- Mi aspettavo un punto interrogativo – dice, cercando toni allegri tra le note.
La figlia ciondola indecisa tra la porta e lui.
- E dai. Sono in ritardo – sbuffa in un vapore di incomprensioni.
- Hai ragione – annuisce lui, colpito da questa rivelazione – Vieni qui solo un attimo, a dare un bacio al tuo papà –
La piccola si illumina di immenso e si getta tra le braccia spalancate del predatore, senza vederne i denti affilati.
- Ti voglio tanto bene, papà – soffia poco prima del suo ultimo respiro. Poi si spegne al suolo, con aria finalmente interrogativa, il coltello da cucina affondato nella nuca.
***
Un rumore inaspettato fa calare il sipario troppo in fretta, tanto che il maestro Camillo Fadore torna alla realtà con un singhiozzo.
Si affaccia alla porta della cucina proprio mentre il rumore si ripete. Qualcuno sta rovistando tra i cassetti dell’armadio.
Il maestro sospira e mesto si trasporta verso la stanza da letto.
Credeva di essere davvero solo in casa, almeno oggi, invece.
- Ciao –
- Sorpreso di trovarmi qui? – sbotta l’altro con occhi canzonatori.
- No, non proprio. Ma speravo di essere lasciato in pace –
- Lasciato alle tue fantasie di morte, vorrai dire. Ma, tranquillo, vado via subito. Volevo solo salutarti prima della partenza –
- Magari ci rivediamo –
- Magari no –
Uno spiffero d’aria spinge la porta della cucina in un tonfo di chiusura. I due uomini si voltano verso il suono, secco e assoluto come uno sparo, poi tornano a guardarsi.
- Hai lasciato le finestre aperte – commenta l’altro senza interesse.
- Volevo respirare un po’ –
- La nebbia di Fine Viaggio? –
- La speranza di Cimitero di Solitudine –
- Allora hai deciso –
- Mi conosci da così tanto tempo. Non hai bisogno di stupirti –
Gli occhi dei due uomini non smettono di fissarsi nell’esumazione di ricordi imputriditi.
- Hai iniziato a suonare per riempire la tua solitudine. E il violino stride di vita. È per questo che hai voluto anche insegnarlo -
- Portavo la vita, l’unica che conosco –
- Ma poi anche il violino taceva e non ti rimaneva mai nulla in mano –
- Forse sì, forse sarebbe accaduto se avessi incontrato una donna appassionata dalla mia musica. Forse le note sarebbero rimaste negli accordi del suo sguardo ammirato, nel ritmo dei suoi respiri sospesi. Ed io mi sarei sentito vivo, ancora –
- E come lei, immaginavi tutta la famiglia –
- Ho sempre desiderato una figlia, lo sai –
I due uomini annuiscono, in una complicità che li ha uniti senza ritorno.
- Soprattutto da quando hai ucciso quella bambina, la tua prima allieva –
- Non aveva amore dopo le mie note. Lasciava spegnersi la musica e diventava assente, persa nei giochi, negli appuntamenti con le amiche. Così, ogni volta, mi lasciava solo. Il violino ed io. E lei che se ne andava –
- Ed hai iniziato ad odiarla. Fino ad odiare anche la tua famiglia inesistente –
- Sì –
- Fino ad ucciderli nella fantasia ogni giorno –
- Sì –
- Come hai ucciso altri allievi nella realtà –
- Sì –
- Ed ora –
- Ora non mi rimane altro che il livore della mia solitudine. Del mio silenzio. Niente più note prive di ascolto. Niente più assenze di ammirazione –
Il viso del maestro Camillo Fadore è accarezzato da lacrime sottili e discrete che luccicano di speranza attraverso lo specchio dell’armadio.
Anche la sua immagine riflessa piange, proprio come lui, e continua a parlargli
- Forse ora ti senti meglio. Il veleno che hai messo nel caffé dovrebbe già fare effetto-
- Sì – annuisce il violinista e con lui l’immagine riflessa, in una complicità indissolubile fino alla morte – Ora è tempo di salutarci, sento che le forze mi abbandonano –
- Stammi bene, Camillo –
E i due uomini, uno davanti allo specchio, uno all’interno, chiudono insieme gli occhi.
***
Miao, gatto vagabondo di Fine Viaggio, è improvvisamente distolto dal suo meticoloso leccare di zampe. Il tonfo del corpo che cade al suolo lo spaventa e lo spinge ad abbandonare in tutta fretta il comodo giaciglio creato tra le cornici prive di foto che ha sparso sul pavimento. Con un balzo attraversa la finestra della stanza e atterra nel balcone sottostante. Qui, con cura, continua ancora un po’ la sua toilette.
Poi, finalmente tranquillo, ondeggia tra le piante incolte di Carmen e della sua amica professoressa.
*racconto inserito nell’antologia “Città di Solitudine”.
di homo interrogans
Il capriccio graffia le pareti dell’uomo fino a gettarsi nelle sue profondità, riempiendole di note lontane. Lui continua, continua a sottostare all’emozione che libera il suo deserto e suona, silenzio pieno di accordi di violino, davanti ad un pubblico di nulla.
Le dita di una mano che camminano sulla tastiera, corrono, si fermano, tornano indietro e ricominciano; quelle dell’altra mano che si arrampicano sull’archetto, lo solleticano, lo ghermiscono e concedono solo lampi di pausa prima di un nuovo inizio.
L’uomo è un pendolo libero nello spazio che si muove con le note.
Il capo reclinato sulla mentoniera, verso i salti dell’archetto, gli occhi chiusi nell’immagine di una donna mai conosciuta e di una figlia mai nata, seduti. In ascolto.
E all’improvviso, con un singulto di note spezzate, il violino smette di eseguire il Capriccio lento in sol minore di Niccolò Paganini e si affloscia trascinato al suolo dalla caduta del braccio.
Il maestro Camillo Fadore, professore di musica in pensione, apre gli occhi, piano, come gli accade sempre in questi casi. Davanti a lui, una porta incrostata di bianco è chiusa su una parete spoglia, dove solo la grafia del gatto randagio del palazzo ha lasciato tracce di vita.
La musica riempie l’animo, Camillo Fadore, non le case.
L’uomo striscia i piedi verso la cucina, museo incustodito di reperti archeologici mai classificati: stoviglie colonizzate da residui di cibo, vite spente in simbiosi tenace, sparse in un caos immobile che concretizza i suoi pensieri di solitudine.
Il maestro Camillo Fadore ignora i cadaveri di piatti e bicchieri che reclamano almeno una degna sepoltura e versa il caffé ormai freddo in una tazzina superstite.
Un solo istante, un pigolio di desiderio che supplica da qualche parte nella sua mente. Si ferma, la tazzina che sfiora le labbra. Chiude gli occhi.
***
- Amore – sussurra delicato nella fragile penombra della stanza, chinandosi come un orco sulla preda ancora addormentata nel letto – Ti ho portato il caffé – aggiunge sfiorando la donna con un bacio che scivola dalla guancia fino al collo, libero dai lunghi capelli ramati. Lei mormora nel dormiveglia, come una bambina da coccolare, si gira con un gemito invitante verso di lui, e scopre ancora di più la delicatezza del collo. Lui le sorride e l’azzanna fino in fondo, oltre la pelle, lacerando i muscoli, stritolando la cartilagine in un tripudio di sangue.
***
- Eh – commenta riaprendo gli occhi, con un sospiro di soddisfazione e si lascia riempire dal gusto amaro del caffé.
Senza muoversi, si perde oltre la finestra, lo sguardo che sale sulla collina e infine, giunto in cima, si riposa tra i contorni grigi di silenzio che svelano le mura del cimitero. Allora alza la tazzina nel gesto di un brindisi e accenna ad un assolo di sorriso.
- A te, Cimitero di Solitudine -
Il cimitero risponde al saluto soffiando verso di lui nuove fantasie di morte.
***
- Esco, papà – esclama la piccola zampettando sulle scale. Lui si sente raggiungere da un punto esclamativo, solitario, ma deciso.
Depone il violino nella custodia, vellutata di viola e spalancata come una bara in attesa, e si avvicina alla figlia.
- Mi aspettavo un punto interrogativo – dice, cercando toni allegri tra le note.
La figlia ciondola indecisa tra la porta e lui.
- E dai. Sono in ritardo – sbuffa in un vapore di incomprensioni.
- Hai ragione – annuisce lui, colpito da questa rivelazione – Vieni qui solo un attimo, a dare un bacio al tuo papà –
La piccola si illumina di immenso e si getta tra le braccia spalancate del predatore, senza vederne i denti affilati.
- Ti voglio tanto bene, papà – soffia poco prima del suo ultimo respiro. Poi si spegne al suolo, con aria finalmente interrogativa, il coltello da cucina affondato nella nuca.
***
Un rumore inaspettato fa calare il sipario troppo in fretta, tanto che il maestro Camillo Fadore torna alla realtà con un singhiozzo.
Si affaccia alla porta della cucina proprio mentre il rumore si ripete. Qualcuno sta rovistando tra i cassetti dell’armadio.
Il maestro sospira e mesto si trasporta verso la stanza da letto.
Credeva di essere davvero solo in casa, almeno oggi, invece.
- Ciao –
- Sorpreso di trovarmi qui? – sbotta l’altro con occhi canzonatori.
- No, non proprio. Ma speravo di essere lasciato in pace –
- Lasciato alle tue fantasie di morte, vorrai dire. Ma, tranquillo, vado via subito. Volevo solo salutarti prima della partenza –
- Magari ci rivediamo –
- Magari no –
Uno spiffero d’aria spinge la porta della cucina in un tonfo di chiusura. I due uomini si voltano verso il suono, secco e assoluto come uno sparo, poi tornano a guardarsi.
- Hai lasciato le finestre aperte – commenta l’altro senza interesse.
- Volevo respirare un po’ –
- La nebbia di Fine Viaggio? –
- La speranza di Cimitero di Solitudine –
- Allora hai deciso –
- Mi conosci da così tanto tempo. Non hai bisogno di stupirti –
Gli occhi dei due uomini non smettono di fissarsi nell’esumazione di ricordi imputriditi.
- Hai iniziato a suonare per riempire la tua solitudine. E il violino stride di vita. È per questo che hai voluto anche insegnarlo -
- Portavo la vita, l’unica che conosco –
- Ma poi anche il violino taceva e non ti rimaneva mai nulla in mano –
- Forse sì, forse sarebbe accaduto se avessi incontrato una donna appassionata dalla mia musica. Forse le note sarebbero rimaste negli accordi del suo sguardo ammirato, nel ritmo dei suoi respiri sospesi. Ed io mi sarei sentito vivo, ancora –
- E come lei, immaginavi tutta la famiglia –
- Ho sempre desiderato una figlia, lo sai –
I due uomini annuiscono, in una complicità che li ha uniti senza ritorno.
- Soprattutto da quando hai ucciso quella bambina, la tua prima allieva –
- Non aveva amore dopo le mie note. Lasciava spegnersi la musica e diventava assente, persa nei giochi, negli appuntamenti con le amiche. Così, ogni volta, mi lasciava solo. Il violino ed io. E lei che se ne andava –
- Ed hai iniziato ad odiarla. Fino ad odiare anche la tua famiglia inesistente –
- Sì –
- Fino ad ucciderli nella fantasia ogni giorno –
- Sì –
- Come hai ucciso altri allievi nella realtà –
- Sì –
- Ed ora –
- Ora non mi rimane altro che il livore della mia solitudine. Del mio silenzio. Niente più note prive di ascolto. Niente più assenze di ammirazione –
Il viso del maestro Camillo Fadore è accarezzato da lacrime sottili e discrete che luccicano di speranza attraverso lo specchio dell’armadio.
Anche la sua immagine riflessa piange, proprio come lui, e continua a parlargli
- Forse ora ti senti meglio. Il veleno che hai messo nel caffé dovrebbe già fare effetto-
- Sì – annuisce il violinista e con lui l’immagine riflessa, in una complicità indissolubile fino alla morte – Ora è tempo di salutarci, sento che le forze mi abbandonano –
- Stammi bene, Camillo –
E i due uomini, uno davanti allo specchio, uno all’interno, chiudono insieme gli occhi.
***
Miao, gatto vagabondo di Fine Viaggio, è improvvisamente distolto dal suo meticoloso leccare di zampe. Il tonfo del corpo che cade al suolo lo spaventa e lo spinge ad abbandonare in tutta fretta il comodo giaciglio creato tra le cornici prive di foto che ha sparso sul pavimento. Con un balzo attraversa la finestra della stanza e atterra nel balcone sottostante. Qui, con cura, continua ancora un po’ la sua toilette.
Poi, finalmente tranquillo, ondeggia tra le piante incolte di Carmen e della sua amica professoressa.
*racconto inserito nell’antologia “Città di Solitudine”.
parola
parola
di Giovanni Sicuranza
Una sola parola, ripetuta in rapida successione.
Piena. Assoluta.
La sento arrivare fino al mio stomaco, riempirlo così tanto che ogni volta il diaframma si blocca.
Quando ricomincio a respirare, la parola torna.
Non riesco a trovare il tempo per capire, qui, piegato sulle mie paure, chino sul suolo scivoloso di feci.
Nevicano escrementi dai pipistrelli appesi sopra la mia testa. Ma non voglio protestare, rischierei di svegliarli tutti, centinaia, migliaia, e di essere travolto dalle loro ali ubriache di cecità.
Ed ora basta, silenzio, la parola torna, mi rotola dentro.
Il diaframma si inarca di paura. Poi tace.
***
- Lascia perdere, lo abbiamo perso -
- Perché? –
- Perché è morto, direi –
- Intendo, perché mai lo avrà fatto –
- Lascia perdere, ho detto, e vai a casa. Il tuo turno è finito tre ore fa –
- Lo conoscevo –
- Non troppo, evidentemente –
- Era un vicino di casa gentile –
- Anche quando attirava in casa i bambini –
- Li ha mangiati –
- Tutti tranne l’ultimo; è stato un mito a spaccargli il cranio con quella statua di pipistrello. Lo so, come medico non devo fare distinzioni, ma come donna lascia che ti dica che sono sollevata nel vederlo qui, con la testa gonfia e rossa di sangue come un cocomero. Caspita, ho tre figli piccoli, io –
- Conosco bene quella statua di pipistrello, nera e glaciale, affacciata alla sua finestra. La puliva tutti i giorni –
- Fosse solo quello. Hai sentito, no? Tutti i giorni beveva sangue dai bambini rapiti, fino a consumarli. Poi si nutriva dei loro corpi -
- Hai notato come le sue condizioni sono precipitate proprio mentre urlavo all’infermiera di prendere le sacche? –
- Per me è solo un segno di giustizia. Ha tolto il sangue fino ad uccidere ed è morto alla parola “sangue” –
- Mi sa che ho bisogno di un bagno caldo –
- Spegni tutto dai, ti accompagno a casa –
***
Mi piace questo nuovo silenzio.
