venerdì 31 agosto 2007

il museo delle cere

Titolo III - Articolo 38
Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all'assistenza sociale.
I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.
Gli inabili ed i minorati hanno diritto all'educazione e all'avviamento professionale.
Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.
L'assistenza privata è libera.

il museo delle cere
racconto di Giovanni Sicuranza


Le persone si muovono in correnti imprevedibili e cieche.
Ilona ha occhi spalancati e mani ben salde per evitare le loro ondate. Anche se sa che non basta.
- Ops, mi scusi – un’ombra veloce, un uomo forse, la urta con una gamba. E l’attimo dopo è già figura confusa tra le altre.
Lei barcolla, stringe le labbra e tenta di proseguire. Anche se sa che non basta.
Ed ecco i ragazzini. Prima o poi doveva incontrarli, uno a fianco all’altro, così saldi, così invalicabili. Arrivano su di lei, veloci, in un’ondata travolgente.
Ilona si blocca, trattiene il respiro e chiude gli occhi. Anche se sa che non basta.
- Ehi.
- Cazzo ci fa …
- E spostati, no?
Voci affilate come lame che le sfiorano la testa e proseguono oltre, trasformandosi in risate.
Le mani di Ilona si serrano sui braccioli, gli occhi si aprono su un velo di lacrime.
Dovresti esserci abituata, scema, si rimprovera.
Ma la frustrazione è tanta, adesso, tutta in gola, in un bolo pesante.
Lei vorrebbe vomitarla addosso a questa gente, alla folla che le passa intorno, sopra, attraverso, senza vederla.
Invece ingoia, silenziosa, come sempre, e intanto si volta verso il lato opposto del marciapiede.
L’insegna di un bar ammicca di luci blu e gialle.
L’occasione per bere qualcosa, qualsiasi cosa, giusto per mandar giù i residui del pianto, riflette Ilona, veloce. Guarda da un lato, dall’altro, e attraversa la strada.
Solo quando è arrivata al bordo del marciapiede capisce che quel bar ormai a pochi passi, è, per lei, dall’altra parte del mondo.
Motociclette parcheggiate ovunque, una barriera che la respinge, impedendole di salire sullo scivolo.
Ilona rimane immobile, attonita, ad osservare l’insegna blu e gialla del bar, quei colori accesi, invitanti, mentre lei e la sua carrozzina non hanno possibilità di muoversi.
Il suo sguardo si spegne sull’edificio a fianco del bar. Ed è allora che si accende di nuova curiosità.
Un manifesto trema intorno al palo davanti l’ingresso, spinto dalla fragile brezza che sale dal mare.
“Visitate il Museo delle Cere – Le mostruosità della natura ai vostri occhi per pochi euro”.
Poi scorge la fila. Turisti incuriositi, annoiati, che si accalcano per entrare. Uomini, donne e bambini, tanti bambini. Muovono passi, tutti su due gambe.
Anche tu sei una mostruosità della natura, mormora una voce nella testa di Ilona.
La donna sospira, riconoscendo il tono afflitto di suo padre.
Ti hanno massacrata di interventi. La tua schiena è una serie di clip metalliche. E non è servito ad evitarti questo.
Smettila, lo rimprovera Ilona, mentre aziona il motore della carrozzina e si spinge più in alto, lungo la strada, alla ricerca di una rampa. Non è stata colpa tua, papà.
Smarrita nel dialogo, quasi non si accorge di aver spinto la leva al massimo della potenza.
Due donne unite in un abbraccio si spezzano per non essere travolte. Ora i ruoli si sono invertiti. È lei ad essere cieca, travolgente.
Le succede quando è confusa. O arrabbiata.
Perché in fondo è vero, la colpa è di suo padre. Se non si fosse messo alla guida ubriaco, la loro auto non si sarebbe schiantata contro il camion, la sua schiena non si sarebbe spezzata fino a costringerla su una sedia a rotelle. E suo padre non sarebbe morto.
Quando torna al presente, Ilona si accorge di essere in fila, dietro tutti gli altri.
La donna davanti si è voltata, forse attratta dal ronzio della carrozzina, e subito dopo la imita il bambino che regge per mano. Ma mentre lei si volta subito, come a cancellarla dalla vista, forse anche dalla memoria, il piccolo la fissa con occhi grandi.
- Guarda che il museo è là dentro –mormora Ilona, le parole che escono tra i denti – Non sono io.
Il bambino ha un sussulto. Alza il viso verso quello assente della madre e si stringe alle sue gambe.
Ha le gambe, pensa Ilona, gli occhi che si perdono sui polpacci della donna.
E subito dopo la mente diventa vuoto.
- Sono cinque euro.
- Come? – Ilona sbatte le palpebre. La donna davanti e il bambino sono già entrati, lasciandola di fronte ad un uomo anziano, dal sorriso così ampio che le rughe introno agli occhi sembrano incisioni nella pelle.
- Signora, se vuole entrare sono cinque euro. Solo cinque euro per vedere statue di cera impressionanti – spiega lui, senza prendere fiato – Hanno capelli umani, pensi, e gli occhi sono fatti con le protesi usate per i ciechi. Insomma, avrà l’impressione che le statue la stiano osservando.
- Ah – sbuffa Ilona.
Il sorriso dell’uomo non ha nemmeno una crepa di esitazione. Ilona ne osserva il viso, così avaro di rughe nonostante i capelli bianchi, poi scende al petto, dove un cartellino di riconoscimento recita “Salvatore”.
- È proprio chi mi servirebbe – sospira la donna – La mia schiena attende giusto un salvatore.
- Cosa, signora? – l’uomo si sporge appena sulla carrozzina – Di cosa ha bisogno?
Lei ne sente l’alito, fresco, pulito. Piacevole. Ma la curiosità che si è accesa negli occhi di lui la stupisce e la inquieta allo stesso tempo. Le sembra troppo intensa.
Allora, veloce, apre il marsupio ed estrae le banconote.
- Grazie – Salvatore ha persino un accenno di inchino, e continua a fissare lei, non i soldi, mentre li ripone in una cassetta al proprio fianco.
Ilona nota che è già piena.
- Prego – la mano dell’uomo si solleva per spingere la maniglia del portone in metallo, gli occhi che continuano a bruciarle addosso.
E l’attimo dopo, confusa tra una marea di gambe, Ilona si trova nella sala del Museo delle Cere.
***
È piccola.
Una penombra stretta, senza finestre, in cui lame di luce escono dai faretti neri, appesi al soffitto come pipistrelli in attesa.
La prima sensazione per chi entra è di delusione.
Questa non è la sala di un museo, ma un magazzino riciclato, osserva Ilona.
È come se qualcuno avesse trasformato l’ambiente in fretta, in modo essenziale, per inaugurare il locale giusto all’apertura della stagione turistica.
Subito dopo, alla delusione si aggiunge la curiosità per un oggetto enorme, rettangolare, a fianco dell’ingresso. Ilona lo riconosce immediatamente, ancora prima di sentirne il ronzio. É un congelatore, tipo quelli che trasportava il padre sui camion, quando ancora lavorava e guidava lontano dall’alcol. Sullo sportello di questo, però, c’è un cartello che ammonisce: “Per conservare la cera. Non toccare”.
Un particolare quantomeno stano. Perché è stato sistemato proprio qui, ad occupare spazio in una sala già angusta?
Ilona fende a fatica la folla dei visitatori, con secchi colpi sulla leva del motore, prima di trovarsi di fronte alla prima statua.