Mi riempie di nulla e nel nulla ho tutto lo spazio per muovermi.
La vita giovane dona sangue in un denso inno di forza.
Anche quando è colonizzato da virus.
Anzi, nonostante sia un biologo, adesso so che il sangue infetto è sorprendente.
Ma credo che in qualche modo i pipistrelli lo intuissero già da tempo. Lambiscono sangue e riproducono virus in una simbiosi secolare che non si è mai interrotta. E' il segreto della loro rinascita, ogni crepuscolo.
Rosso virale di resurrezione.
Dopo avere bevuto tutto il sangue infetto da quel bambino, ho scoperto che nel passaggio tra lui e me il virus era mutato.
Fino a bloccare la mia morte.
Ho ascoltato le parole dei rianimatori, scontate, senza la forza del sangue.
Ma la donna ha annunciato di avere tre figli.
Ora, lasciate che i bambini vengano a me.
Sono il mio nuovo mondo.
Il mio avvento.
di Giovanni Sicuranza
Una sola parola, ripetuta in rapida successione.
Piena. Assoluta.
La sento arrivare fino al mio stomaco, riempirlo così tanto che ogni volta il diaframma si blocca.
Quando ricomincio a respirare, la parola torna.
Non riesco a trovare il tempo per capire, qui, piegato sulle mie paure, chino sul suolo scivoloso di feci.
Nevicano escrementi dai pipistrelli appesi sopra la mia testa. Ma non voglio protestare, rischierei di svegliarli tutti, centinaia, migliaia, e di essere travolto dalle loro ali ubriache di cecità.
Ed ora basta, silenzio, la parola torna, mi rotola dentro.
Il diaframma si inarca di paura. Poi tace.
***
- Lascia perdere, lo abbiamo perso -
- Perché? –
- Perché è morto, direi –
- Intendo, perché mai lo avrà fatto –
- Lascia perdere, ho detto, e vai a casa. Il tuo turno è finito tre ore fa –
- Lo conoscevo –
- Non troppo, evidentemente –
- Era un vicino di casa gentile –
- Anche quando attirava in casa i bambini –
- Li ha mangiati –
- Tutti tranne l’ultimo; è stato un mito a spaccargli il cranio con quella statua di pipistrello. Lo so, come medico non devo fare distinzioni, ma come donna lascia che ti dica che sono sollevata nel vederlo qui, con la testa gonfia e rossa di sangue come un cocomero. Caspita, ho tre figli piccoli, io –
- Conosco bene quella statua di pipistrello, nera e glaciale, affacciata alla sua finestra. La puliva tutti i giorni –
- Fosse solo quello. Hai sentito, no? Tutti i giorni beveva sangue dai bambini rapiti, fino a consumarli. Poi si nutriva dei loro corpi -
- Hai notato come le sue condizioni sono precipitate proprio mentre urlavo all’infermiera di prendere le sacche? –
- Per me è solo un segno di giustizia. Ha tolto il sangue fino ad uccidere ed è morto alla parola “sangue” –
- Mi sa che ho bisogno di un bagno caldo –
- Spegni tutto dai, ti accompagno a casa –
***
Mi piace questo nuovo silenzio.
Mi riempie di nulla e nel nulla ho tutto lo spazio per muovermi.
La vita giovane dona sangue in un denso inno di forza.
Anche quando è colonizzato da virus.
Anzi, nonostante sia un biologo, adesso so che il sangue infetto è sorprendente.
Ma credo che in qualche modo i pipistrelli lo intuissero già da tempo. Lambiscono sangue e riproducono virus in una simbiosi secolare che non si è mai interrotta. E' il segreto della loro rinascita, ogni crepuscolo.
Rosso virale di resurrezione.
Dopo avere bevuto tutto il sangue infetto da quel bambino, ho scoperto che nel passaggio tra lui e me il virus era mutato.
Fino a bloccare la mia morte.
Ho ascoltato le parole dei rianimatori, scontate, senza la forza del sangue.
Ma la donna ha annunciato di avere tre figli.
Ora, lasciate che i bambini vengano a me.
Sono il mio nuovo mondo.
Il mio avvento.
carpe diem
carpe diem di Giovanni Sicuranza
In qualche vicolo dei pensieri, di quelli stretti e bui, Valentina sa che il portone si chiuderà del tutto solo con l’aiuto di una spinta.
Ma la luce che cerca è oltre la soglia, nella rugiada di un desiderio sospirato da settimane. Per questo con un balzo è già fuori.
E la strada ora non è più nella mente, ma sotto i suoi occhi.
Non è più piccola e scura.
È un rivolo di cemento che sguscia dal palazzo di periferia, fino a diventare piena luminosa di vetrine che irrompe verso il centro della città.
Le bolle di umidità che cadono sul corpo sono spezzate da una pennellata sottile di vento.
Valentina potrebbe anche annusare la promessa di temporale che scivola dalle colline, se solo ne avesse il tempo e la voglia.
Ma è già diventata passi affamati sulla strada, spalle indifferenti al lento arrancare del portone sul palazzo, occhi brucianti di attesa oltre le lenti nere degli occhiali all’ultimo grido.
“Baa-laa-rex”, esulta dentro un sorriso che si spalma sul viso abbronzato.
È l’ultimo grido, appunto, quello che lacera i ritmi della città dalle gole dei televisori.
Una figata, la pubblicità dei suoi occhiali da sole “Balarex”.
Con l’urlo catodico che le riempie il cuore, Valentina affretta passi e desideri.
La città sbadiglia luci dalle finestre, raccolta attorno ai sospiri di un vento distratto, mentre il tramonto la bagna in un ultimo sputo.
La strada è già anteprima del deserto che diventerà tra poco, alla chiusura dei negozi, nel richiamo dei telequiz, e per Valentina è invito a camminare veloce, ancora più veloce, sull’asfalto, tempestarlo di passi, quasi frantumarlo, tanto i suoi piedi sono protetti dalle suole imbottite e fosforescenti delle scarpe “Rimbal”.
Una figata anche la loro pubblicità.
“Riiimm-ball” urla il suo unico pensiero nel silenzio affannato della città. E a Valentina sembra che echeggi davvero tra le case, come il verso l’eroina che salta da una discoteca all’altra nel cielo dei pixel azzurrini di ogni televisore prima, dopo e forse anche durante i telegiornali.
Ancora poco, scopre in un doppio salto orgasmico del cuore, esumando l’ultimo modello di orologio “Contemp” dalla manica del maglione viola appagante.
Per un attimo, solo il singhiozzo di attimo, Valentina si distrae nello splendore del suo polso ricamato dal cinturino rosa dell’orologio “che si avvolge intorno a chi lo merita”, come declama la pubblicità ad ogni angolo di interruzione di tele-quiz e tele-show.
Nemmeno un passo più avanti, tutto il suo respiro è di nuovo attesa fremente del desiderio prossimo a realizzarsi.
È lì, dietro l’angolo, e già dall’indomani sarà il segno del suo potere tra le amiche.
Lo capiranno tutte, perché lo insegnano le riviste lette in classe tra i distratti bla bla di insegnanti monocordi, lo annuncia la televisione, lo sottolineano persino i grandi manifesti che viaggiano appesi alle fiancate degli autobus.
A scuola, Valentina sarà la prima ad averlo, e lo indosserà con la stessa eleganza alta tre metri di quelle modelle che ciondolano sulla patina liscia delle copertine e degli schermi.
Accelera ancora, e forse si metterebbe anche a volare, perché tanto i suoi eroi manga lo fanno sempre, quando all’improvviso gli occhi urtano due gambe gettate in una pozza scura del marciapiede.
Il naso si ritrae in se stesso quando intuisce un odore assolutamente non in programma.
- Scusi, signorina – farfuglia il proprietario di quelle zampe che hanno rischiato di farla inciampare.
A Valentina sembra che anche il suo alito sia palude di urina.
Si scosta veloce, trattenendo il respiro per non sprecarlo sul barbone accatastato sul marciapiede, proprio a pochi passi dal suo desiderio.
Se potesse chiuderebbe dentro di sé anche tutti i suoi preziosi monili, invece fa un salto oltre l’angolo atterrando sul morbido delle suole, mentre il gorgogliare del mostro chiede aiuto.
Valentina non capisce cosa succede a quel cencio puzzolente di urina e abbandono e comunque non ha importanza.
Nonostante lo sgradevole imprevisto, già sorride.
Eccolo lì, in vetrina, il suo desiderio, ancora illuminato dalle ultime luci della giornata.
Lo osserva cosparsa di adorazione e non c’è lamento che possa riguardarla.
La città decide che è ora di afflosciarsi su se stessa, perché tanto del temporale non importa nulla a nessuno.
***
- È fantastico! – trilla l’amica roteando occhi e mani intorno al casco.
Valentina scende piano dal motorino, nel prologo dell’ammirazione di tutta la classe.
- È proprio l’ultimo modello, quello con le ali disegnate dal mitico Andie J! – sospira l’amica in un incremento di salivazione che innaffia l’umidità del parcheggio.
- Già – soffia Valentina senza aggiungere altro, perché altro è tutto e tutto è nel casco comprato ieri, mentre un barbone moriva al suo fianco.
Lo ha scoperto questa mattina, ascoltando distrattamente il telegiornale tra un riflesso e l’altro dello specchio, persa nell'immagine tronfia del suo acquisto.
Poi, con un’occhiata all’orologio “Contemp”, saltando sulle scarpe “Rimbal”, è corsa al motorino, un “Mor-dens” rosso urlante teso allo scatto. Premurosa di silenziosa attenzione, ha adagiato il casco nel portapacchi ed è sfrecciata verso lo stupore e l’invidia delle compagne di scuola.
Ora, finalmente arrivata, mentre la campanella sbuffa l’inizio delle lezioni, Valentina indossa il casco.
Dedica uno sguardo lontano all’ovale di ammirazione incastonato nel volto dell’amica e si incammina lenta lungo le scale con il desiderio di tutti i coetanei, e forse del mondo, sulla sua testa. Maestosa di vittoria.
In qualche vicolo dei pensieri, di quelli stretti e bui, Valentina sa che il portone si chiuderà del tutto solo con l’aiuto di una spinta.
Ma la luce che cerca è oltre la soglia, nella rugiada di un desiderio sospirato da settimane. Per questo con un balzo è già fuori.
E la strada ora non è più nella mente, ma sotto i suoi occhi.
Non è più piccola e scura.
È un rivolo di cemento che sguscia dal palazzo di periferia, fino a diventare piena luminosa di vetrine che irrompe verso il centro della città.
Le bolle di umidità che cadono sul corpo sono spezzate da una pennellata sottile di vento.
Valentina potrebbe anche annusare la promessa di temporale che scivola dalle colline, se solo ne avesse il tempo e la voglia.
Ma è già diventata passi affamati sulla strada, spalle indifferenti al lento arrancare del portone sul palazzo, occhi brucianti di attesa oltre le lenti nere degli occhiali all’ultimo grido.
“Baa-laa-rex”, esulta dentro un sorriso che si spalma sul viso abbronzato.
È l’ultimo grido, appunto, quello che lacera i ritmi della città dalle gole dei televisori.
Una figata, la pubblicità dei suoi occhiali da sole “Balarex”.
Con l’urlo catodico che le riempie il cuore, Valentina affretta passi e desideri.
La città sbadiglia luci dalle finestre, raccolta attorno ai sospiri di un vento distratto, mentre il tramonto la bagna in un ultimo sputo.
La strada è già anteprima del deserto che diventerà tra poco, alla chiusura dei negozi, nel richiamo dei telequiz, e per Valentina è invito a camminare veloce, ancora più veloce, sull’asfalto, tempestarlo di passi, quasi frantumarlo, tanto i suoi piedi sono protetti dalle suole imbottite e fosforescenti delle scarpe “Rimbal”.
Una figata anche la loro pubblicità.
“Riiimm-ball” urla il suo unico pensiero nel silenzio affannato della città. E a Valentina sembra che echeggi davvero tra le case, come il verso l’eroina che salta da una discoteca all’altra nel cielo dei pixel azzurrini di ogni televisore prima, dopo e forse anche durante i telegiornali.
Ancora poco, scopre in un doppio salto orgasmico del cuore, esumando l’ultimo modello di orologio “Contemp” dalla manica del maglione viola appagante.
Per un attimo, solo il singhiozzo di attimo, Valentina si distrae nello splendore del suo polso ricamato dal cinturino rosa dell’orologio “che si avvolge intorno a chi lo merita”, come declama la pubblicità ad ogni angolo di interruzione di tele-quiz e tele-show.
Nemmeno un passo più avanti, tutto il suo respiro è di nuovo attesa fremente del desiderio prossimo a realizzarsi.
È lì, dietro l’angolo, e già dall’indomani sarà il segno del suo potere tra le amiche.
Lo capiranno tutte, perché lo insegnano le riviste lette in classe tra i distratti bla bla di insegnanti monocordi, lo annuncia la televisione, lo sottolineano persino i grandi manifesti che viaggiano appesi alle fiancate degli autobus.
A scuola, Valentina sarà la prima ad averlo, e lo indosserà con la stessa eleganza alta tre metri di quelle modelle che ciondolano sulla patina liscia delle copertine e degli schermi.
Accelera ancora, e forse si metterebbe anche a volare, perché tanto i suoi eroi manga lo fanno sempre, quando all’improvviso gli occhi urtano due gambe gettate in una pozza scura del marciapiede.
Il naso si ritrae in se stesso quando intuisce un odore assolutamente non in programma.
- Scusi, signorina – farfuglia il proprietario di quelle zampe che hanno rischiato di farla inciampare.
A Valentina sembra che anche il suo alito sia palude di urina.
Si scosta veloce, trattenendo il respiro per non sprecarlo sul barbone accatastato sul marciapiede, proprio a pochi passi dal suo desiderio.
Se potesse chiuderebbe dentro di sé anche tutti i suoi preziosi monili, invece fa un salto oltre l’angolo atterrando sul morbido delle suole, mentre il gorgogliare del mostro chiede aiuto.
Valentina non capisce cosa succede a quel cencio puzzolente di urina e abbandono e comunque non ha importanza.
Nonostante lo sgradevole imprevisto, già sorride.
Eccolo lì, in vetrina, il suo desiderio, ancora illuminato dalle ultime luci della giornata.
Lo osserva cosparsa di adorazione e non c’è lamento che possa riguardarla.
La città decide che è ora di afflosciarsi su se stessa, perché tanto del temporale non importa nulla a nessuno.
***
- È fantastico! – trilla l’amica roteando occhi e mani intorno al casco.
Valentina scende piano dal motorino, nel prologo dell’ammirazione di tutta la classe.
- È proprio l’ultimo modello, quello con le ali disegnate dal mitico Andie J! – sospira l’amica in un incremento di salivazione che innaffia l’umidità del parcheggio.
- Già – soffia Valentina senza aggiungere altro, perché altro è tutto e tutto è nel casco comprato ieri, mentre un barbone moriva al suo fianco.
Lo ha scoperto questa mattina, ascoltando distrattamente il telegiornale tra un riflesso e l’altro dello specchio, persa nell'immagine tronfia del suo acquisto.
Poi, con un’occhiata all’orologio “Contemp”, saltando sulle scarpe “Rimbal”, è corsa al motorino, un “Mor-dens” rosso urlante teso allo scatto. Premurosa di silenziosa attenzione, ha adagiato il casco nel portapacchi ed è sfrecciata verso lo stupore e l’invidia delle compagne di scuola.
Ora, finalmente arrivata, mentre la campanella sbuffa l’inizio delle lezioni, Valentina indossa il casco.
Dedica uno sguardo lontano all’ovale di ammirazione incastonato nel volto dell’amica e si incammina lenta lungo le scale con il desiderio di tutti i coetanei, e forse del mondo, sulla sua testa. Maestosa di vittoria.
lunedì 11 giugno 2007
altra recensione di "maschere"
A cura di Annamaria Trevale su Progetto Babele.
Il link:
http://www.progettobabele.it/rec_libri/MOSTRARECENSIONE.php?id=2679
Il link:
http://www.progettobabele.it/rec_libri/MOSTRARECENSIONE.php?id=2679
belladonna
bella donna
racconto di Giovanni Sicuranza
- Non sta prendendo troppo caffé?
La tazza si ferma a pochi istanti dalle labbra, indecisa. Ma l’aroma continua ad arrampicarsi fino al naso, su volute di fumo, e porta con sé la risposta.
La donna sorride appena, chiude gli occhi e beve un sorso.
- Mai abbastanza – risponde riaprendo gli occhi, la tazza avvolta dalle mani all’altezza delle labbra. Guarda l’uomo anziano seduto di fronte a lei.
Sono ad un tavolo da quasi mezz’ora, nella penombra di un bar in chiusura, e lui ancora non le ha svelato nulla. Non ha nemmeno iniziato a bere il the che ha ordinato e che ormai, a giudicare dall’assenza di fumo, deve essere un’agonia di liquido scuro.
Si limita a fissarla, o a sviare l’argomento con sciocche domande sulle sue abitudini.
Ma ancora non risponde a quelle di lei. Buffo, visto che tra loro, la donna è la giornalista e l’uomo l’intervistato.
- È solo che troppo caffé fa salire la pressione – si giustifica l’uomo con un’alzata di spalle – Lo so perché il dottore me li ha vietati – risata breve, nervosa, che spezza il tono sommesso delle parole - Veramente mi ha vietato ogni svago, fumo, alcool, persino sesso. Ma per questo ormai ho poche ambizioni – poi il tono torna quel mormorio monotono ed inconcludente che sta innervosendo la donna – Lo dicevo solo per i suoi occhi, signora.
- I miei occhi? – la tazza di caffé ha un sussulto di sorpresa.
- Ha occhi molto belli, che dovrebbe valorizzare – l’uomo si sporge verso lei, lei arretra sullo schienale della sedia – Invece tutto quel caffé le rimpicciolisce le pupille.
- Ma pensa – sbuffa lei, le parole che fendono la scia di fumo del caffé e la fanno ondeggiare.
Quindi poggia la tazza sul tavolo e si china a sua volta verso l’uomo. Lui rimane fermo, gli occhi nei suoi.
- Signor Dalaiti – sussurra imitandone il tono – Se continua a divagare, tra poco qui sarà così buio che non riusciremo nemmeno a vederci in faccia. Altro che occhi.
Le labbra di lui diventano sorriso, e lo fanno in un modo così debole che lei legge solo amarezza.
- È venuta per una storia che sanno già tutti. Di cosa dovrei parlare ancora?
Lei si guarda intorno, veloce, da una parta, dall’altra.
Nessuno oltre loro. Solo il barista è una presenza svelata alle sue spalle dal suono di bicchieri e acqua corrente.
Si chiede se sia stato un bene incontrare quest’uomo nel bar dove passa gran parte della giornata da sette anni. Ha pensato che era il luogo per proporgli un’intervista, ma ora teme che nemmeno nel suo ambiente abituale si sente del tutto a suo agio.
- Mi aveva promesso – inizia.
Lui alza una mano.
- Dottoressa – e si ferma, le sopracciglia che si alzano, perplesse.
- Tirana – le ricorda lei, veloce – Sofia Tirana.
- Non se la prenda, dottoressa Sofia Tirana. Manterrò la promessa – Dalaiti si volta verso la vetrata, lo sguardo che vaga tra le movenze assopite del piccolo paese - È che sono passati tanti anni ed ora tutto mi cade di nuovo addosso.
- Beh – fa’ lei, le mani che prendono la tazza e la sollevano. Gli occhi cadono nel caffé ancora fumante, poi salgono a cercare il volto dell’uomo. La tazza torna sul tavolo – Senta, adesso le tecniche sono diverse, più sofisticate, e c’è chi vorrebbe riaprire il caso.
Dalaiti annuisce.
- Certo, certo. Ci sono quegli esperti ora – la mano si agita nell’aria – come si chiamano.
- Botanici forensi.
- Ecco, quelli, e voi giornalisti tornate subito da me – la mano si abbandona sul tavolo con un tonfo di protesta.
Lo sguardo di Sofia coglie il sussultare del caffé e rimane a vagare in quel liquido nero, mentre le parole dell’uomo giungono lontane.
- Avevamo preso la casa da pochi giorni, cosa ne potevo sapere dello scheletro.
La giornalista annuisce, gli occhi ancora nel buio del caffé.
- Gli inquirenti sospettavano che sua moglie si fosse suicidata. Ma durante le ricerche hanno trovato uno scheletro. Allora hanno pensato che lei potesse averla, ecco, sì, uccisa.
Torna a guardare l’uomo. Che tace, che ha occhi come fessure, ora, e le labbra serrate, deformate in una smorfia.
- È vero – si affretta ad aggiungere Sofia – Hanno trovato uno scheletro e sua moglie era scomparsa da due giorni.
- E noi eravamo in quella casa da una sola settimana – ribadisce lui, duro.
- Però – la donna sospira, in un gesto veloce afferra di nuovo la tazza e beve un sorso – Però, senta.
Ancora la mano dell’uomo sale ad interromperla.
È grande, questa mano, Sofia se ne rende contro solo ora, nei riflessi del tramonto che filtra dai vetri e accentua i profili.
È grande come un badile.
- So già cosa vuole dirmi. Mia moglie è scomparsa da allora.
- E il terreno sopra il cadavere era stato smosso da poco.
- Errore, mia cara – l’uomo chiude gli occhi – Tutto il terreno era stato appena smosso. Era per via della passione di Guendalina.
- La passione di? – echeggia lei, mentre si affanna a cercare nella mente l’informazione che le manca. Non trova nessuna passione in quello che sa della donna, solo un lungo mistero grigio.
Eppure si è preparata bene sul caso Dalaiti.
***
Sette anni prima di questo incontro.
Sono nuovi del paese, i coniugi Dalaiti. Si sono trasferiti da pochi giorni, dopo che la figlia, l’unica figlia, è morta.
La madre era entrata presto nella sua camera, per svegliarla, perché quella mattina cominciava la gita con il suo fidanzato, ma subito aveva capito che la figlia non stava dormendo. Gli occhi sbarrati sul nulla, la bocca piena di schiuma rosata. Edema polmonare acuto, aveva accertato il medico necroscopo, e da allora casa Dalaiti era precipitata in un silenzio gravido di dolore.
Fino a quando i coniugi Dalaiti avevano smesso di vagare in quel cimitero di ricordi e si erano decisi per il trasloco. E per ricominciare a vivere hanno scelto una piccola villa di paese al confine con la campagna.
Un tentativo durato una sola settimana.
L’ottavo giorno, durante una giornata umida d’estate, un agitato signor Eugenio Dalaiti denuncia la scomparsa della moglie.
La signora Guendalina Dalaiti è andata a dormire la sera prima, alle ventidue e trenta, come sempre. Prima ha anche salutato alcuni boscaioli che tornavano ai focolari. Lo ha fatto dalla veranda con un cenno della mano, ampio, allegro, come puntualizzeranno in seguito gli uomini.
E la mattina dopo, senza premesse, senza biglietti, senza un che, è svanita.
Il marito lo scopre al risveglio, mentre l’alba si adagia nella parte del letto che lei ha scelto. Anche lui adagia la mano sulle lenzuola, a seguire i raggi di soli. E le sente vuote. Fredde.
L’uomo è disperato, teme il suicidio. E subito iniziano le ricerche.
Al primo sopralluogo, i Carabinieri scoprono che dal giardino dei Dalaiti, pieno di erbe lunghe e verdi, proviene un odore strano. Non è odore di morte, ma è comunque sgradevole. Intenso. Ma non solo. Il terreno è stato smosso da poco. Ovunque.
Subito sono disposti gli scavi. Mentre nessun angolo è risparmiato dalla furia delle ruspe, uno scheletro emerge dai silenzi della terra.
La situazione si complica.
Eugenio Dalaiti ha ucciso sua moglie e ne occultato il cadavere?
Impossibile. Guendalina è svanita. Ma da pochi giorni.
Quello scheletro sembra essere lì da anni. E i coniugi Dalaiti hanno acquistato la villa dopo il decesso del vecchio proprietario, il mite edicolante Pierpaolo Antonio Sfoglia, tra l’altro affetto da una forma di asma così grave da costringerlo al guinzaglio di una bombola ad ossigeno. Nessuno riesce ad immaginarlo mentre scava una fossa e seppellisce un corpo.
Ma intanto Guendalina Dalaiti non si trova. E quello scheletro parla poco.
Però ciò che dice potrebbe incastrare il marito affranto. Il bacino è largo come quello di una donna, le facce articolari sono consumate come quelle di una persona non più giovane. Insomma, ad immaginare le ossa di Guendalina Daliti al momento della scomparsa, è proprio così che dovrebbero essere.
Solo che quello scheletro non ha tracce di organi molli, né di scalfitture che porterebbero ad ipotizzare l’asportazione forzata della carne. Anzi, ad esaminarlo bene non ha proprio nessun segno di lesione.
Guendalina Dalaiti è scomparsa da pochi giorni, ma il segreto che cela il suo giardino è quello di una donna anziana morta da anni e senza traumi.
Sette anni dopo, il mistero è rimasto ancora un punto interrogativo senza soluzione.
Solo il signor Eugenio Dalaiti sembra rassegnato e, solitario, trascorre le ferite della sua vita tra la casa e il bar. Ogni tanto giornalisti come Sofia Tirana, in cerca di notizie in un luogo dove le vicende più appetitose riguardano la squadra di calcio, tornano da lui.
Che non sembra mai sorpreso, e se ne sta lì, ad ascoltare domande, in penombra, in silenzio, come un fiore appassito che non aspetta più nulla, nemmeno l’acqua, nemmeno.
***
- La passione di sua moglie era per i fiori! - si illumina Sofia.
No, dice l’uomo anziano seduto di fronte a lei.
- No?
Eugenio Dalaiti sospira sopra anni di sospetti che tornano a trovarlo periodicamente, unici conoscenti rimasti dopo la perdita della figlia e della moglie.
- Erbe, mia cara dottoressa, mia moglie aveva la passione delle erbe.
- Ah – inizia Sofia e sorride – Dovevo ricordarmelo – poi spalanca gli occhi sul viso afflosciato dell’uomo - Ecco perché vogliono riaprire il caso e fare analizzare lo scheletro dai botanici. Cercano tracce di erbe.
- Possono trovarne, vero? – chiede lui, con apparente distacco.
Ma Sofia ha un sussulto. Intuisce che è una domanda importante, la prima vera informazione che l’uomo cerca da quando si sono presentati.
- Certo – si affretta a spiegare - Anche le erbe possono dare indizi di un omicidio – Sofia si morde un labbro – Cioè, di una morte, volevo dire.
L’uomo abbassa lo sguardo e in quel gesto Sofia capisce qualcos’altro. Eugenio Dalaiti le ha posto la domanda con rassegnazione.
Allora, forse senza nemmeno deciderlo razionalmente, allunga una mano su quella dell’uomo.
- Cosa è successo a sua moglie? – sussurra.
Un silenzio lungo, che si innalza sopra i suoni del barista, sopra il ronzio delle luci al neon.
- L’ha uccisa lei, signor Dalaiti?
L’uomo non risponde. Non subito. Prende la tazza di the e si decide a bere un sorso, lungo. Poi, come nel timore di rompere la porcellana, lento la ripone sul tavolo.
E quando finalmente solleva gli occhi, Sofia Tirana entra in un abisso di dolore.
***
- Vado io! – esclama la donna in uno slancio gioioso e già corre verso la porta.
Il marito rimane immobile, stupito, seduto sul divano dove stavano discutendo del loro futuro fino a un istante prima del suono del campanello. Il tono di lei, il suo rapido scatto gli hanno mostrato di nuovo una donna che credeva non esistesse più, non dalla morte della loro figlia, almeno. Per questo se ne sta ancora lì, con il riflesso di un sorriso rivolto alle tende chiuse del balcone.