È una figura su piedistallo, alta qualche decina di centimetri. I lineamenti del viso sono delicati, femminili, come del resto femminile è l’abito che sussurra di secoli passati. Ma a stupire non è la statura, non è la bellezza di questa donna di cera. Sono i peli. Peli ovunque, folti, neri. Peli che ricoprono le mani, che salgono sul volto fino ad unirsi ai capelli, in una barba lunga e crespa.
“Ursula Dylan, nata in Islanda, nel diciottesimo secolo. Di aspetto semplice, a quarant’anni era alta sessantun centimetri, pesava cinquanta chili, peli compresi, che iniziarono a crescerle quando aveva sette anni e le ricoprirono tutto il corpo”.
Ipertricosi in nanismo, sintetizza Ilona con distacco, mentre lo sguardo sale dalla scritta sul piedistallo al volto. E qui si blocca, stupito.
Quegli occhi, quegli occhi.
I pensieri di Ilona rotolano senza trovare sbocco in altre parole. Non si accorge nemmeno di avere azionato la leva della carrozzina per la marcia indietro.
- Ma che diamine! – ringhia qualcuno alle sue spalle – Stia attenta, no?
- Mi scusi mi scusi – recita lei, gli occhi negli occhi della donna di cera.
Occhi grandi, attenti. Occhi lucidi. Occhi vivi.
Ilona scuote la testa per non perdersi dentro di loro, poi volta la carrozzina verso le altre statue. Ma per un po’ continua a sentirsi lo sguardo della nana pelosa sulla nuca.
Tra soste in attesa che colonne di gambe si spostino per lasciarle visuali libere, tra manovre al limite negli spazi angusti, riesce a percorrere il perimetro della stanza. Del resto, le statue sono poche e non sempre lei ha il tempo di leggere chi rappresentano, spinta dalle ondate dei bipedi.
Dopo Ursula Dylan, vede una figura maschile seduta su una poltrona. È l’uomo rinoceronte. Un’escrescenza ossea tra le narici si innalza fin quasi all’altezza della fronte, la pelle tesa fino a dare l’impressione di lacerarsi da un momento all’altro. Ilona riesce a leggere che quest’uomo non ha mai voluto operarsi proprio perché il suo naso era fonte di guadagno. Le altre notizie sono celate dalla folla e dalle ombre del locale.
In effetti, le inclinazioni dei faretti sembrano studiate per sfiorare appena le statue. Forse per non sciogliere la cera. Però anche in questo caso gli occhi sono ben illuminati. E la fissano, intensi. Velati.
Un altro effetto dei fari, si dice la donna, e passa oltre, ignorando il brivido che le salta sulla schiena.
I prossimi incontri sono con un uomo a tre gambe, quella centrale stesa in fuori, le altre due accavallate sulla sedia. Omaggio al siciliano Francesco Lentini, morto nel 1966. Poi è la volta di un’altra donna. Mento, bocca e naso sono fusi, allungati, simili al muso di un maiale. E ancora un altro uomo, chino, con una coda lunga e rosa che si apre tra i pantaloni. Si tratta di un indiano, della tribù dei Guayacuyani, scoperto in Paraguay nel diciannovesimo secolo. Il cartello appeso alla coda, informa che la sua appendice era in pelle nuda, misurava dieci centimetri. E si muoveva.
Ilona scuote la testa e avanza. La donna di fronte a lei indossa vesti ancora più antiche, forse risalenti al Rinascimento. È bella, davvero. Non fosse per le braccia sollevate, che mostrano le mani fuse, completamente fuse, senza traccia di dita, senza più traccia di umanità.
Sono pinne, osserva Ilona, Chissà come faceva a …
Pensieri che si smorzano negli occhi della donna pesce. Anche il suo sguardo sembra così vivo, oltre la cera, oltre la finzione.
Ilona socchiude le palpebre, nel tentativo di scrutarli meglio tra le penombre, ammirata dal realismo di queste protesi per ciechi.
L’attimo dopo realizza che al suo fianco i visitatori sono eccitati. Mormorii di stupore, versi di disgusto. E risate. Spezzate. Nervose.
Allora distoglie occhi e carrozzina dalla donna pesce e si unisce al gruppo.
L’uomo si erge, alto, elegante. Il corpo sembra ben formato, anzi, atletico. Anche i lineamenti del viso sono regolari. L’unico aspetto che lascia perplessi è quella protuberanza sulla sommità del capo, coperta dalla folta capigliatura bionda.
Un bernoccolo non sarebbe cos’ grande, riflette Ilona, e comunque non rientrerebbe tra le mostruosità, mi sembra.
Quindi si sposta verso le spalle della statua, rapida, per non ascoltare la voce che sta iniziando a canzonarla.
Tu sì che sei una mostruosità. Un mezzo busto su carrozzina a motore che vaga in un mondo di bipedi.
Ma la voce si spegne, non appena Ilona scorge la natura della protuberanza. Dalla testa dell’uomo parte un’altra testa, più piccola. Ha i lineamenti di un bambino ed è rivolta sulle spalle.
La sua bocca cade in una “o” stupita.
“Quest’uomo è vissuto nel diciassettesimo secolo, nel Bengala. Il corpo si era formato naturalmente, ma un’altra testa era cresciuta sulla sommità della prima ed era rimasta bambina, mentre l’uomo invecchiava. Le due teste erano in grado di parlare e di vedere separatamente”.
Lo sguardo di Ilona si arrampica a fatica dal testo sul piedistallo al volto bambino. Ancora quello sguardo, così lucido, pieno di vita. Così …
È un attimo, le pupille della statua si spostano su di lei, scendono sulla carrozzina, poi la piccola testa compie un gesto naturale, pieno di complicità. Fa l’occhiolino a Ilona.
Che rimane paralizzata, senza respiro.
- Mamma, ma questa statua sulla carrozzina chi rappresenta? – sente chiedere ad un certo punto da una bambina.
Solo allora Ilona torna alla realtà. E porta con sé un’intuizione pesante.
Così, mentre decine di gambe le passano intorno, capisce cosa deve fare.
***
Due ore dopo, la folla si è ridotta a pochi passi che si avviano verso il portone, tenuto aperto dal vecchio Salvatore.
I commenti sono di delusione per le dimensioni della sala e per il numero delle statue, di ammirazione per il realismo di volti. Salvatore ha per tutti il solito enorme sorriso e un accenno di inchino. Poi, quando gli ultimi visitatori diventano macchia sul marciapiede, confusa tra i colori dei turisti estivi, il vecchio si affaccia nella stanza.
Un’occhiata, lo sguardo che corre lungo il perimetro, poi l’uomo si ritrae tirandosi dietro il portone.
I faretti rimangono accesi.
Il primo a sgranchirsi è l’uomo con la coda. Appoggia le mani alla schiena e si raddrizza, con un gemito, mentre la coda si abbassa. Poi si muove l’uomo rinoceronte, le dita che scivolano lungo il corno.
- Che prurito – si lamenta.
- Che caldo, piuttosto – lo interrompe la donna pesce, abbracciando il congelatore – Dovreste sapere che queste temperature mi danneggiano i nervi.
- Beh? Quella cassa fabbrica ghiaccio è lì per te, altro che per la cera! – sbuffa l’uomo rinoceronte – Però se te la stringi addosso è peggio, no? Lo sai che devi riprenderti al più presto, altrimenti perché ti avremmo sistemato il congelatore vicino? Tra l’altro, se almeno ogni tanto ci entrassi subito, ci risparmieresti la solita lagna.
“Stronzo”, mimano le labbra della donna pesce.
- Ehi, qualcuno mi aiuta a scendere dal piedistallo? – squittisce la donna nano.
L’uomo a tre gambe si alza dalla sedia, piano.
- Arrivo, mia cara, arrivo.
La piccola donna incrocia le braccia.
- Certo. Ad aspettare te i peli mi arriveranno sul pavimento.
L’uomo a tre gambe barcolla, come colpito da quelle parole gonfie di ironia, e subito si appoggia ad una parete.