- Entri pure, venga, non si preoccupi della terra, sa abbiamo appena dato una sistemata a tutto il giardino – sente la raffica di parole della moglie esplodere dall’atrio – Eugenio, Eugenio, per favore.
- Arrivo – fa’ lui e si alza, il sorriso che è già diventato un ricordo lontano.
L’uomo sull’atrio è così magro che per un attimo Eugenio è sicuro di vederlo spezzarsi sotto il peso del contenitore che sta trasportando. La moglie, invece, deve essersi già frammentata in qualche spazio sub-atomico, perché continua a sentirne la voce, ma non riesce a vederla.
- Guendalina? – chiede con parole pesanti di timore.
- Uff –l’estraneo scivola sulla parete, il sacco abbandonato proprio sull’uscio – Buongiorno signore.
- Guenda … Buongiorno a lei – risponde Eugenio e si decide ad avvicinarsi – Sta bene?
L’altro ha gli occhi chiusi sotto una cascata di sudore, sibila come in un attacco di asma, ma annuisce.
- Signore, mi scusi, signore, sto bene, ma se, per favore – e indica il sacco senza aprire gli occhi.
- Guendalina? – ripete ottuso Eugenio.
L’altro appoggia il capo sulla parete con un tonfo sordo.
- Sta bene? – chiede ancora Eugenio, certo che quello sia rumore di ossa, aspettando l’uscita del sangue dalla nuca dell’uomo.
Silenzio.
- Guendalina?
E allora l’uomo apre gli occhi e fissa Eugenio con un’espressione obliqua tra il compatimento e la perplessità.
- Signore, è sicuro, lei, di stare bene?
- Come, scusi?
- Nel senso, sa, le chiedevo solo se mi dava una mano a sistemare il sacco in casa – un lungo sospiro – Ce ne sono a decine sul camion e io sono solo.
- Ma certo, però, ecco.
- Sua moglie è corsa in giardino – e con queste parole l’uomo chiude di nuovo gli occhi, e si passa una mano sulla fronte.
Per Eugenio a questo punto può anche accasciarsi al suolo in una scia di sudore sulla parete. Scavalca il sacco e si precipita sulla veranda.
Sua moglie è proprio in giardino, che zampetta sulla terra smossa, attenta a non finire in una delle tante buche che hanno scavato durante la mattina e il giorno prima pure.
Eugenio apre la bocca in un ovale pieno di incredulità.
Eccola la sua Guendalina, una sessantenne depressa, una semina di artrosi in tutto il corpo, eccola che salta come una bambina.
Rimane così, a guardarla, trattenendo anche il respiro per non rompere quel momento folle e stupendo. Fino a quando anche lei lo vede e si ferma.
- Eugenio, sono arrivate! – urla, le braccia che si lanciano al cielo.
Lui solleva una mano sopra la testa, in modo che la moglie possa vedere bene, e alza il pollice. Lei gli risponde battendo le mani.
- Beh, devono proprio valere molto queste erbacce per sua moglie – annaspa una voce alle sue spalle.
Eugenio si volta, duro.
- Non sono erbacce.
L’altro annuisce, senza scomporsi.
- Per me, basta che mi date una mano e mi pagate.
- Eugenio!
L’uomo si gira ancora verso la moglie.
Lei gli manda un bacio con la mano. Lui annuisce, appena, anche se sa che il suo gesto non può essere visto.
- Senta – si rivolge poi all’altro uomo, che ancora non trova un ritmo naturale di respiro – Entri dentro che le offro un bicchiere di acqua e la pago. Per le erbe non si preoccupi, ci aiuta solo a scaricarle dal camion e poi è libero di andare.
Prima di entrare dedica un’altra occhiata alla sua donna, che ha ripreso a danzare nel giardino.
Decide che questo dovrà essere il ricordo di sua moglie, quello che porterà sempre con sé.
***
La tazza è sul tavolino, avvolta dai loro sguardi. Tutto intorno, la stanza è solo un sussurrio di particolari che ondeggiano pigri alla fiamma di una candela.
- Nostra figlia aveva ragione. Il sapore è gradevole.
- Ne verso ancora, allora.
- Aspetta.
Guendalina allunga una mano sul braccio del marito.
- Accendi le altre candele, prima.
- Sicura? Credevo volessi fare tutto all’ombra – esita Eugenio, l’infuso già inclinato verso la tazza.
In realtà l’idea di un’unica candela ad illuminare questa lunga sera che scende sulla vita è stata proprio sua.
- Non tirarti indietro, Eugenio – la mano si stringe ancora di più sul braccio e lo costringe a posare l’infuso sul tavolo – So che preferisci non vedere la mia trasformazione, ma è la stessa che aveva nostra figlia.
Eugenio sospira. Inutile aggiungere che proprio quella trasformazione ha ucciso la figlia.
Lo sanno bene, è il loro segreto. E a questo se ne sta aggiungendo un altro, forse ancora più terribile.
Si alza e si sposta sulle altre candele, accendendole una ad una con un lungo fiammifero da forno. Quando ha terminato, rimane ad osservare i bagliori rossi che si rincorrono frenetici sulla parete.
- Girati, Eugenio – lo invita Guendalina alle sue spalle.
- Guendalina, io.
- Guardami, Eugenio, guarda il mio viso.
E l’uomo si gira. Si gira verso la moglie che sta già cambiando. Si gira sul suo viso che ha lo stesso colore rosso delle fiamme, sui suoi occhi che sono pupille enormi, dilatate di blu.
- Sei come lei – sospira, senza riuscire a muovere un solo passo.
Guendalina sembra sorridere, anche se è solo un’intuizione sui muscoli del viso che si stanno paralizzando.
- Nostra figlia prendeva sempre la bella donna. A dosi minime. E davvero sembrava bella, ricordi? Gli occhi che diventavano un verde enorme, immenso, il viso luccicante. Era proprio un fiore.
- Ma quel giorno ha sbagliato dosaggio – mormora Eugenio, improvvisamente smarrito in se stesso – Voleva fare colpo sul suo nuovo fidanzato e – china il capo, i capelli disegnati dalle luci delle candele, cespugli di erba infuocata su uno sfondo nero.
- Versane ancora, mio amore – lo invita Guendalina allungando una mano tremante verso di lui – È il nostro ultimo patto, lo sai. Il nostro ultimo segreto.
- Il mio ultimo segreto – corregge lui, chiedendosi dove sta trovando la forza per parlare ancora.
- E lo manterrai per sempre, lo hai giurato.
- Sì – la rassicura Eugenio, ascoltando la sua voce come se fosse quelle di un altro.
E mentre prende il contenitore dell’infuso per riempire ancora la tazza della moglie, gli sembra che anche i suoi gesti siano diventati quelli di un altro.
Continua ad estraniarsi, a pensare ad un altro, mentre sua moglie beve e trema, beve e inizia a delirare di prati gialli e rossi, beve e si addormenta.
Allora lui inizia a cantare una filastrocca, e lo fa con una voce che non è sua, non può essere sua, perché anche se va avanti, tutto quanto accade è solo un incubo. Canta alla danza delle fiamme, canta mentre la sera diventa notte.
E ancora canta mentre Guendalina muore.
***
Sofia ha un sussulto. Allarga le braccia e lancia uno sguardo verso l’alto mentre la tazza di caffé si accascia sul tavolo.
- Non si preoccupi – sente la voce di Dalaiti – è solo lo sfrigolio di un insetto contro il neon.
- Già – ammette lei, afflosciandosi sulla sedia e sentendo il volto che diventa fiamma. Osserva la tazzina reclinata su un fianco, un rivolo di caffé che esce sul tavolo.
Come sangue nero dalla bocca, pensa, e subito distoglie lo sguardo.
Eugenio Dalaiti la sta fissando con una strana espressione. Intensa. Attenta.
- Per fortuna avevo già bevuto quasi tutto – si giustifica lei, sentendosi ancora di più in imbarazzo.
- Mi perdoni se la guardo così – dice lui, mentre solleva la sua tazza – Ma ha il suo viso ha lo stesso colore di chi prende bella donna in dose eccessiva – beve un altro sorso senza smettere di fissare Sofia, poi inizia a ridere – Buffo, no? Basta arrossire un po’ e si ottiene l’effetto dell’erba.
- Ma la belladonna ha anche altri effetti – ribadisce lei, dura, riprendendo il controllo di se stessa – Mortali, direi.
Lui annuisce.
- Mi faccia capire, allora. Vostra figlia usava la belladonna come estetico?
Lui annuisce ancora e beve un altro sorso.
- Insomma, mi spieghi meglio, ne ho sentito parlare, ma …
- In realtà il suo nome scientifico è Atropa belladonna – Eugenio ora guarda fisso oltre la giornalista, nel nulla - Atropa perché nella mitologia greca è la Parca che taglia il filo della vita. Belladonna perché nel rinascimento le dame usavano l’erba per dare colorito al viso e lucentezza agli occhi.
Sofia annuisce. Appoggia i gomiti sul tavolo e il mento sulle mani.
- Sì, questo lo sapevo. Una combinazione di nomi che ricorda l’impiego cosmetico, ma anche gli effetti letali. Ma credevo che non si facesse più uso di questa erba proprio per la sua pericolosità.
Gli occhi di Eugenio tornano rapidi su Sofia.
- Oh, no, ha ancora molti impieghi, fitoterapici, omeopatici, farmacologici, insomma, inutile farle qui tutto l’elenco per cui …
- E sua figlia era un’omeopata.
Una traccia di sorriso compare tra le rughe di Eugenio.
- Vedo che è informata. Sì, mia figlia conosceva l’uso della belladonna, procurarla è semplice, così come coltivarla del resto. Ma aveva anche un’ossessione. Gli occhi. Belli, di un verde intenso, ma che si perdevano tra le sopracciglia folte e il pallore del viso – l’uomo scuote la testa – Almeno così diceva lei – e beve un altro sorso.
- Per questo prendeva la belladonna.
- Sì, al giusto dosaggio. Sapeva che in realtà il suo effetto estetico è dovuto a dilatazione pupillare e paralisi dell’accomodazione e che basta andare un po’ più in là per rischiare anche la morte. Però quella sera voleva davvero essere splendida perché la mattina dopo sarebbe partita con il suo nuovo fidanzato, era il loro primo viaggio e, e così, lei, lei.
Le parole si afflosciano con il viso di Eugenio.
Sofia Tirana lo vede chinare lo sguardo sul tavolo e ancora ha il desiderio di fargli sentire la sua presenza, prendergli una mano, abbracciarlo, perché ha già intuito tutto. E anche lei inizia ad avvertire un peso che le riempie il respiro. Ma Eugenio è più rapido del suo pensiero, solleva ancora lo sguardo sul suo e parla, anche se le sue parole ora hanno un ritmo diverso, più lento, come trascinate a forza nell’aria.
- Guendalina non si è più ripresa. Mai più. Aveva un unico pensiero. Raggiungere la figlia e credeva che per arrivare a lei il modo migliore fosse condividerne la morte. Lo ripeteva tutti i giorni, tutti quei maledetti giorni, fino a quando – un lungo sospiro, un altro sorso della bevanda – Ho dovuto giurarlo, perché non era più mia moglie, ma una sofferenza che respirava solo per morire. Così l’ho aiutata a morire e poi – Eugenio guarda oltre la vetrata, le luci delle auto che tagliano il buio, quelle dei lampioni come lune distanti – C’è una filastrocca inglese che riassume molto bene gli effetti della belladonna, sa?
Sofia si morde un labbro e si sporge verso l’uomo.
- Non capisco, però, quello scheletro.
Eugenio si volta in modo così repentino, gli occhi dilatati su di lei, che Sofia si ritrae di nuovo fino a quando lo schienale non smette di cedere al suo peso.
- Le ho raccontato tutto perché ormai i botanici forensi, o come diavolo si chiamano, analizzeranno il terreno e le ossa e capiranno tutto – poi, con un nuovo sospiro, sembra scaricare la tensione – Mia cara, vede, avevamo riempito il giardino di belladonna. Quell’erba era dappertutto, lo era anche durante i sopralluoghi ed è rimasta ancora lì. È tenace, la belladonna. Solo che allora nessuno ha collegato l’erba a mia moglie – Eugenio scrolla le spalle – Probabilmente non sapevano nemmeno cos’è la belladonna. Ne sentivano solo l’odore sgradevole dei peli ghiandolari, ma non sanno che accelera il metabolismo. E noi ne avevamo sparsa così tanta intorno, proprio in previsione di quanto Guendalina voleva.
- Quindi, mi sta dicendo che lo scheletro è proprio di sua moglie.
Eugenio Dalaiti ha un altro accenno di sorriso, poi beve, ma questa volta fino in fondo.
- Ah – sospira infine e la tazza si frantuma sul pavimento.
- Ma cosa – Sofia lo vede accasciarsi sulla sedia, fa’ per alzarsi, ma lui la blocca con un cenno della mano. E quando solleva il volto su di lei, rosso e con gli occhi dilatati, Sofia Tirana capisce.
- Mi lasci, la prego, mi lasci andare, io – ansima l’uomo – Così raggiungo mia moglie e, io, mia figlia, la prego. La belladonna ha accelerato la decomposizione di Guenda, Guendalina e l’ha trasformata velocemente in scheletro.
Sofia si è guardata alle spalle, ma nel locale non c’è nemmeno il barista, forse uscito per qualche impegno, chissà, ma
- Chiamo un’ambulanza – decide, annaspando nella borsa alla ricerca del cellulare.
- No, no, per favore, tanto – un altro sospiro, breve – Ha la sua storia, in anteprima. Ci pensi. E mi lascia andare con il mio segreto.
- Non posso – geme Sofia, le lacrime le velano la vista – Non posso – e intanto la mano si ferma nella borsetta – Non posso – e pensa all’articolo che scriverà questa notte stessa, sulla morte a cui sta assistendo.
- È bella la filastrocca che cantavo a Guendalina, io – sussurra Eugenio, gli occhi che si chiudono – io – il capo che si reclina sul mento – Se la ricordi nell’articolo.
- Mio Dio – piange Sofia, le mani sulla bocca.
- Caldo come una lepre, cieco come un pipistrello, rosso come una barbabietola, matto come una gallina, secco come un osso.
Sofia Tirana rimane così, immobile, ad ascoltare la cantilena, ripetuta in uno stento di parole sempre più fragile.
Fino a quando non entra nella morte di Eugenio Dalaiti.
racconto di Giovanni Sicuranza
- Non sta prendendo troppo caffé?
La tazza si ferma a pochi istanti dalle labbra, indecisa. Ma l’aroma continua ad arrampicarsi fino al naso, su volute di fumo, e porta con sé la risposta.
La donna sorride appena, chiude gli occhi e beve un sorso.
- Mai abbastanza – risponde riaprendo gli occhi, la tazza avvolta dalle mani all’altezza delle labbra. Guarda l’uomo anziano seduto di fronte a lei.
Sono ad un tavolo da quasi mezz’ora, nella penombra di un bar in chiusura, e lui ancora non le ha svelato nulla. Non ha nemmeno iniziato a bere il the che ha ordinato e che ormai, a giudicare dall’assenza di fumo, deve essere un’agonia di liquido scuro.
Si limita a fissarla, o a sviare l’argomento con sciocche domande sulle sue abitudini.
Ma ancora non risponde a quelle di lei. Buffo, visto che tra loro, la donna è la giornalista e l’uomo l’intervistato.
- È solo che troppo caffé fa salire la pressione – si giustifica l’uomo con un’alzata di spalle – Lo so perché il dottore me li ha vietati – risata breve, nervosa, che spezza il tono sommesso delle parole - Veramente mi ha vietato ogni svago, fumo, alcool, persino sesso. Ma per questo ormai ho poche ambizioni – poi il tono torna quel mormorio monotono ed inconcludente che sta innervosendo la donna – Lo dicevo solo per i suoi occhi, signora.
- I miei occhi? – la tazza di caffé ha un sussulto di sorpresa.
- Ha occhi molto belli, che dovrebbe valorizzare – l’uomo si sporge verso lei, lei arretra sullo schienale della sedia – Invece tutto quel caffé le rimpicciolisce le pupille.
- Ma pensa – sbuffa lei, le parole che fendono la scia di fumo del caffé e la fanno ondeggiare.
Quindi poggia la tazza sul tavolo e si china a sua volta verso l’uomo. Lui rimane fermo, gli occhi nei suoi.
- Signor Dalaiti – sussurra imitandone il tono – Se continua a divagare, tra poco qui sarà così buio che non riusciremo nemmeno a vederci in faccia. Altro che occhi.
Le labbra di lui diventano sorriso, e lo fanno in un modo così debole che lei legge solo amarezza.
- È venuta per una storia che sanno già tutti. Di cosa dovrei parlare ancora?
Lei si guarda intorno, veloce, da una parta, dall’altra.
Nessuno oltre loro. Solo il barista è una presenza svelata alle sue spalle dal suono di bicchieri e acqua corrente.
Si chiede se sia stato un bene incontrare quest’uomo nel bar dove passa gran parte della giornata da sette anni. Ha pensato che era il luogo per proporgli un’intervista, ma ora teme che nemmeno nel suo ambiente abituale si sente del tutto a suo agio.
- Mi aveva promesso – inizia.
Lui alza una mano.
- Dottoressa – e si ferma, le sopracciglia che si alzano, perplesse.
- Tirana – le ricorda lei, veloce – Sofia Tirana.
- Non se la prenda, dottoressa Sofia Tirana. Manterrò la promessa – Dalaiti si volta verso la vetrata, lo sguardo che vaga tra le movenze assopite del piccolo paese - È che sono passati tanti anni ed ora tutto mi cade di nuovo addosso.
- Beh – fa’ lei, le mani che prendono la tazza e la sollevano. Gli occhi cadono nel caffé ancora fumante, poi salgono a cercare il volto dell’uomo. La tazza torna sul tavolo – Senta, adesso le tecniche sono diverse, più sofisticate, e c’è chi vorrebbe riaprire il caso.
Dalaiti annuisce.
- Certo, certo. Ci sono quegli esperti ora – la mano si agita nell’aria – come si chiamano.
- Botanici forensi.
- Ecco, quelli, e voi giornalisti tornate subito da me – la mano si abbandona sul tavolo con un tonfo di protesta.
Lo sguardo di Sofia coglie il sussultare del caffé e rimane a vagare in quel liquido nero, mentre le parole dell’uomo giungono lontane.
- Avevamo preso la casa da pochi giorni, cosa ne potevo sapere dello scheletro.
La giornalista annuisce, gli occhi ancora nel buio del caffé.
- Gli inquirenti sospettavano che sua moglie si fosse suicidata. Ma durante le ricerche hanno trovato uno scheletro. Allora hanno pensato che lei potesse averla, ecco, sì, uccisa.
Torna a guardare l’uomo. Che tace, che ha occhi come fessure, ora, e le labbra serrate, deformate in una smorfia.
- È vero – si affretta ad aggiungere Sofia – Hanno trovato uno scheletro e sua moglie era scomparsa da due giorni.
- E noi eravamo in quella casa da una sola settimana – ribadisce lui, duro.
- Però – la donna sospira, in un gesto veloce afferra di nuovo la tazza e beve un sorso – Però, senta.
Ancora la mano dell’uomo sale ad interromperla.
È grande, questa mano, Sofia se ne rende contro solo ora, nei riflessi del tramonto che filtra dai vetri e accentua i profili.
È grande come un badile.
- So già cosa vuole dirmi. Mia moglie è scomparsa da allora.
- E il terreno sopra il cadavere era stato smosso da poco.
- Errore, mia cara – l’uomo chiude gli occhi – Tutto il terreno era stato appena smosso. Era per via della passione di Guendalina.
- La passione di? – echeggia lei, mentre si affanna a cercare nella mente l’informazione che le manca. Non trova nessuna passione in quello che sa della donna, solo un lungo mistero grigio.
Eppure si è preparata bene sul caso Dalaiti.
***
Sette anni prima di questo incontro.
Sono nuovi del paese, i coniugi Dalaiti. Si sono trasferiti da pochi giorni, dopo che la figlia, l’unica figlia, è morta.
La madre era entrata presto nella sua camera, per svegliarla, perché quella mattina cominciava la gita con il suo fidanzato, ma subito aveva capito che la figlia non stava dormendo. Gli occhi sbarrati sul nulla, la bocca piena di schiuma rosata. Edema polmonare acuto, aveva accertato il medico necroscopo, e da allora casa Dalaiti era precipitata in un silenzio gravido di dolore.
Fino a quando i coniugi Dalaiti avevano smesso di vagare in quel cimitero di ricordi e si erano decisi per il trasloco. E per ricominciare a vivere hanno scelto una piccola villa di paese al confine con la campagna.
Un tentativo durato una sola settimana.
L’ottavo giorno, durante una giornata umida d’estate, un agitato signor Eugenio Dalaiti denuncia la scomparsa della moglie.
La signora Guendalina Dalaiti è andata a dormire la sera prima, alle ventidue e trenta, come sempre. Prima ha anche salutato alcuni boscaioli che tornavano ai focolari. Lo ha fatto dalla veranda con un cenno della mano, ampio, allegro, come puntualizzeranno in seguito gli uomini.
E la mattina dopo, senza premesse, senza biglietti, senza un che, è svanita.
Il marito lo scopre al risveglio, mentre l’alba si adagia nella parte del letto che lei ha scelto. Anche lui adagia la mano sulle lenzuola, a seguire i raggi di soli. E le sente vuote. Fredde.
L’uomo è disperato, teme il suicidio. E subito iniziano le ricerche.
Al primo sopralluogo, i Carabinieri scoprono che dal giardino dei Dalaiti, pieno di erbe lunghe e verdi, proviene un odore strano. Non è odore di morte, ma è comunque sgradevole. Intenso. Ma non solo. Il terreno è stato smosso da poco. Ovunque.
Subito sono disposti gli scavi. Mentre nessun angolo è risparmiato dalla furia delle ruspe, uno scheletro emerge dai silenzi della terra.
La situazione si complica.
Eugenio Dalaiti ha ucciso sua moglie e ne occultato il cadavere?
Impossibile. Guendalina è svanita. Ma da pochi giorni.
Quello scheletro sembra essere lì da anni. E i coniugi Dalaiti hanno acquistato la villa dopo il decesso del vecchio proprietario, il mite edicolante Pierpaolo Antonio Sfoglia, tra l’altro affetto da una forma di asma così grave da costringerlo al guinzaglio di una bombola ad ossigeno. Nessuno riesce ad immaginarlo mentre scava una fossa e seppellisce un corpo.
Ma intanto Guendalina Dalaiti non si trova. E quello scheletro parla poco.
Però ciò che dice potrebbe incastrare il marito affranto. Il bacino è largo come quello di una donna, le facce articolari sono consumate come quelle di una persona non più giovane. Insomma, ad immaginare le ossa di Guendalina Daliti al momento della scomparsa, è proprio così che dovrebbero essere.
Solo che quello scheletro non ha tracce di organi molli, né di scalfitture che porterebbero ad ipotizzare l’asportazione forzata della carne. Anzi, ad esaminarlo bene non ha proprio nessun segno di lesione.
Guendalina Dalaiti è scomparsa da pochi giorni, ma il segreto che cela il suo giardino è quello di una donna anziana morta da anni e senza traumi.
Sette anni dopo, il mistero è rimasto ancora un punto interrogativo senza soluzione.
Solo il signor Eugenio Dalaiti sembra rassegnato e, solitario, trascorre le ferite della sua vita tra la casa e il bar. Ogni tanto giornalisti come Sofia Tirana, in cerca di notizie in un luogo dove le vicende più appetitose riguardano la squadra di calcio, tornano da lui.
Che non sembra mai sorpreso, e se ne sta lì, ad ascoltare domande, in penombra, in silenzio, come un fiore appassito che non aspetta più nulla, nemmeno l’acqua, nemmeno.
***
- La passione di sua moglie era per i fiori! - si illumina Sofia.
No, dice l’uomo anziano seduto di fronte a lei.
- No?
Eugenio Dalaiti sospira sopra anni di sospetti che tornano a trovarlo periodicamente, unici conoscenti rimasti dopo la perdita della figlia e della moglie.
- Erbe, mia cara dottoressa, mia moglie aveva la passione delle erbe.
- Ah – inizia Sofia e sorride – Dovevo ricordarmelo – poi spalanca gli occhi sul viso afflosciato dell’uomo - Ecco perché vogliono riaprire il caso e fare analizzare lo scheletro dai botanici. Cercano tracce di erbe.
- Possono trovarne, vero? – chiede lui, con apparente distacco.
Ma Sofia ha un sussulto. Intuisce che è una domanda importante, la prima vera informazione che l’uomo cerca da quando si sono presentati.
- Certo – si affretta a spiegare - Anche le erbe possono dare indizi di un omicidio – Sofia si morde un labbro – Cioè, di una morte, volevo dire.
L’uomo abbassa lo sguardo e in quel gesto Sofia capisce qualcos’altro. Eugenio Dalaiti le ha posto la domanda con rassegnazione.
Allora, forse senza nemmeno deciderlo razionalmente, allunga una mano su quella dell’uomo.
- Cosa è successo a sua moglie? – sussurra.
Un silenzio lungo, che si innalza sopra i suoni del barista, sopra il ronzio delle luci al neon.
- L’ha uccisa lei, signor Dalaiti?
L’uomo non risponde. Non subito. Prende la tazza di the e si decide a bere un sorso, lungo. Poi, come nel timore di rompere la porcellana, lento la ripone sul tavolo.
E quando finalmente solleva gli occhi, Sofia Tirana entra in un abisso di dolore.
***
- Vado io! – esclama la donna in uno slancio gioioso e già corre verso la porta.
Il marito rimane immobile, stupito, seduto sul divano dove stavano discutendo del loro futuro fino a un istante prima del suono del campanello. Il tono di lei, il suo rapido scatto gli hanno mostrato di nuovo una donna che credeva non esistesse più, non dalla morte della loro figlia, almeno. Per questo se ne sta ancora lì, con il riflesso di un sorriso rivolto alle tende chiuse del balcone.
- Entri pure, venga, non si preoccupi della terra, sa abbiamo appena dato una sistemata a tutto il giardino – sente la raffica di parole della moglie esplodere dall’atrio – Eugenio, Eugenio, per favore.
- Arrivo – fa’ lui e si alza, il sorriso che è già diventato un ricordo lontano.
L’uomo sull’atrio è così magro che per un attimo Eugenio è sicuro di vederlo spezzarsi sotto il peso del contenitore che sta trasportando. La moglie, invece, deve essersi già frammentata in qualche spazio sub-atomico, perché continua a sentirne la voce, ma non riesce a vederla.
- Guendalina? – chiede con parole pesanti di timore.
- Uff –l’estraneo scivola sulla parete, il sacco abbandonato proprio sull’uscio – Buongiorno signore.
- Guenda … Buongiorno a lei – risponde Eugenio e si decide ad avvicinarsi – Sta bene?
L’altro ha gli occhi chiusi sotto una cascata di sudore, sibila come in un attacco di asma, ma annuisce.
- Signore, mi scusi, signore, sto bene, ma se, per favore – e indica il sacco senza aprire gli occhi.
- Guendalina? – ripete ottuso Eugenio.
L’altro appoggia il capo sulla parete con un tonfo sordo.
- Sta bene? – chiede ancora Eugenio, certo che quello sia rumore di ossa, aspettando l’uscita del sangue dalla nuca dell’uomo.
Silenzio.
- Guendalina?
E allora l’uomo apre gli occhi e fissa Eugenio con un’espressione obliqua tra il compatimento e la perplessità.
- Signore, è sicuro, lei, di stare bene?
- Come, scusi?
- Nel senso, sa, le chiedevo solo se mi dava una mano a sistemare il sacco in casa – un lungo sospiro – Ce ne sono a decine sul camion e io sono solo.
- Ma certo, però, ecco.
- Sua moglie è corsa in giardino – e con queste parole l’uomo chiude di nuovo gli occhi, e si passa una mano sulla fronte.
Per Eugenio a questo punto può anche accasciarsi al suolo in una scia di sudore sulla parete. Scavalca il sacco e si precipita sulla veranda.
Sua moglie è proprio in giardino, che zampetta sulla terra smossa, attenta a non finire in una delle tante buche che hanno scavato durante la mattina e il giorno prima pure.