- Sei un gomitolo fetente di peli, lo sai? Per me non è facile trovare l’equilibrio.
- Silenzio!
L’uomo si blocca, una gamba salda al suolo, l’altra appena appoggiata con il tallone, la terza ferma a mezz’aria.
La donna maiale smette di lisciarsi il muso.
- Silenzio! – ripete la voce, grossa, imperiosa dell’uomo a due teste.
E per un istante tutti sembrano tornare statue di cera.
- Mio fratello ha visto la donna – spiega la testa principale – Si è nascosta nell’angolo buio.
- È vero, è vero – pigola l’altra testa – Non è uscita con gli altri. Ci ha scoperto.
Silenzio. Lo sguardo di tutti che diventa unico e scruta in un corridoio stretto, al lato opposto dall’ingresso, ignorato dai faretti.
- Vieni fuori, donna – parla la testa principale dell’uomo biondo.
- Sì, vieni fuori spiona – aggiunge l’altra, con tono da bambino – E tu spostati, no? Devi sempre avere la visuale migliore solo perché sei più grosso?
- Taci! – gli intima la testa adulta.
L’uomo rinoceronte muove un passo verso il buio, poi un altro.
- Tranquilla, donna – dice, cauto – Ti prometto che non ti faremo nulla.
Un ronzio, debole, e dall’ombra compare il profilo di una carrozzina. La donna seduta sopra ha occhi grandi, pieni di domande.
- Non siete statue – mormora, senza muoversi oltre.
- E brava, brava! – applaude la donna nano, saltellando sul piedistallo.
L’uomo a tre gambe le dedica un cenno rapido della mano, come a tagliare l’aria all’altezza della gola.
La piccola donna affloscia corpo e peli sul piedistallo, con uno sbuffo deluso.
- Chi siete? Perché fate questo? – chiede Ilona, le palpebre che si aprono e chiudono su quella scena, nel tentativo di convincersi che sta sognando.
- Perché non ti rilassi? In fondo anche tu sei come noi. – l’uomo rinoceronte le tende una mano – Una menomata.
Ilona inizia a scuotere la testa, ma qualcosa nello sguardo di questo essere deforme le fa cambiare idea.
Lui la sta guardando, la sta vedendo. Davvero.
Ed è la prima volta da quando si è trovata prigioniera in una carrozzina, tra le barriere infinite di un mondo che ignora le persone come lei.
Allora aziona la leva ed esce completamente dalla penombra, gli occhi di tutti su di lei. Così attenti.
- Mi chiamo Antonio Larice. – si presenta l’uomo con l’escrescenza al naso – E in realtà sono solo un sosia della persona che è descritta nel piedistallo – le braccia si allargano ad abbracciare tutta la stanza – Lo stesso vale per gli altri.
- Piacere, signora – si aggiunge l’uomo sosia dell’indiano Guayacuyano, sollevando una mano e la coda – Pietro Marcetti, diploma da operaio specializzato.
- Marcella Iori – borbotta la donna dal muso di maiale, con forte timbro nasale – Diplomata in ragioneria.
- Oh – si affretta ad aggiungere Larice, dopo una tirata di naso, lunga – Io ho fatto il liceo linguistico. Insomma, con un naso così, pensavo che almeno in Africa un lavoro me l’avrebbero dato.
Le risate salgono spontanee a riempire la stanza. Solo Ilona non ride. Guarda tutti, uno ad uno, le loro facce deformi e rilassate e sente sempre più urgente il desiderio di capire.
- Ma perché? – ripete.
L’uomo con due teste muove un passo verso la donna. Gli occhi dell’adulto la scrutano, invadenti, dall’alto in basso e poi, ancora, verso l’alto.
- Ehi, fammi vedere! – piagnucola la testa bambino.
La parte adulta la ignora.
- Signora, lei è costretta su una carrozzina – inizia, con parole che hanno un suono profondo, delicato – Ci dica, come vive nel mondo fuori?
Ilona ha un sussulto, apre la bocca, poi la richiude e stringe le labbra.
- Scommetto che ogni passo che per gli altri è naturale, ogni cammino, per lei è una conquista – continua l’uomo – Scommetto che ci sono leggi ed articoli della Costituzione pronti a tutelarla, ma tutti i giorni deve lottare per trovare un autobus che le permetta di salire, o uno spazio libero dalle auto per percorrere un marciapiede.
- E allora? – sibila lei, sulla difensiva.
L’uomo rinoceronte si avvicina di un passo.
- Noi ci siamo creati un mondo dove non siamo un peso. Certo, non siamo il museo di Madame Tussauds, ma per diventare statue di cera ci siamo sottoposti ad un duro allenamento.
La donna nano ricomincia a saltellare sul piedistallo.
- Oh, sì, sì, grande signora. Le statue viventi sono in grado di restare ferme nella stessa posizione per ore, compiendo solo minimi movimenti degli occhi.
- Ecco perché la luce dei fari vi illumina appena – mormora Ilona – Per non irritarvi gli occhi.
- Beh, e poi dove lo mette il caldo? – brontola la donna pesce – Io morirei – e, come a rimarcare il rischio che corre, abbraccia ancora il congelatore.
- Devi entrarci dentro – la esorta ancora l’uomo rinoceronte. Lei fa spallucce, appoggia anche una guancia sullo sportello e l’attimo dopo sul suo viso c’è beatitudine.
Ilona scuote la testa.
- Però continuo a non capire…
L’uomo rinoceronte sorride e lo fa in un modo strano, con le labbra che si piegano al centro, ad angolo acuto, forse stirate dalla protuberanza nasale.
- Allora, signora, sarò chiaro. Siamo tutti invalidi, menomati, la legge dovrebbe tutelarci a partire dalla Costituzione. – una pausa – Conosce l’articolo trentotto?
- Anche troppo bene – ammette Ilona, a denti stretti.
- Ottimo – si compiace lui – Mi scusi, ma è proprio qui che voglio arrivare. La Costituzione ci tutela, ma la società ci allontana. Le stesse tabelle che assegnano percentuali di invalidità ci sono contro.
La donna lo guarda perplessa.
- Mi spiego meglio – sospira Larice – Come ben saprà, visto che anche lei avrà affrontato l’iter, c’è una Commissione di medici incaricata dagli Enti statali, INAIL, USL, eccetera, di visitarci e di stabilire un grado di invalidità. Ci sono leggi che stabiliscono a che percentuale corrisponde una certa menomazione.
- E a determinati gradi di invalidità corrispondono benefici economici e di tutela – cita a memoria l’uomo a tre gambe, continuando ad oscillare sulla parete, come se l’onda sonora di ogni parola rappresentasse un rischio per il suo precario equilibrio – Ad esempio, il diritto ad entrare nelle categorie per il collocamento obbligatorio sul lavoro.
- Lo so – ammette Ilona, dura, mentre la rabbia la riempie al pensiero che per ottenere questo diritto è in causa contro la Commissione medica. Una causa che giace sepolta da circa dieci anni presso il Tribunale del Lavoro e che nessuno sembra interessato ad esumare.
- Allora saprà anche che le tabelle per stabilire l’invalidità si basano soprattutto sulla disfunzione di un organo e non sulla sua deformità. Prenda ad esempio il mio caso – Larice fa scivolare le dita lungo il profilo della protuberanza – Ho un po’ di sinusite, nient’altro. Dunque la funzione del mio naso, per quanto deforme, è perfetta e non ho diritto a punteggi.
- E tutti noi, allora? – aggiunge la donna pesce, con gli arti ben saldi sul refrigeratore – Non c’è solo l’aspetto della valutazione. È che nemmeno la società è preparata ad accoglierci. Forse turbiamo la sua corsa all’apparenza. Guardi me, per esempio. Ho diritto a un buon punteggio, visto che mi mancano le mani. Ma crede che là fuori ci sia un posto per me? Crede che qualcuno abbia voglia di assumermi? Si figuri, neanche esistono strumenti per permettermi di vivere la mia quotidianità in modo dignitoso! E le parlo di cose banali, tipo le posate.
La donna pesce vi volta verso l’uomo rinoceronte.
- Anche aprire la maniglia di un congelatore non è certo facile – aggiunge, risentita.
- Lo sa cosa saremmo stati una volta? – incalza Marcetti, la coda che sibila nell’aria, nervosa – Fenomeni da baraccone.
- Invece il dottor Speranza ci ha dato una possibilità – svela la piccola testa, con la voce di bambino, girata verso la parete.
Silenzio. Sguardi che si abbassano, altri che si posano sulla testa grande. L’uomo biondo solleva le spalle, in segno di impotenza.
- Chi è questo medico? – Ilona si rivolge direttamente all’uomo rinoceronte, ne cattura lo sguardo sfuggente e insiste – Chi è Speranza?
Larice si lascia andare sulla poltrona.
- È un medico della Commissione. Valuta gli invalidi da tanto tempo … - la mano torna a perlustrare il corno.
- E allora?
Larice scatta in piedi. Ilona si ritrae sullo schienale della sedia a rotelle.
- Allora è lui che ha messo su tutto questo! Per questa società eravamo diventati dei mostri da nascondere, non da aiutare. Così Speranza è venuto a cercarci. Anche se per qualcuno di noi era già troppo tardi – l’uomo rinoceronte si nasconde il volto tra le mani. La protuberanza che sporge dal naso, rosea, sembra un dito in più, gonfio.
L’uomo a tre gambe si accovaccia al suolo.
- Speranza ha detto che potevamo aggirare la beffa dell’articolo trentotto della Costituzione. – continua - Fingendoci statue di cera avremmo riavuto la nostra dignità e lui ci sarebbe stato vicino, sera dopo sera, a vegliare all’ingresso. Avrebbe agito secondo l’articolo, dove recita che “l'assistenza privata è libera”.
- Quindi l’uomo dei biglietti, quel Salvatore, è il dottor Speranza? – domanda Ilona, incredula.
Larice annuisce.
- Il dottor Salvatore Speranza. Il nostro salvatore.
Ilona spinge la carrozzina verso l’uomo rinoceronte, quasi gli sbatte contro. Lui sembra non accorgersene nemmeno.
- Certo – ironizza lei – Un bell’aiuto. E scommetto che intanto i profitti di questo museo vanno nelle sue tasche. Magari in questo paese lo conoscono semplicemente come il simpatico vecchietto Salvatore.
- Beh – inizia l’uomo con la coda – Nessuno fa mai nulla per nulla.
- Mai nulla per nulla? – grida Ilona – Ma siete scemi o cosa? Io devo lottare contro l’indifferenza e l’ignoranza della gente, è vero, ma almeno ho ancora la mia identità. Questo vostro dottore vi ha privato della dignità. Vi tiene qui, segregati.
- Ci protegge dalle persone – la interrompe la donna nano – Ci da un mondo dove sopravvivere.
- Quale mondo? Quello buio di una stanza? – Ilona sorride, amara – Siete matti. Dice di aggirare le pecche dell’articolo trentotto, ma in realtà viola tutta la Costituzione.
Gli occhi dell’uomo rinoceronte sbucano tra le dita. Sono piccoli, turbati.
- Non c’è solo la stanza. Quel corridoio al buio, quello dove ti eri nascosta, porta ad un salone pieno di svaghi. Libri, videogiochi, DVD. Abbiamo anche una cucina e Salvatore ci rifornisce di cibo ogni notte.
- E poi c’è questo congelatore! – trilla la donna pesce – Non vedi quanto è grande? Possiamo conservare anche il cibo, volendo. Ci può stare una persona intera!
- Ecco, appunto – sbuffa l’uomo rinoceronte, ma ora il suo tono è stanco e i suoi occhi sono sempre su Ilona.
Vede la donna scuotere la testa.
- Cosa vuoi fare? – le chiede - Noi ci siamo fidati di te.
- Proprio per questo denuncerò quell’uomo. Lui vi umilia! – guarda l’uomo con il naso deforme, quello con tre gambe, la donna pelosa sul piedistallo e intanto ansima – Adesso, sì, vi ha reso dei parassiti!
La mano della donna si muove sulla leva del motore, con la carrozzina puntata verso il portone. Ma le ruote posteriori sibilano nel vuoto e lei si trova proiettata in avanti, tanto che deve trattenersi sui braccioli per non cadere.
- Ma cosa… - comincia, incredula. Quando si volta vede che l’uomo con due teste ha sollevato la sedia a rotelle.
- Spiacente, non si può – la informa la testa adulta, seria.
- Non si può – ripete la testa piccola, ridendo – Non si può, signora in carrozzina.
Ilona scorge le ombre degli esseri deformi stringersi intorno a lei.
- Cosa volete? – sibila, in realtà con il cuore che le è salito in gola.
- Sai cosa crediamo, donna in carrozzina? – cantilena la donna maiale, con quel timbro così ottuso – Che tu in realtà sia invidiosa, inacidita da un mondo che ti ha esclusa. E che per questo voglia rifarti su di noi.
- Non è vero! – grida Ilona, forte, così forte da zittire la voce interiore che comincia a chiedersi se la donna deforme non abbia ragione – Io voglio salvarvi!
- Sai cosa crediamo, donna in carrozzina? – continua l’altra, come se Ilona non avesse nemmeno parlato – Che tra poco capirai la nostra realtà.
Ilona vede un’altra lama comparire tra quelle di luce dei faretti.
E urla. Perché è una lama di metallo.
***
Nei giorni successivi le strade sono ancora piene di turisti. Gente che affolla la località di mare, che si muove indifferente tra moto e auto parcheggiate sui marciapiedi, che salta agile sugli alti scalini degli autobus.
Qualcuno, incuriosito o annoiato, decide di visitare il piccolo Museo delle Cere, accolto dal sorriso del vecchio Salvatore. E rimane deluso nello scoprire quanto sia esiguo il numero delle statue presenti. Anche se, bisogna ammetterlo, il loro realismo è impressionante, tanto che, a volte, sembra che le protesi degli occhi siano vive.
L’unica statua diversa è quella seduta su una carrozzina, accanto al congelatore, leggermente inclinata di lato. È diversa perché i suoi occhi sono chiusi.
E poi, a differenza delle altre, è più da museo dell’orrore. Macabra.
Quando le scivolano accanto, gli adulti tentano di bendare gli sguardi dei bambini con i propri corpi. E proprio per questo, i piccoli sono lesti a liberarsi, incuriositi.
Qualcuno prova persino a sfiorarne i lineamenti. E subito si ritrae, agitando la mano in aria.
- È gelida – commenta disgustato, mentre lo sguardo passa da lei al congelatore – Sembra quasi che l’hanno appena tolta da là dentro!
Solo dopo gli occhi sorvolano la scritta sul cartone serrato tra le mani della statua.
Raffigurazione di donna anonima, affetta da disturbi mentali.
Trovata suicida in casa, così come rappresentata. La gola e i polsi tagliati.
Poiché era vestita completamente di verde, e il sangue, rosso, colava sulla pelle ormai bianca, si pensò che si fosse uccisa per imitare i colori della bandiera. In particolare, per riprodurre il simbolo degli articoli della Costituzione, di cui era ossessionata, al punto da ripeterli senza soste, come riferito dai vicini. L’articolo 38 era quello preferito, probabilmente a causa del suo stato di invalidità. Per gentile concessione di un Museo itinerante del Grottesco, qui esposta solo per pochi giorni, affinché sia da monito per una giusta tutela di questo e di altri articoli della nostra Costituzione
”.