Eugenio apre la bocca in un ovale pieno di incredulità.
Eccola la sua Guendalina, una sessantenne depressa, una semina di artrosi in tutto il corpo, eccola che salta come una bambina.
Rimane così, a guardarla, trattenendo anche il respiro per non rompere quel momento folle e stupendo. Fino a quando anche lei lo vede e si ferma.
- Eugenio, sono arrivate! – urla, le braccia che si lanciano al cielo.
Lui solleva una mano sopra la testa, in modo che la moglie possa vedere bene, e alza il pollice. Lei gli risponde battendo le mani.
- Beh, devono proprio valere molto queste erbacce per sua moglie – annaspa una voce alle sue spalle.
Eugenio si volta, duro.
- Non sono erbacce.
L’altro annuisce, senza scomporsi.
- Per me, basta che mi date una mano e mi pagate.
- Eugenio!
L’uomo si gira ancora verso la moglie.
Lei gli manda un bacio con la mano. Lui annuisce, appena, anche se sa che il suo gesto non può essere visto.
- Senta – si rivolge poi all’altro uomo, che ancora non trova un ritmo naturale di respiro – Entri dentro che le offro un bicchiere di acqua e la pago. Per le erbe non si preoccupi, ci aiuta solo a scaricarle dal camion e poi è libero di andare.
Prima di entrare dedica un’altra occhiata alla sua donna, che ha ripreso a danzare nel giardino.
Decide che questo dovrà essere il ricordo di sua moglie, quello che porterà sempre con sé.
***
La tazza è sul tavolino, avvolta dai loro sguardi. Tutto intorno, la stanza è solo un sussurrio di particolari che ondeggiano pigri alla fiamma di una candela.
- Nostra figlia aveva ragione. Il sapore è gradevole.
- Ne verso ancora, allora.
- Aspetta.
Guendalina allunga una mano sul braccio del marito.
- Accendi le altre candele, prima.
- Sicura? Credevo volessi fare tutto all’ombra – esita Eugenio, l’infuso già inclinato verso la tazza.
In realtà l’idea di un’unica candela ad illuminare questa lunga sera che scende sulla vita è stata proprio sua.
- Non tirarti indietro, Eugenio – la mano si stringe ancora di più sul braccio e lo costringe a posare l’infuso sul tavolo – So che preferisci non vedere la mia trasformazione, ma è la stessa che aveva nostra figlia.
Eugenio sospira. Inutile aggiungere che proprio quella trasformazione ha ucciso la figlia.
Lo sanno bene, è il loro segreto. E a questo se ne sta aggiungendo un altro, forse ancora più terribile.
Si alza e si sposta sulle altre candele, accendendole una ad una con un lungo fiammifero da forno. Quando ha terminato, rimane ad osservare i bagliori rossi che si rincorrono frenetici sulla parete.
- Girati, Eugenio – lo invita Guendalina alle sue spalle.
- Guendalina, io.
- Guardami, Eugenio, guarda il mio viso.
E l’uomo si gira. Si gira verso la moglie che sta già cambiando. Si gira sul suo viso che ha lo stesso colore rosso delle fiamme, sui suoi occhi che sono pupille enormi, dilatate di blu.
- Sei come lei – sospira, senza riuscire a muovere un solo passo.
Guendalina sembra sorridere, anche se è solo un’intuizione sui muscoli del viso che si stanno paralizzando.
- Nostra figlia prendeva sempre la bella donna. A dosi minime. E davvero sembrava bella, ricordi? Gli occhi che diventavano un verde enorme, immenso, il viso luccicante. Era proprio un fiore.
- Ma quel giorno ha sbagliato dosaggio – mormora Eugenio, improvvisamente smarrito in se stesso – Voleva fare colpo sul suo nuovo fidanzato e – china il capo, i capelli disegnati dalle luci delle candele, cespugli di erba infuocata su uno sfondo nero.
- Versane ancora, mio amore – lo invita Guendalina allungando una mano tremante verso di lui – È il nostro ultimo patto, lo sai. Il nostro ultimo segreto.
- Il mio ultimo segreto – corregge lui, chiedendosi dove sta trovando la forza per parlare ancora.
- E lo manterrai per sempre, lo hai giurato.
- Sì – la rassicura Eugenio, ascoltando la sua voce come se fosse quelle di un altro.
E mentre prende il contenitore dell’infuso per riempire ancora la tazza della moglie, gli sembra che anche i suoi gesti siano diventati quelli di un altro.
Continua ad estraniarsi, a pensare ad un altro, mentre sua moglie beve e trema, beve e inizia a delirare di prati gialli e rossi, beve e si addormenta.
Allora lui inizia a cantare una filastrocca, e lo fa con una voce che non è sua, non può essere sua, perché anche se va avanti, tutto quanto accade è solo un incubo. Canta alla danza delle fiamme, canta mentre la sera diventa notte.
E ancora canta mentre Guendalina muore.
***
Sofia ha un sussulto. Allarga le braccia e lancia uno sguardo verso l’alto mentre la tazza di caffé si accascia sul tavolo.
- Non si preoccupi – sente la voce di Dalaiti – è solo lo sfrigolio di un insetto contro il neon.
- Già – ammette lei, afflosciandosi sulla sedia e sentendo il volto che diventa fiamma. Osserva la tazzina reclinata su un fianco, un rivolo di caffé che esce sul tavolo.
Come sangue nero dalla bocca, pensa, e subito distoglie lo sguardo.
Eugenio Dalaiti la sta fissando con una strana espressione. Intensa. Attenta.
- Per fortuna avevo già bevuto quasi tutto – si giustifica lei, sentendosi ancora di più in imbarazzo.
- Mi perdoni se la guardo così – dice lui, mentre solleva la sua tazza – Ma ha il suo viso ha lo stesso colore di chi prende bella donna in dose eccessiva – beve un altro sorso senza smettere di fissare Sofia, poi inizia a ridere – Buffo, no? Basta arrossire un po’ e si ottiene l’effetto dell’erba.
- Ma la belladonna ha anche altri effetti – ribadisce lei, dura, riprendendo il controllo di se stessa – Mortali, direi.
Lui annuisce.
- Mi faccia capire, allora. Vostra figlia usava la belladonna come estetico?
Lui annuisce ancora e beve un altro sorso.
- Insomma, mi spieghi meglio, ne ho sentito parlare, ma …
- In realtà il suo nome scientifico è Atropa belladonna – Eugenio ora guarda fisso oltre la giornalista, nel nulla - Atropa perché nella mitologia greca è la Parca che taglia il filo della vita. Belladonna perché nel rinascimento le dame usavano l’erba per dare colorito al viso e lucentezza agli occhi.
Sofia annuisce. Appoggia i gomiti sul tavolo e il mento sulle mani.
- Sì, questo lo sapevo. Una combinazione di nomi che ricorda l’impiego cosmetico, ma anche gli effetti letali. Ma credevo che non si facesse più uso di questa erba proprio per la sua pericolosità.
Gli occhi di Eugenio tornano rapidi su Sofia.
- Oh, no, ha ancora molti impieghi, fitoterapici, omeopatici, farmacologici, insomma, inutile farle qui tutto l’elenco per cui …
- E sua figlia era un’omeopata.
Una traccia di sorriso compare tra le rughe di Eugenio.
- Vedo che è informata. Sì, mia figlia conosceva l’uso della belladonna, procurarla è semplice, così come coltivarla del resto. Ma aveva anche un’ossessione. Gli occhi. Belli, di un verde intenso, ma che si perdevano tra le sopracciglia folte e il pallore del viso – l’uomo scuote la testa – Almeno così diceva lei – e beve un altro sorso.
- Per questo prendeva la belladonna.
- Sì, al giusto dosaggio. Sapeva che in realtà il suo effetto estetico è dovuto a dilatazione pupillare e paralisi dell’accomodazione e che basta andare un po’ più in là per rischiare anche la morte. Però quella sera voleva davvero essere splendida perché la mattina dopo sarebbe partita con il suo nuovo fidanzato, era il loro primo viaggio e, e così, lei, lei.
Le parole si afflosciano con il viso di Eugenio.
Sofia Tirana lo vede chinare lo sguardo sul tavolo e ancora ha il desiderio di fargli sentire la sua presenza, prendergli una mano, abbracciarlo, perché ha già intuito tutto. E anche lei inizia ad avvertire un peso che le riempie il respiro. Ma Eugenio è più rapido del suo pensiero, solleva ancora lo sguardo sul suo e parla, anche se le sue parole ora hanno un ritmo diverso, più lento, come trascinate a forza nell’aria.
- Guendalina non si è più ripresa. Mai più. Aveva un unico pensiero. Raggiungere la figlia e credeva che per arrivare a lei il modo migliore fosse condividerne la morte. Lo ripeteva tutti i giorni, tutti quei maledetti giorni, fino a quando – un lungo sospiro, un altro sorso della bevanda – Ho dovuto giurarlo, perché non era più mia moglie, ma una sofferenza che respirava solo per morire. Così l’ho aiutata a morire e poi – Eugenio guarda oltre la vetrata, le luci delle auto che tagliano il buio, quelle dei lampioni come lune distanti – C’è una filastrocca inglese che riassume molto bene gli effetti della belladonna, sa?
Sofia si morde un labbro e si sporge verso l’uomo.
- Non capisco, però, quello scheletro.
Eugenio si volta in modo così repentino, gli occhi dilatati su di lei, che Sofia si ritrae di nuovo fino a quando lo schienale non smette di cedere al suo peso.
- Le ho raccontato tutto perché ormai i botanici forensi, o come diavolo si chiamano, analizzeranno il terreno e le ossa e capiranno tutto – poi, con un nuovo sospiro, sembra scaricare la tensione – Mia cara, vede, avevamo riempito il giardino di belladonna. Quell’erba era dappertutto, lo era anche durante i sopralluoghi ed è rimasta ancora lì. È tenace, la belladonna. Solo che allora nessuno ha collegato l’erba a mia moglie – Eugenio scrolla le spalle – Probabilmente non sapevano nemmeno cos’è la belladonna. Ne sentivano solo l’odore sgradevole dei peli ghiandolari, ma non sanno che accelera il metabolismo. E noi ne avevamo sparsa così tanta intorno, proprio in previsione di quanto Guendalina voleva.
- Quindi, mi sta dicendo che lo scheletro è proprio di sua moglie.
Eugenio Dalaiti ha un altro accenno di sorriso, poi beve, ma questa volta fino in fondo.
- Ah – sospira infine e la tazza si frantuma sul pavimento.
- Ma cosa – Sofia lo vede accasciarsi sulla sedia, fa’ per alzarsi, ma lui la blocca con un cenno della mano. E quando solleva il volto su di lei, rosso e con gli occhi dilatati, Sofia Tirana capisce.
- Mi lasci, la prego, mi lasci andare, io – ansima l’uomo – Così raggiungo mia moglie e, io, mia figlia, la prego. La belladonna ha accelerato la decomposizione di Guenda, Guendalina e l’ha trasformata velocemente in scheletro.
Sofia si è guardata alle spalle, ma nel locale non c’è nemmeno il barista, forse uscito per qualche impegno, chissà, ma
- Chiamo un’ambulanza – decide, annaspando nella borsa alla ricerca del cellulare.
- No, no, per favore, tanto – un altro sospiro, breve – Ha la sua storia, in anteprima. Ci pensi. E mi lascia andare con il mio segreto.
- Non posso – geme Sofia, le lacrime le velano la vista – Non posso – e intanto la mano si ferma nella borsetta – Non posso – e pensa all’articolo che scriverà questa notte stessa, sulla morte a cui sta assistendo.
- È bella la filastrocca che cantavo a Guendalina, io – sussurra Eugenio, gli occhi che si chiudono – io – il capo che si reclina sul mento – Se la ricordi nell’articolo.
- Mio Dio – piange Sofia, le mani sulla bocca.
- Caldo come una lepre, cieco come un pipistrello, rosso come una barbabietola, matto come una gallina, secco come un osso.
Sofia Tirana rimane così, immobile, ad ascoltare la cantilena, ripetuta in uno stento di parole sempre più fragile.
Fino a quando non entra nella morte di Eugenio Dalaiti.
complice fugace
complice fugace
di Giovanni Sicuranza
Mi chiamo Sorpresa
Con fruscii di sapori
danzo sul tuo corpo
confuso di rapimento
e con odori di desiderio
riapro le tue labbra
a nuove trasgressioni
Mi chiamo Sorpresa
Tra forme di
pluviale femminilità
celo un nerbo
di ricordo virile
e mi indosso ogni volta
su un corpo nuovo
eretto di uomo
umido di donna
Mi chiamo Sorpresa
Nella mia attesa sei
marito o moglie di
vento calato
su lenzuola di silenzi
e quando infine arrivo
veloce ti privi
di maschere e vestiti
su eccitazioni negate
Mi chiamo Sorpresa
e dopo il tuo orgasmo
divento
silenziosa solitudine
di Giovanni Sicuranza
Mi chiamo Sorpresa
Con fruscii di sapori
danzo sul tuo corpo
confuso di rapimento
e con odori di desiderio
riapro le tue labbra
a nuove trasgressioni
Mi chiamo Sorpresa
Tra forme di
pluviale femminilità
celo un nerbo
di ricordo virile
e mi indosso ogni volta
su un corpo nuovo
eretto di uomo
umido di donna
Mi chiamo Sorpresa
Nella mia attesa sei
marito o moglie di
vento calato
su lenzuola di silenzi
e quando infine arrivo
veloce ti privi
di maschere e vestiti
su eccitazioni negate
Mi chiamo Sorpresa
e dopo il tuo orgasmo
divento
silenziosa solitudine
cavallette sul selciato
ritratto da un ultimo bicchiere - prefazione - *
di homo interrogans
Le luci che
navigano
nel tuo
bicchiere
sono acque
di una palude
pesante
affannata
di piaceri caduti
limacciosa
di sensi di colpa
Lascialo cadere
ora
e poi
ascoltalo
quel bicchiere
È rabbia
di anni che
scheggia
il pavimento
Gemito
di liquido perso
da lontane
ferite
È tela
lacerata
che beve
il tuo pensiero
Prognosi di nulla
sul rigor
di un desiderio
canuto
Io sono
il tuo medico
anche stasera
Non ho farmaci
che guariscano
il tempo
nemmeno ne conosco
Ma ho un saluto
da darti
l’addio
che mi chiedi
Lascialo cadere
ora
quel bicchiere
con le sue luci
pesanti
di alcol
spegni il suo
pianto
questa sera
Chiudi la porta
sulla palude
del suo liquido
pastoso
E usciamo
Usciamo dove
la vita è
terapia di
brevi baci
segreti
Dove in luci
nascenti di alba
tra farmaci di
ultimo sonno
tu possa
vivere ancora
solo
un minuto
prima del gelo
pieno di te
cavallette sul selciato*
di homo interrogans
Le cavallette piangono sul selciato.