venerdì 10 agosto 2007

"Il delitto si tinge di verde". Antologia AAVV


Da http://www.zaffoni.it/diario02.htm

"Presso il Museo Civico di Rovereto è disponibile l'antologia del concorso Criminalcivico 2007 Il delitto si tinge di verde curata da Orient Express. 200 pagine con 24 racconti di Radic, Marenzana, Sicuranza, Catani, D'Afro, Galati, Valenza, Panzetti, Luceri, Marchesi, Milano, Agaraff, Buzi, Conte, Giovanetti, Piemonte, Togneri, Saffi, Smocovich, Campana, Cermusoni, Trenti, Vesnaver e Zaffoni. Per info sull'acquisto (prezzo di copertina 5 euro) scrivete a Orient Express."

lunedì 30 luglio 2007

visti da vicino (in requiem)

visti da vicino (in requiem) *

Il lento assorbirmi della terra
avida di respiri e pulsazioni
mi gonfia in un ghigno
crescente e fiero
sulla tristezza e le lacrime
lasciate appassire nella mia fossa.

Con occhi cavi di vermi e radici
scruto la lunga processione
dei vostri sospiri.

Freschi di pelle e belle speranze
eccovi a vagare
sopra lapidi e tombe
ignari che è qui che un giorno
anche voi presto cadrete.

E le mia labbra si innalzano ancora
nel riso soddisfatto della putredine.


* versi tratti dal romanzo "lungo il vento" di Giovanni Sicuranza

sabato 28 luglio 2007

torneo di racconti

Altra sorpresa per il qui presente fantasista noir.

Alcuni suoi racconti sono entrati in classifica per un torneo a votazione.
Con una formula senza dubbio accattivante, che ricalca i tornei ad eliminazione di calcio (tipo mondiale, per intenderci; o almeno, per intendervi, visto che il calcio non ha fascino per il solito qui presente).

Chissà cosa ne uscirà fuori. E chi ne uscirà fuori.

Comunque, per interessati vari ed eventuali, il link è:

http://www.zaffoni.it/cc-32mi.htm

Tra l'altro, può essere anche un buon punto di partenza per perdersi nei racconti di affermati scrittori noir.

domenica 15 luglio 2007

dove scorre il fiume. bellombra.