Il dottor Santino si sorprende sempre in questa illusione estiva quando percorre con passo incerto il sentiero che dalla strada provinciale porta all’ingresso del cimitero. Nei brevi tratti rettilinei in salita, nelle curve ampie di serpente assonnato, ascolta il lento cri-cri della ghiaia sotto i passi, che alle sue orecchie diventa il lamento di cavallette nascoste intorno alla meta.
Anche in questa giornata di livido inverno.
***
È triste, il dottor Santino, di una tristezza lontana, che quasi non lo riguarda più, tanto è entrata a far parte di lui negli anni di percorsi intorno al cimitero del paese e al dolore della gente.
La morte è diventata dialogo e psicanalisi, è irruzione di domande improvvise in cui cerca di muoversi come meglio può. Con passi lenti e zoppicanti, di ghiaia e cavallette sparse nella mente.
Nel cammino sull’ultima ghiaia, durante la curva che si apre sullo spiazzo del cimitero, il dottor Santino si ferma. Dissolve le cavallette e con lo sguardo si arrampica sui muri che cingono le lapidi in una barriera effimera tra la vita e la morte.
Il suo orologio da taschino tentenna prima di allineare le lancette sulle ore del primo mattino, poi si spegne in uno slancio di vibrazioni che il medico accoglie come una serena agonia tecnologica. Seppellisce il pensiero del suo orologio nella fossa comune delle cavallette e socchiude lo sguardo miope per focalizzare l’albero di faggio ricurvo sull’ingresso del cimitero, unico custode di un luogo lasciato all’incuria.
Un tempo, prima dell’editto di Napoleone, questo cimitero era occasione di vita. Tra le sue lapidi si danzava e si mercanteggiava e la morte era evento naturale in cui calarsi nei ritmi del giorno.
Il dottor Santino scorge la figura nera, di ombra umana, appoggiata sul tronco ricurvo dell’albero e si chiede chi dei due stia sorreggendo l’altro. Intorno a quel dipinto, due uomini diafani in divisa da carabiniere si muovono a scatti, quasi avvolti da timore o confusione. O come fedeli sull’altare della morte.
Sospira, profondo, pieno, pesante, e in questo modo crede di trovare la spinta per raggiungere la scena, ma il pianto della cavallette lo stupisce precedendo i suoi passi. Si volta verso il suono e scopre un viso familiare.
- L’ho sorpresa, dottore? – chiosa il Procuratore Magistri Elena, classe 1969, con un tono in bilico tra ironia e scuse di circostanza.
Il dottor Santino si ascolta sorridere.
- Un po’, credevo di essere solo da queste parti -
- Cercavo tracce –
- Prego? –
Il Procuratore Magistri Elena allarga le braccia classe 1969 come per mostrare il suo territorio, poi con occhi vivaci attraversa gli occhiali da miope del medico.
- Sembra una morte naturale, tranquillo, routine per lei – si ferma spalancando pupille e annessi ciliari e muscolari circostanti e si morde le labbra, nel sospetto di parole troppo slanciate – Intendevo, nulla di particolarmente insolito, mica mi riferivo alla sua professionalità -
Altro sorriso clonato da parte del dottor Santino.
- Vogliamo andare? -
Il medico annuisce, anche se sente le gambe che tentano di cedere, di piegarsi e trascinarlo sulla ghiaia.
Il Procuratore Magistri si sta già avvicinando al dipinto scuro di albero e figura umana appoggiata e lui la segue, in silenzio.
Le cavallette piangono verso il cimitero con nuova intensità.
- Le spiegavo, davvero, sembra un caso di morte naturale, insomma, le chiederò l’autopsia, però, perché -
La donna si ferma, bruscamente, senza segnali, e il dottor Santino si ritrova il naso appoggiato al suo giubbotto imbottito di mistero. Lei sembra non farci caso, gli occhi di nuovo in penetrazione nelle sue lenti da miope.
- Insomma, niente segni di lesività esterna, ma, concorderà con me, è un tantino insolito venire a morire sotto il faggio del cimitero la notte di capodanno -
Santino concorda con un cenno dovuto.
Le gambe insistono per un crollo totale, lui decide di ignorarle. O almeno di provare a farlo.
La donna inclina leggermente il capo e i capelli classe 2005, freschi di tintura, si adagiano sulla spalla come salici dorati. Lui li osserva in un fugace rapimento, perdendo il senso della domanda.
- Come? -
- Appunto – il tono del Procuratore Magistri è ora fermo, professionalmente sospettoso – Le ho chiesto se si sente bene, mi sembra pallido, distratto –
Il dottor Santino arrampica un dito sulla montatura nera degli occhiali e senza necessità la fa scivolare sul naso.
- È capodanno – si scusa.
Il Procuratore sembra accettare la deposizione.
- Beh, sì – svela denti bianchi sotto le labbra piene – Notte da bagordi, eh? Mi perdoni, sa, ma non la vedo molto a tirare tardi -
Se sapesse, vorrebbe risponderle Santino, ma quando si accorge che a questo pensiero le gambe stanno per trarre rinnovato motivo di crollo totale, si urla un no e si limita a stringersi nelle spalle con aria complice.
Così per il Procuratore il caso è chiuso.
- Vogliamo andare? – ripete e la scena si completa come da protocollo con nuovi passi verso la scena di morte.
***
La donna è appoggiata con la schiena sul vigoroso tronco di faggio.
Il capo, reclinato, è velato da lunghi capelli neri, stopposi, quasi incartapecoriti, ma che sussurrano ancora di un passato splendore.
Le mani sono appoggiate sul terreno, distese, come a sincerarsi della realtà della terra, nuova simbiosi per il corpo defunto. Dita lunghe, fasciate dal rigor della morte. Bianche fino alle unghie, dove il nero è colore predominante e frastagliato nei segni di morsi nervosi e solitari.
Uno dei due carabinieri, guanti indossati, si china troppo velocemente, con ansia, su quel corpo dormiente di assoluta immobilità e fa per scoprire il viso dai capelli.
- Aspetti – lo ferma il dottor Santino, con tono stanco.
Sei occhi lo intercettano all’unisono e si appoggiano sul suo viso con aria stupita. Santino sente il peso della perplessità interrogativa del Procuratore e dei due carabinieri e di nuovo le gambe gli suggeriscono di cedere.
- Voglio solo dare un’occhiata generale al – corpo, cadavere, è così che deve dire, si ricorda.
- Si sa chi è? – chiede invece, lo sguardo che segue smarrito la salita del tronco, fino alla sua ricurva caduta verso il suolo.
L’altro carabiniere cita da taccuino
- Maddalena Lucina, classe 1973, vedova -
Il dottore annuisce.
Si accovaccia accanto al cadavere in gesto professionale, in realtà concedendo una vittoria parziale alle gambe, e finalmente scosta i capelli dal viso.
- Era bella – sussurra il carabiniere al suo fianco.
- È bella – aggiorna il dottore con parole che si perdono nel cielo pesante d’inverno.
Il Procuratore Magistri Elena, classe 1969, ben attrezzata, si avvicina e cerca una scappatoia per non perdere il suo primato di bellezza oltre la vita e la morte.
- Beh, sarà stata anche bella, ma qui ci risulta una lunga storia di depressione ed alcolismo -
Le lenti miope del dottore si sollevano sui suoi occhi vivaci e lasciano una domanda nell’aria. Il Procuratore rimbalza lo sguardo interrogativo sul carabiniere armato di taccuino. Questi ha un fulmine di smarrimento sul viso, poi comprende.
- Siamo già risaliti al suo indirizzo e i colleghi di pattuglia ci hanno detto di avere trovato le cartelle cliniche di vari ricoveri in merito ai problemissuindicati - recita appiccicando le ultime parole.
Il dottor Santino annuisce, poi si volta ancora sul viso della donna.
Il pallore nevoso della morte le ha portato via il colore rosso del vino e quello grigio della depressione. L’ha lavata del suo passato, ma le cartelle cliniche sono rimaste, lapidi indiscrete e già fuori luogo.
Santino chiude gli occhi e ricorda.
Una mano scivola silenziosa nell’ampia tasca del suo cappotto e tra slalom di cappucci di biro smarrite, briciole di pane ignorato, raggiunge il fruscio della carta.
Gli occhi si aprono e vestono la lunga parete del cimitero di sguardi spenti e nostalgici.
- Dottore? – lo esorta il Procuratore Magistri, avvicinando passi al suo volto.
- Se tutto fosse stato come un tempo, chissà – parla lui senza voltarsi – Avete notato come la morte è allontanata e murata? Non c’è vita sociale qui intorno. Fateci caso, avete mai visto, che ne so, negozi accanto ad un cimitero? A parte quelli di fiori, intendo, mai un edicola colorata, mai un pub chiassoso, mai attraenti esposizioni di vestiti e scarpe e stereo –
- E vorrei anche vedere – sbotta il carabiniere al suo fianco.
Santino sospira, ancora pesante, profondo. Sospira con tutto il suo corpo, poi, lento, si muove e fa un gesto che sorprende il Procuratore Magistri, classe 1969, e i due carabinieri, qualunque classe si portino dietro.
Si siede al suolo, sulla terra, appoggiato all’albero, accanto al cadavere della donna. Spalla contro spalla.
- Dottore? – ripete il Procuratore, mentre gli occhi dei carabinieri corrono a lei in confusa attesa di ordini.
Santino ha ancora lo sguardo sulla parete del cimitero.
- Allontaniamo la morte in ogni modo e, per compensare, cerchiamo avidamente notizie di quella altrui, purché lontana e possibilmente televisiva -
- Dottore – altri due passi del Procuratore, questa volta più decisi – Credo stia inquinando la scena – la voce è ancora incerta.
- Ma così la nostra debolezza e la nostra paura aumentano. Tanto la morte ci viene a trovare sempre, immancabilmente, all’improvviso, spegne i nostri cari o noi stessi. Non ci sono gesti scaramantici o mura per sconfiggerla –
- Ecco, dottore – il Procuratore Magistri esita ancora; dalla sua classe 1969, per la prima volta non sa come muoversi sulla scena di un sopralluogo – Appunto, mi scusi, devo esortarla, le prove –
Finalmente il dottor Santino la guarda. Finalmente, dietro le lenti da miope, gli occhi sono presenti. In una tonalità intensa, così intensa da essere forse il motivo che spinge il Procuratore Magistri ad arretrare di qualche passo.
I carabinieri la imitano diligentemente.
- Non si preoccupi. Conosco bene la scena e posso permettermi di inquinare le prove – la mano riemerge dalla tasca esumando il foglio seppellito.
- Lo prenda, è una prova –
Il carabiniere più vicino si allunga, ma il dottore ritrae la mano.
- Lasci a me – capisce la donna e prende il foglio accartocciato – Di cosa si tratta? – chiede mentre ne sta già svelando le parole scritte.
Santino chiude ancora gli occhi.
Attende e ascolta il silenzio.
- Non capisco – mormora lei dopo minuti senza tempo. In realtà il tono soffuso della sua voce già tradisce il timore della comprensione.
- Ho scritto quei versi di getto, questa notte, qui, accanto a Maddalena morente. Li ha letti, no? Li ho intitolati “ritratto da un ultimo bicchiere” –
Silenzio. Silenzio sulle parole, intorno alle parole. Silenzio sulla scena di morte. Silenzio sulla vita.
La donna fissa Santino con stupore immobile e vede un uomo infagottato e pesante, adagiato accanto al cadavere di una donna. I carabinieri si avvicinano, cauti, cercano di sbirciare nel foglio, ma il Procuratore li precede porgendolo all’agente più anziano di grado.
- Lo registri immediatamente come prova –
Adesso la scena è ancora sua, capisce il Procuratore Magistri, ma non lo pensa con sicurezza, anzi. Sente Elena, la parte di lei senza vestiti, che vorrebbe urlare, scappare, negare.
- Perché? - riesce invece a chiedere dalla sua professionalità.
Santino è solo voce narrante da un pupazzo di carne piegata. Le sue parole cadono piano nell’aria e lasciano tracce di resa.
- Amo Maddalena, anche ora, qui. La morte del marito ha aperto una ferita senza cicatrici sul suo animo depresso. L’alcool l’ha avvolta e le ha dato un’oasi pesante, una palude, in cui comunque ha tentato di esserci – reclina leggermente il capo a sfiorare la spalla cadente della donna morta - Io sono arrivato dopo, il medico di famiglia innamorato, e le ho fatto l’unico regalo che mi ha chiesto-
Elena ha ricominciato a serrare le labbra con i denti, forse per non piangere, forse per non respirare la verità che riempie l’aria di inverno e di morte.
- Sì, è stato un capodanno intenso. Siamo usciti, l’ho accompagnata fin qui, dove giaceva già la sua vita, e le ho dato i farmaci. In overdose –
L’uomo annuisce con testa pesante, poi apre di nuovo gli occhi e in una carezza li posa sul volto del cadavere.
- L’ho ascoltata morire di vita finalmente sua. E intanto scrivevo la nostra poesia -
- Dottore –
- Lo so, un attimo solo, poi vi seguo. Un attimo solo –
Trascorre davvero un attimo, un attimo solo, prima che i carabinieri aiutino il dottore ad alzarsi.
E in quell’attimo, che è di assoluto silenzio, Santino le sente ancora. Per la prima volta senza passi.
Cavallette piangenti sul selciato.