Dove scorre il fiume. Bellombra. di Giovanni Sicuranza

Il vecchio è un ricordo appassito nei sotterranei del fiume. Gli occhi chiusi, il mento reclinato sulla divisa arancione, ascolta il bisbiglio delle acque sotto i suoi piedi, lo sente diventare forte sugli echi delle mura e vorrebbe piangere.
Perché lui non è più forte. Forse non lo è mai stato.
- Andiamo, tocca a te.
La mano che poggia sulla sua spalla ha il tocco delicato, ma il vecchio sa che se solo tentasse di andarsene, di incamminarsi lungo il tracciato proibito dell’Aposa, da quella mano arriverebbe la morte.
- Andiamo – ripete la donna. E stringe, solo un po’, quel tanto che basta a esortare il suo corpo flaccido.
L’uomo apre un occhio, uno solo. L’altro mostrerebbe un’orbita vuota, assorbita dall’usura del biostimolatore già da tanto tempo.
- Sa dove siamo? – chiede, stanco.
- Cosa? – domanda a sua volta Darlia, colta di sorpresa, gli occhi che corrono al miliziano al suo fianco. Il soldato del Presidio Religioso guarda a sua volta il vecchio, come se fosse un ologramma di pessima qualità.
- Lei è un capitano, vero? Lo vedo dalle decorazioni – un dito del vecchio si alza verso il petto di Darlia.
Il miliziano è lesto ad estrarre la lama elettrica.
- Aspetta – ordina Darlia, con un gesto brusco della mano, senza staccare gli occhi dal vecchio – Cosa volevi dirmi prima?
Lui non risponde, non subito. Prima si volta verso il fiume, il viso che esce dalle ombre.
La luce cade fragile dalla città ai sotterranei, attraverso le grate, lì dove l’Aposa ha il suo letto. Ed è in uno di questi sottili bagliori che il capitano Darlia riesce a scorgere meglio il profilo del vecchio, le rughe sottili come graffi, i capelli bruciati dal sole che appesantisce Bonomia.
- Tanti anni fa, il fiume scorreva libero. Nessuno avrebbe mai pensato di tombarlo.
- Tombarlo – ruggisce il miliziano, un passo verso quel rudere umano – Come osi, vecchio? L’Aposa è sacro, ci da la vita. Lo abbiamo coperto per non farlo prosciugare dal sole!
Darlia scuote la testa. Il soldato esita, fa per aprire ancora la bocca, poi ritorna al suo posto.
- Un tempo questo fiume si chiamava Avesa, non Aposa – continua il vecchio, indifferente a tutto tranne ai ricordi – Il suo tratto iniziale era all’aperto, sotto il cielo. Solo dopo scendeva sottoterra e percorreva i vicoli bui di Bologna. Ma a tratti tornava a galla, ancora, per la gioia e il refrigerio della sua gente.
Il miliziano alza di nuovo l’arma elettrica. Il metallo scintilla al contatto con la lama di luce filtrata dalle grate.
- Cos’è, sei nuovo? Sei nervoso? – Darlia gli si para davanti, visibilmente seccata – Lascialo parlare. È un suo diritto.
- Mi scusi, capitano – mormora il soldato, afflosciandosi alla parete, lo sguardo basso.
- Sopra di noi c’era via Bellombra. Un bel nome, vero? – l’occhio sano si gira all’improvviso a cercare Darlia - Un nome di una strada da fiume. E il fiume, quella via, lo aveva sotto, nei canali, come un amante nascosto.
- Quanti anni hai, vecchio? – la voce della donna sembra esitare. Un senso di smarrimento che cerca di contrastare ripetendosi che sta compiendo il dovere imposto dai Maestri.
Lui scuote testa e rughe, lo sguardo ancora nel fiume.
- Non lo so, non lo so più, signora, davvero – l’occhio si chiude – L’anno scorso ho superato il limite di età. Mi avete cancellato anche il nome.
- Hai progetti di vita?
- No, signora.
- Hai una famiglia disposta a prendersi cura di te, completamente, senza nulla chiedere alla Città di Bonomia, né al Sacro fiume Aposa, per mantenerti?
Silenzio. L’acqua scivola a pochi passi, in un suono cristallino.
Darlia trattiene il fiato.
Mi dispiace, pensa, le parole che si gonfiano e vorrebbero uscire in un grido, Mi dispiace tanto.
La sua espressione, però, rimane impassibile, come quella del miliziano al suo fianco.
Molti metri più in alto, sopra le loro teste, c’è la Sede della Sezione Crediti Vita, Ministero della Salute. Qui, i visi esprimono espressioni diverse.
***
- Il vecchio deve rispondere – esorta la dottoressa Muschio, china sul video che trasmette le immagini dai sotterranei del fiume, lungo i cavi ottici del grattacielo del Ministero della Salute – Il capitano deve ripetere la domanda. Perché non lo fa?
- Lo farà – replica il maresciallo capo Amentore, alle sue spalle – Darlia è un buon miliziano.
La dottoressa Muschio ha un grugnito e affonda ancora di più il viso nello schermo, forse nel tentativo di entrare nella scena ed esortare il vecchio a rispondere.
Amentore socchiude le palpebre.
Sì, Daria è un buon miliziano, si ripete, non esiterà.
Eppure i led degli altoparlanti rimangono spenti anche il momento dopo e quello dopo ancora.
Amentore stringe i denti.
- Cosa succede, maresciallo capo? – la dottoressa Muschio si gira con un’espressione feroce. Per un istante, Amentore si stupisce che il suo viso non sia rimasto appiccicato allo schermo.
– Il suo “buon miliziano” sta esitando – insiste il medico, spostando un macigno di ironia verso l’uomo – Se il vecchio non risponde, bisogna usare lo stesso la formula della sentenza. Il capitano la conosce, però non la usa. Forse lei lo permette perché quella donna in divisa aspetta tre suoi gemelli?
L’attimo dopo, i muscoli della mano di Amentore sono tesi intorno al collo della dottoressa.
- Un'altra battuta così – sibila il maresciallo capo – Un'altra battuta così e la faccio annientare. Il capitano è stato fecondato dal sottoscritto al solo scopo di dare nuovo nutrimento alla terra dell’Aposa – la mano si apre di scatto, il corpo della dottoressa si affloscia al suolo - Abbiamo avuto il permesso di accoppiarci dai Maestri in persona, per cui ogni sua battuta è da considerarsi reato di bestemmia!
Quindi scavalca la dottoressa, incurante del vomito che sta spargendo sul pavimento, e si piazza a sua volta davanti allo schermo. In un gesto rapido, sfiora il simbolo con il punto interrogativo. Sopra l’immagine di Darlia, sopra il letto sacro dell’Aposa, si apre una schermata.
Amentore legge, veloce.
Il vecchio è affetto da una grave patologia cerebrale, che tanti anni prima ha reso necessario l’uso del biostimolatore. Si trattava di uno dei primi modelli, quelli che aiutavano ad avere una vita decente, ma non duravano a lungo.
Anzi, Amentore si stupisce che questo abbia funzionato fino ad oggi.
Certo, le sue scosse neuronali hanno leso un nervo ottico, ma il vecchio è ancora lì, e parla, e si muove.
La schermata successiva mostra le scansioni encefaliche più recenti.
- Atrofia cerebrale diffusa – gorgoglia la dottoressa Muschio, di nuovo in piedi – Senza il biostimolatore, quel tipo sarebbe già stato un onere per la nostra società da tempo. Secondo le nuove tabelle mediche è da considerarsi invalido assoluto.
- Lo so – replica Amentore, duro.
Perché esiti, Darlia?, chiede al video, Perché non reciti la formula?
Sfiora di nuovo il tasto interrogativo e la schermata scompare.
Nello stesso tempo l’audio irrompe nella sala.
***
- Vecchio, poiché il tuo silenzio dimostra che nessuno è in grado di prenderti a carico, senza gravare sui costi e sull’acqua di Bonomia, ti dichiaro invalido assoluto a far data da oggi.
Il capitano Darlia ha parlato in fretta, senza pause, ed ora annaspa alla ricerca dell’aria. Nei sotterranei non c’è afa. Lungo il torrente dell’Aposa la terra è rigogliosa grazie ai resti organici degli animali e degli uomini. È fresca. Eppure Darlia si sente soffocare.
Forse è la gravidanza, pensa, per nulla convinta, Troppo presto. La fecondazione è avvenuta solo una settimana prima.
La verità è che ciò che la turba è davanti a lei. Indossa la larga divisa arancione dei senza nome, di coloro che sono rifiutati dalla vita sociale, ha un occhio infossato e l’altro piccolo come quello di un bambino.
E la guarda, fragile.
- Posso diventare humus in questo tratto?
Darlia deglutisce.
- Posso, capitano? – il vecchio muove un passo verso la donna. Il miliziano alza la lama metallica, ma il suo gesto è lento, per nulla convinto.
- Vuoi … - inizia Darlia. E si blocca, perché sente che se apre di nuovo la bocca, il resto della frase uscirebbe strozzato.
- Voglio essere seppellito sotto via Bellombra, dove la gente passeggiava e prendeva quei dolci freddi, quando l’afa non ci uccideva. Dove il fiume scendeva sottoterra, a raffreddare la strada.
Darlia si morde il labbro.
- La prego, capitano. Lei ha gli occhi buoni – il vecchio muove un altro passo, in un gemito di articolazioni – Mi dia questo ultimo desiderio.
Darlia apre la bocca, inspira, alza lo sguardo sulla volta che avvolge il canale, poi lascia libera la parola.
- Sì.
- Capitano, no, non è autorizzato a … - protesta il miliziano, ma anche la sua frase cade incompleta.
Darlia lo guarda e per la prima volta lo vede, questo soldato ai suoi ordini. L’esempio della seconda generazione indottrinata dai Maestri, fedele e fiera.
Ma ora il suo volto è solo quello di un ragazzo, pieno di domande.
Il capitano torna al vecchio.
- Da domani i tuoi resti riposeranno lungo questa sponda – sospira - Te lo prometto.
***
La porta scivola silenziosa lungo i cardini laser.
Amentore sbatte le palpebre e chiude il file aperto nella mente, le sbatte ancora e vede il capitano Darlia sulla soglia del suo ufficio.
- Accomodati – la invita, la mano che indica la poltrona al suo fianco.
Lei si muove, silenziosa.
- Lo sai che una volta ti saresti seduta dall’altra parte di un tavolo?
- Un tavolo? – ripete Darlia, perplessa.
Amentore sorride.
- Si, sei nell’ufficio del tuo superiore, di un maresciallo capo del Presidio Religioso di Bonomia. Ed eccoci qui, seduti uno a fianco dell’altra.
L’espressione perplessa di lei diventa più forte.
- E allora?
- Allora una volta, ai tempi della vecchia città, ci sarebbe stata una scrivania a dividerci. Ci appoggiavano la carta, sai, fogli, documenti, lettere, cose così – Amentore si sporge verso Darlia - E allo stesso tempo rimarcavano la superiorità e la distanza tra il superiore e il subalterno – sussurra.
La donna alza le spalle.
- Beh – inizia lui, poi chiude le labbra, gli occhi che scrutano quelli del capitano. Lei abbassa lo sguardo.
- Stai bene, Darlia? Oggi, con quel vecchio, sembravi esitare.
Nessun suono, nessun movimento dalla donna.
Amentore si alza in piedi e si porta alla finestra schermata.
I grattacieli che riflettono i colori del cielo sembrano lingue di fiamma. Bonomia brucia ad ogni tramonto.
- I Maestri hanno deciso di eliminare questi simboli di differenza sociale. Certo, loro fanno ancora uso delle scrivanie, ma deve essere così. Sono le nostre guide – le mani del maresciallo capo si uniscono dietro la schiena – E per i documenti, abbiamo tutto nei cerebro-file, non ci servono più tavoli da lavoro.
- Perché mi racconti queste cose? – chiede finalmente Darlia.
Amentore si gira verso di lei e la scopre ancora seduta, gli occhi smarriti.
- Prima che entrassi, stavo esaminando i casi da divisa arancione scovati in questo Presidio.
- Abbiamo una buona media – aggiunge Darlia, senza alcun interesse.
Amentore annuisce.
- Sì. E da qualche mese tu risulti la migliore a scoprire gli invalidi assoluti da eliminare.
- Grazie – lo sguardo di Darlia si rifugia nel pavimento.
Amentore esita, un solo istante.
- Aspetta a ringraziarmi.
Il volto di lei ha un tuffo in alto, verso quello del maresciallo capo.
- Cosa vuoi dire? – chiede, gli occhi ora attenti.
- Sei spaventata, Darlia?
- No – inizia lei, rilassandosi sulla poltrona – No – ribadisce, più decisa – Solo che non capisco a cosa ti riferisci.
Il maresciallo capo allunga un passo verso la donna, poi un altro ed è già di fronte a lei, le mani sempre dietro la schiena.
- I crediti vita residui degli invalidi eliminati passano al settanta per cento al Ministero della Salute e al trenta per cento al funzionario del Presidio che ha scovato il soggetto – Amentore si china appena – Ti sta andando bene, Darlia.
Lei regge il suo sguardo, dura.
- Vieni al sodo. Mi stai accusando?
- No, non ancora, almeno, e non ufficialmente. Ma ho il sospetto che tu stia segnalando degli individui che non sono del tutto invalidi, che ne stia aggravando la patologia per poterti intascare la quota dei loro crediti vita.
Darlia scuote la testa.
- È mio dovere di responsabile del Presidio Religioso sorvegliare affinché le Leggi siano applicate regolarmente – Amentore sospira – Niente di personale.
- Sono tutti casi clinici documentati – fa osservare la donna, con tono incredulo – Come puoi pensare che il tuo capitano sia un mistificatore?
L’uomo si allontana verso la porta.
- I risultati delle scansioni organiche si possono falsificare – replica, rivolto alla schermata nera accanto alla tastiera di uscita, dove un led ha iniziato a lampeggiare.
- Ecco, lo aspettavo.
- Che cosa? – la voce di Darlia arriva alle sue spalle, spezzata.
Per tutta risposta, Amentore scorre velocemente gli occhi sulla schermata.
Poi si interrompe, il capo che si alza, fisso davanti, sulla porta.
- Ho richiesto l’esame autoptico sul vecchio che hai fatto eliminare oggi.
Darlia scatta in piedi.
- Cosa? – urla alla nuca del suo superiore.
Amentore non si scompone.
- Rimettiti a sedere, Darlia, o ti faccio portare via dalla Milizia per insubordinazione a un tuo superiore, con l’aggravante che sei una donna.
Darlia si affloscia sulla poltrona, il viso tra le mani.
- Scusami, sai. È solo un atto dovuto, un controllo. I referti organici si possono modificare, ma l’autopsia no – Amentore ricomincia a leggere - Ho dato l’incarico alla dottoressa Muschio.
- Qual è il quesito? – mormora Darlia, senza scostare le mani dagli occhi.
- Semplice. Partiamo dal presupposto che il biostimolatore del vecchio non funzionasse più, per cui lui era diventato un peso per Bonomia. Insomma, partiamo dalla tua tesi.
- Era così.
- Ottimo, ci credo, sai? Dunque, visto che c’è un quadro di atrofia cerebrale, le arterie non pompano più sangue con forza, giusto?
Darlia non risponde.
- Giusto – si conforta allora Amentore – In questo caso, i vasi arteriosi non pulsano, insomma, perdonami il paragone sacrilego, diventano come un fiume in secca, privo di energia, con il letto vuoto.
- I Maestri salvino sempre il Sacro Aposa – aggiunge subito dopo, solenne.
- Falla breve, per favore – geme Darlia.
- D’accordo. La sintesi è che se questi vasi sanguigni non pompano con vigore, se sono sgonfi, non possono scolpire solchi arteriosi sulla volta cranica. Parlo ovviamente di quelle arterie che scorrono alla superficie del cervello, a contatto con l’osso. Ci sei?
Silenzio.
- Ecco, senti, se il tuo vecchio era affetto da atrofia cerebrale con il biostimolatore fuso, allora non dovremmo trovare solchi cerebrali.
- Capisco. Se invece io ho falsificato tutto per avere crediti vita, e il biostimolatore funzionava, le arterie pompavano ancora sangue – Darlia scuote la testa – E ci dovrebbero essere i solchi.
Ma Amentore è assente, di nuovo intento a leggere il verbale di autopsia.
Il tempo si dilata, l’aria diventa viscosa nonostante il ventilatore e Darlia chiude gli occhi, cercando di fare il vuoto nella mente.
Il vecchio compare subito. Emerge tra le ombre del canale, sotto via Bellombra, il viso triste, pallido, i passi agili verso di lei.
Darlia apre gli occhi e sobbalza.
Di fronte a lei non c’è nessun fantasma, ma solo Amentore. Che la sta osservando.
- Nessun solco cerebrale – mormora – L’atrofia era reale.
- Lo so – replica Darlia e, senza permettersi di trascorre un solo minuto di più in quella poltrona, si alza ed esce.
Amentore non tenta di fermarla, non si muove nemmeno.
Solo gli occhi ritornano alla vetrata, lungo i profili dei grattacieli di Bonomia. Tremolanti d’afa.
***
Darlia ha controllato prima di scendere nei sotterranei.
Il suo turno è finito da ore e se qualcuno la scoprisse nei sacri luoghi dell’Aposa, senza autorizzazione, sarebbe dura giustificarsi. Anche se è il capitano del Presidio Religioso. Anche se è stata fecondata dal maresciallo capo e nel suo ventre crescono tre gemelli da offrire come cibo alla terra del fiume.
Ora è china lungo la sponda, le dita di una mano che sfiorano l’acqua senza osare immergersi. Eppure, la sensazione di fresco che sale lungo i polpastrelli è già appagante.
Darlia scruta il canale, le palpebre serrate nel buio.
Nessun cadavere di invalido sembra venirle incontro.
- Scusami – mormora – Ho dovuto farlo. Lo so che potevi vivere ancora, ma avevo bisogno dei tuoi crediti vita.
Con un gesto lento, Darlia si alza in piedi.
Questa volta ha rischiato grosso. Però si aspettava il sospetto di Amentore. Per questo, quando ha prelevato il vecchio, ha attivato il biostimolatore al massimo, fino ad esaurirlo. Fino a fargli bruciare il sangue nelle arterie, fino a cicatrizzarne i solchi cerebrali. Il risultato è stato un uomo senza più futuro, pieno di ricordi su una via antica e probabilmente mai vista. O forse mai esistita.
Un invalido assoluto affetto da atrofia cerebrale irreversibile. Con una parte dei crediti vita pronti a sommarsi a quelli di lei.
Darlia si incammina a testa china lungo il canale, verso il luogo dove è celato il suo segreto.
Un figlio non autorizzato. Un bambino che ha bisogno di cibo per sopravvivere.
Tra poco occorreranno altri crediti vita, riflette la donna, altri invalidi assoluti da eliminare. Dovrà muoversi con più cautela, lo sa, Amentore non è stupido.
Ma non sarà un maresciallo capo a fermarla. Nemmeno i Maestri potrebbero farlo. Per questo figlio illegittimo, per questo essere fragile nato da una notte di vera passione, continuerà ad uccidere. Fino a quando sarà necessario.
Darlia, capitano del Presidio Religioso di Bonomia, svanisce nei cunicoli bui dell’Aposa.
In superficie, una via bruciata, che un tempo si chiamava Bellombra, ne segue il percorso.