* poesia e racconto presenti nell’antologia “Città di Solitudine”.
di homo interrogans
Le luci che
navigano
nel tuo
bicchiere
sono acque
di una palude
pesante
affannata
di piaceri caduti
limacciosa
di sensi di colpa
Lascialo cadere
ora
e poi
ascoltalo
quel bicchiere
È rabbia
di anni che
scheggia
il pavimento
Gemito
di liquido perso
da lontane
ferite
È tela
lacerata
che beve
il tuo pensiero
Prognosi di nulla
sul rigor
di un desiderio
canuto
Io sono
il tuo medico
anche stasera
Non ho farmaci
che guariscano
il tempo
nemmeno ne conosco
Ma ho un saluto
da darti
l’addio
che mi chiedi
Lascialo cadere
ora
quel bicchiere
con le sue luci
pesanti
di alcol
spegni il suo
pianto
questa sera
Chiudi la porta
sulla palude
del suo liquido
pastoso
E usciamo
Usciamo dove
la vita è
terapia di
brevi baci
segreti
Dove in luci
nascenti di alba
tra farmaci di
ultimo sonno
tu possa
vivere ancora
solo
un minuto
prima del gelo
pieno di te
cavallette sul selciato*
di homo interrogans
Le cavallette piangono sul selciato.
Il dottor Santino si sorprende sempre in questa illusione estiva quando percorre con passo incerto il sentiero che dalla strada provinciale porta all’ingresso del cimitero. Nei brevi tratti rettilinei in salita, nelle curve ampie di serpente assonnato, ascolta il lento cri-cri della ghiaia sotto i passi, che alle sue orecchie diventa il lamento di cavallette nascoste intorno alla meta.
Anche in questa giornata di livido inverno.
***
È triste, il dottor Santino, di una tristezza lontana, che quasi non lo riguarda più, tanto è entrata a far parte di lui negli anni di percorsi intorno al cimitero del paese e al dolore della gente.
La morte è diventata dialogo e psicanalisi, è irruzione di domande improvvise in cui cerca di muoversi come meglio può. Con passi lenti e zoppicanti, di ghiaia e cavallette sparse nella mente.
Nel cammino sull’ultima ghiaia, durante la curva che si apre sullo spiazzo del cimitero, il dottor Santino si ferma. Dissolve le cavallette e con lo sguardo si arrampica sui muri che cingono le lapidi in una barriera effimera tra la vita e la morte.
Il suo orologio da taschino tentenna prima di allineare le lancette sulle ore del primo mattino, poi si spegne in uno slancio di vibrazioni che il medico accoglie come una serena agonia tecnologica. Seppellisce il pensiero del suo orologio nella fossa comune delle cavallette e socchiude lo sguardo miope per focalizzare l’albero di faggio ricurvo sull’ingresso del cimitero, unico custode di un luogo lasciato all’incuria.
Un tempo, prima dell’editto di Napoleone, questo cimitero era occasione di vita. Tra le sue lapidi si danzava e si mercanteggiava e la morte era evento naturale in cui calarsi nei ritmi del giorno.
Il dottor Santino scorge la figura nera, di ombra umana, appoggiata sul tronco ricurvo dell’albero e si chiede chi dei due stia sorreggendo l’altro. Intorno a quel dipinto, due uomini diafani in divisa da carabiniere si muovono a scatti, quasi avvolti da timore o confusione. O come fedeli sull’altare della morte.
Sospira, profondo, pieno, pesante, e in questo modo crede di trovare la spinta per raggiungere la scena, ma il pianto della cavallette lo stupisce precedendo i suoi passi. Si volta verso il suono e scopre un viso familiare.
- L’ho sorpresa, dottore? – chiosa il Procuratore Magistri Elena, classe 1969, con un tono in bilico tra ironia e scuse di circostanza.
Il dottor Santino si ascolta sorridere.
- Un po’, credevo di essere solo da queste parti -
- Cercavo tracce –
- Prego? –
Il Procuratore Magistri Elena allarga le braccia classe 1969 come per mostrare il suo territorio, poi con occhi vivaci attraversa gli occhiali da miope del medico.
- Sembra una morte naturale, tranquillo, routine per lei – si ferma spalancando pupille e annessi ciliari e muscolari circostanti e si morde le labbra, nel sospetto di parole troppo slanciate – Intendevo, nulla di particolarmente insolito, mica mi riferivo alla sua professionalità -
Altro sorriso clonato da parte del dottor Santino.
- Vogliamo andare? -
Il medico annuisce, anche se sente le gambe che tentano di cedere, di piegarsi e trascinarlo sulla ghiaia.
Il Procuratore Magistri si sta già avvicinando al dipinto scuro di albero e figura umana appoggiata e lui la segue, in silenzio.
Le cavallette piangono verso il cimitero con nuova intensità.
- Le spiegavo, davvero, sembra un caso di morte naturale, insomma, le chiederò l’autopsia, però, perché -
La donna si ferma, bruscamente, senza segnali, e il dottor Santino si ritrova il naso appoggiato al suo giubbotto imbottito di mistero. Lei sembra non farci caso, gli occhi di nuovo in penetrazione nelle sue lenti da miope.
- Insomma, niente segni di lesività esterna, ma, concorderà con me, è un tantino insolito venire a morire sotto il faggio del cimitero la notte di capodanno -
Santino concorda con un cenno dovuto.
Le gambe insistono per un crollo totale, lui decide di ignorarle. O almeno di provare a farlo.
La donna inclina leggermente il capo e i capelli classe 2005, freschi di tintura, si adagiano sulla spalla come salici dorati. Lui li osserva in un fugace rapimento, perdendo il senso della domanda.
- Come? -
- Appunto – il tono del Procuratore Magistri è ora fermo, professionalmente sospettoso – Le ho chiesto se si sente bene, mi sembra pallido, distratto –
Il dottor Santino arrampica un dito sulla montatura nera degli occhiali e senza necessità la fa scivolare sul naso.
- È capodanno – si scusa.
Il Procuratore sembra accettare la deposizione.
- Beh, sì – svela denti bianchi sotto le labbra piene – Notte da bagordi, eh? Mi perdoni, sa, ma non la vedo molto a tirare tardi -
Se sapesse, vorrebbe risponderle Santino, ma quando si accorge che a questo pensiero le gambe stanno per trarre rinnovato motivo di crollo totale, si urla un no e si limita a stringersi nelle spalle con aria complice.
Così per il Procuratore il caso è chiuso.
- Vogliamo andare? – ripete e la scena si completa come da protocollo con nuovi passi verso la scena di morte.
***
La donna è appoggiata con la schiena sul vigoroso tronco di faggio.
Il capo, reclinato, è velato da lunghi capelli neri, stopposi, quasi incartapecoriti, ma che sussurrano ancora di un passato splendore.
Le mani sono appoggiate sul terreno, distese, come a sincerarsi della realtà della terra, nuova simbiosi per il corpo defunto. Dita lunghe, fasciate dal rigor della morte. Bianche fino alle unghie, dove il nero è colore predominante e frastagliato nei segni di morsi nervosi e solitari.
Uno dei due carabinieri, guanti indossati, si china troppo velocemente, con ansia, su quel corpo dormiente di assoluta immobilità e fa per scoprire il viso dai capelli.
- Aspetti – lo ferma il dottor Santino, con tono stanco.
Sei occhi lo intercettano all’unisono e si appoggiano sul suo viso con aria stupita. Santino sente il peso della perplessità interrogativa del Procuratore e dei due carabinieri e di nuovo le gambe gli suggeriscono di cedere.
- Voglio solo dare un’occhiata generale al – corpo, cadavere, è così che deve dire, si ricorda.
- Si sa chi è? – chiede invece, lo sguardo che segue smarrito la salita del tronco, fino alla sua ricurva caduta verso il suolo.
L’altro carabiniere cita da taccuino
- Maddalena Lucina, classe 1973, vedova -
Il dottore annuisce.
Si accovaccia accanto al cadavere in gesto professionale, in realtà concedendo una vittoria parziale alle gambe, e finalmente scosta i capelli dal viso.
- Era bella – sussurra il carabiniere al suo fianco.
- È bella – aggiorna il dottore con parole che si perdono nel cielo pesante d’inverno.
Il Procuratore Magistri Elena, classe 1969, ben attrezzata, si avvicina e cerca una scappatoia per non perdere il suo primato di bellezza oltre la vita e la morte.
- Beh, sarà stata anche bella, ma qui ci risulta una lunga storia di depressione ed alcolismo -
Le lenti miope del dottore si sollevano sui suoi occhi vivaci e lasciano una domanda nell’aria. Il Procuratore rimbalza lo sguardo interrogativo sul carabiniere armato di taccuino. Questi ha un fulmine di smarrimento sul viso, poi comprende.
- Siamo già risaliti al suo indirizzo e i colleghi di pattuglia ci hanno detto di avere trovato le cartelle cliniche di vari ricoveri in merito ai problemissuindicati - recita appiccicando le ultime parole.
Il dottor Santino annuisce, poi si volta ancora sul viso della donna.
Il pallore nevoso della morte le ha portato via il colore rosso del vino e quello grigio della depressione. L’ha lavata del suo passato, ma le cartelle cliniche sono rimaste, lapidi indiscrete e già fuori luogo.
Santino chiude gli occhi e ricorda.
Una mano scivola silenziosa nell’ampia tasca del suo cappotto e tra slalom di cappucci di biro smarrite, briciole di pane ignorato, raggiunge il fruscio della carta.
Gli occhi si aprono e vestono la lunga parete del cimitero di sguardi spenti e nostalgici.
- Dottore? – lo esorta il Procuratore Magistri, avvicinando passi al suo volto.
- Se tutto fosse stato come un tempo, chissà – parla lui senza voltarsi – Avete notato come la morte è allontanata e murata? Non c’è vita sociale qui intorno. Fateci caso, avete mai visto, che ne so, negozi accanto ad un cimitero? A parte quelli di fiori, intendo, mai un edicola colorata, mai un pub chiassoso, mai attraenti esposizioni di vestiti e scarpe e stereo –
- E vorrei anche vedere – sbotta il carabiniere al suo fianco.
Santino sospira, ancora pesante, profondo. Sospira con tutto il suo corpo, poi, lento, si muove e fa un gesto che sorprende il Procuratore Magistri, classe 1969, e i due carabinieri, qualunque classe si portino dietro.
Si siede al suolo, sulla terra, appoggiato all’albero, accanto al cadavere della donna. Spalla contro spalla.
- Dottore? – ripete il Procuratore, mentre gli occhi dei carabinieri corrono a lei in confusa attesa di ordini.
Santino ha ancora lo sguardo sulla parete del cimitero.
- Allontaniamo la morte in ogni modo e, per compensare, cerchiamo avidamente notizie di quella altrui, purché lontana e possibilmente televisiva -
- Dottore – altri due passi del Procuratore, questa volta più decisi – Credo stia inquinando la scena – la voce è ancora incerta.
- Ma così la nostra debolezza e la nostra paura aumentano. Tanto la morte ci viene a trovare sempre, immancabilmente, all’improvviso, spegne i nostri cari o noi stessi. Non ci sono gesti scaramantici o mura per sconfiggerla –
- Ecco, dottore – il Procuratore Magistri esita ancora; dalla sua classe 1969, per la prima volta non sa come muoversi sulla scena di un sopralluogo – Appunto, mi scusi, devo esortarla, le prove –
Finalmente il dottor Santino la guarda. Finalmente, dietro le lenti da miope, gli occhi sono presenti. In una tonalità intensa, così intensa da essere forse il motivo che spinge il Procuratore Magistri ad arretrare di qualche passo.
I carabinieri la imitano diligentemente.
- Non si preoccupi. Conosco bene la scena e posso permettermi di inquinare le prove – la mano riemerge dalla tasca esumando il foglio seppellito.
- Lo prenda, è una prova –
Il carabiniere più vicino si allunga, ma il dottore ritrae la mano.
- Lasci a me – capisce la donna e prende il foglio accartocciato – Di cosa si tratta? – chiede mentre ne sta già svelando le parole scritte.
Santino chiude ancora gli occhi.
Attende e ascolta il silenzio.
- Non capisco – mormora lei dopo minuti senza tempo. In realtà il tono soffuso della sua voce già tradisce il timore della comprensione.
- Ho scritto quei versi di getto, questa notte, qui, accanto a Maddalena morente. Li ha letti, no? Li ho intitolati “ritratto da un ultimo bicchiere” –
Silenzio. Silenzio sulle parole, intorno alle parole. Silenzio sulla scena di morte. Silenzio sulla vita.
La donna fissa Santino con stupore immobile e vede un uomo infagottato e pesante, adagiato accanto al cadavere di una donna. I carabinieri si avvicinano, cauti, cercano di sbirciare nel foglio, ma il Procuratore li precede porgendolo all’agente più anziano di grado.
- Lo registri immediatamente come prova –
Adesso la scena è ancora sua, capisce il Procuratore Magistri, ma non lo pensa con sicurezza, anzi. Sente Elena, la parte di lei senza vestiti, che vorrebbe urlare, scappare, negare.
- Perché? - riesce invece a chiedere dalla sua professionalità.
Santino è solo voce narrante da un pupazzo di carne piegata. Le sue parole cadono piano nell’aria e lasciano tracce di resa.
- Amo Maddalena, anche ora, qui. La morte del marito ha aperto una ferita senza cicatrici sul suo animo depresso. L’alcool l’ha avvolta e le ha dato un’oasi pesante, una palude, in cui comunque ha tentato di esserci – reclina leggermente il capo a sfiorare la spalla cadente della donna morta - Io sono arrivato dopo, il medico di famiglia innamorato, e le ho fatto l’unico regalo che mi ha chiesto-
Elena ha ricominciato a serrare le labbra con i denti, forse per non piangere, forse per non respirare la verità che riempie l’aria di inverno e di morte.
- Sì, è stato un capodanno intenso. Siamo usciti, l’ho accompagnata fin qui, dove giaceva già la sua vita, e le ho dato i farmaci. In overdose –
L’uomo annuisce con testa pesante, poi apre di nuovo gli occhi e in una carezza li posa sul volto del cadavere.
- L’ho ascoltata morire di vita finalmente sua. E intanto scrivevo la nostra poesia -
- Dottore –
- Lo so, un attimo solo, poi vi seguo. Un attimo solo –
Trascorre davvero un attimo, un attimo solo, prima che i carabinieri aiutino il dottore ad alzarsi.
E in quell’attimo, che è di assoluto silenzio, Santino le sente ancora. Per la prima volta senza passi.
Cavallette piangenti sul selciato.
* poesia e racconto presenti nell’antologia “Città di Solitudine”.
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