domenica 8 luglio 2007

dove scorre il fiume. la notte di Darlia.

dove scorre il fiume. la notte di Darlia.
di Giovanni Sicuranza

Darlia aspetta.
Sa che non può eccitarsi prima dell’uomo e per distrarsi cerca nel cerebrogramma un file di immagini deprimenti.
Come quelle statiche che ritraggono Bonomia prima della bomba alla zona Fiera, prima della Grande Religione. Quando ancora la città si chiamava Bologna.
La mente si riempie di case basse, tozze. Persino di pessimo gusto, con tutti quei colori diversi, con quelle appendici esterne.
Darlia sbatte le palpebre, veloce, una volta per uscire dal file, un’altra per tornare a vedere l’ambiente che la circonda.
- Come si chiamavano quelle cose sporgenti dalle abitazioni di Bologna?
- Cosa?
Amentore smette di bere, il bicchiere che si affloscia sul tavolo.
Guarda Darlia, in silenzio, cercando sorvolare in fretta sui profili della sua nudità.
- Le case della città vecchia – ripete lei, cogliendone lo sguardo perso.
Poi, visto che l’uomo non solo sembra ancora non capire, ma ha gli occhi dilatati sui suoi seni, con un dito disegna un quadrato nell’aria.
– Quelle brutte, fatte in questo modo. Non come i nostri grattacieli scuri. Dai, avevano quelle cose che sporgevano dalle mura, dove si prendeva il sole o si curavano le piante, insomma.
Finalmente un barlume di comprensione sembra accendere Amentore, che annuisce.
– Ah, sì, quelle sporgenze, dici. Terrazzi, ecco, terrazzi, così li chiamavano.
- Terrazzi – echeggia lei, come ad imprimere la parola nella mente.
- Sì, terrazzi – Amentore sbuffa - Ma ora fai la brava e lasciami bere questa brodaglia - solleva il bicchiere, piano, come se pesasse chili – Già il sapore è insopportabile. E mi tocca bere tutto.
Amentore tuffa lo sguardo nel liquido verde, denso.
Sa che ha un gusto dolciastro, al limite del rigetto, proprio per impedirne l’abuso. Perché questa bevanda non è altro che una forma di controllo obbligatoria, voluta dai Maestri del Presidio Religioso per controllare la sessualità dei cittadini.
Come tutti i maschi, all’adolescenza anche Amentore è stato operato. E da allora ha coaguli di silicio che ostruiscono i corpi cavernosi del pene e che solo questo liquido è in grado di sciogliere, almeno per un giorno.
Per ottenerlo, tuttavia, occorre un permesso.
Innanzitutto bisogna dimostrare di essere sposati, poi di avere intenzione di procreare. Ma, soprattutto, occorre documentare che non è possibile partecipare all’unico giorno di sesso concesso dai Maestri ogni anno.
Poi, c’è il placito speciale, quello riservato a persone come lui. E Darlia.
- Coraggio – sibila Amentore, gli occhi chiusi, il bicchiere che trema sulle labbra. E manda giù un sorso.
Da anni la Religione è tornata ai fasti dell’antichità. Anche oggi i Maestri del Culto hanno il potere sulla società e dirigono passo dopo passo la vita dei cittadini. I loro desideri. La libertà di scelta è sovversiva.
E Amentore è assolutamente d’accordo.
Per farsi forza, per riuscire a bere tutta la bevanda, pensa alle Grandi Motivazioni dei Maestri.
La libertà di scelta ha permesso ad un gruppo di fanatici di far esplodere una serie di bombe nei centri nevralgici della città, tanti anni prima. Così, in un soffio, Bologna è stata rasa al suolo, a cominciare dalla zona commerciale, quella che un tempo si chiamava Quartiere Fiera. Poi è toccato al Municipio. E gli uomini del potere non sapevano cosa fare.
Amentore inizia a sentire la temperatura che aumenta. Ma non si preoccupa, sa che questo è un effetto della bevanda. Il più è riuscire a berla ancora, senza vomitare. E allora pensa, pensa.
Smarriti, spaventati, i superstiti si erano appellati all’unica certezza rimasta. La Divinità. Da allora i Maestri del Culto sono diventati i governatori delle coscienze. Per mantenere l’ordine e vigilare sul rispetto dei dogmi, hanno creato i Presidi Religiosi, in ogni città. Bonomia ne ha tre, uno in centro, uno in collina. E uno nei canali sotterranei, il Centro Vitale, perché si trova dove scorre il fiume Aposa, dove c’è l’acqua di Bonomia. Bene prezioso inaridito da un sole che si dilata sempre più lungo le stagioni.
E lui, Amentore Cerisoni, è il maresciallo capo del Presidio Religioso dell’Aposa.
- Ci siamo?
L’uomo apre gli occhi e gira il viso verso Darlia. Vede che lei sorride.
- Sì, ci siamo. Stai diventando rosso.
- Bene – si compiace lui, le mani che iniziano ad aprire il velcro della divisa – Con tutta la fatica...
- E il rischio che corri – sorride lei.
Amentore si blocca.
- In che senso?
Darlia si mette a sedere sulla sponda del letto, le gambe aperte, incrociate, una caviglia sull’altra. Poi, appoggiandosi con le mani sul giaciglio, spinge indietro il busto. Solo un po’.
- Mi stai provocando? – ansima Amentore, sentendo la vampata di calore che scende e si gonfia, proprio lì, in mezzo.
- Sarebbe ora, no? – sussurra lei – Hai bevuto la bevanda e secondo la legge posso prendere l’iniziativa.
- Se non fosse perché io sono il maresciallo capo e tu il capitano … - inizia Amentore, le dita che adesso corrono a disfarsi della divisa.
- Sì, hai il permesso speciale. Quello di accoppiarti con tutte le donne della tua Milizia.
L’uomo si alza dalla sedia. Prima di avvicinarsi a Darlia, rimane immobile, a guardarsi l’erezione. È un evento così raro. E pericoloso.
Chi abusa della bevanda va incontro alla morte. Il sovradosaggio provoca una fibrillazione cardiaca. Ma è quello che succede durante ad essere terribile, pensa Amentore, senza smettere di osservare affascinato la sua virilità.
Quando la bevanda è eccessiva, o corpi cavernosi si gonfiano di sangue, in fretta, in abbondanza. Il pene si gonfia, ma non diventa duro. Le pareti restano molli. Fino a quando non iniziano a sudare sangue.
- Darlia – inizia, gli occhi che non abbandonano il suo nuovo profilo – Ti ricordi di quel cittadino che abbiamo trovato nell’Aposa? Quello con il pene esploso. È stato un anno fa.
- Cosa vuoi dire?
Lo sguardo di Amentore si solleva più rapido della sua erezione. Nella domanda del capitano ha intuito un tono sospettoso.
- Era per parlare – spiega, scrutando la donna – Si chiamava Ermete Dialogo, se non sbaglio – una pausa, gli occhi che penetrano quelli di lei – Gli hai fornito tu la bevanda erogena.
Darlia non ha altre esitazioni. Non ci sono rughe nuove sul suo viso, anzi, continua a sembrare rilassata.
- Certo, come faccio con tanti. Sono io che controllo i permessi e distribuisco le bevande. Quel Dialogo deve essersene fatta dare un’altra da qualcuno. Voleva strafare, ha bevuto due porzioni e …
Amentore la interrompe con un gesto brusco della mano.
- Sì, va bene. Quello che mi disturba è aver scoperto il suo corpo nella discarica. Tutte le impronte e i liquidi sul cadavere erano cancellati. Non siamo ancora riusciti a scoprire con chi ha fatto sesso illecito – conclude, scotendo la testa.
Per tutta risposta, Darlia si alza in piedi e si avvicina. I suoi gesti sono lenti, misurati, le mani dietro la nuca, il petto proteso verso l’uomo.
- Basta parlare di questo, ora. Domani continueremo le indagini – sussurra, la bocca che sfiora i capezzoli di lui.
Amentore chiude gli occhi e ascolta l’alito caldo della donna sulla pelle.
Un attimo dopo il tono roco di lei lo avvolge, un po’ più giù.
- Oggi abbiamo il permesso speciale per fare sesso – la voce scende ancora, verso il ventre – Sei il maresciallo capo. Devi fecondare le donne della tua Milizia.
Un pensiero improvviso, apparentemente fuori luogo, salta dentro Amentore.
Dai terrazzi delle case di Bologna, la città vecchia, a volte gettavano i bambini non voluti.
Fa per aprire la bocca, per raccontare a Darlia questo particolare.
Ma lei è più veloce ad aprire la sua, di bocca.
E questa volta Amentore Cerisoli, maresciallo capo del Presidio Religioso, dimentica la storia della sua città.
***
Darlia ha gli occhi appesi sui profili bui di Bonomia.
Dall’alto del grattacielo la vista si perde lungo le ombre della notte. Sono le tre, forse, ma lei sa che se spegnesse il condizionatore, ora, l’umidità sarebbe ancora così opprimente da farla svenire in pochi minuti.
Bonomia è una città che respira a fatica da tanti anni. Per questo l’Aposa, il fiume che scivola nei sotterranei, è tanto prezioso. Così prezioso che il terreno intorno ha bisogno di humus. Sempre. La carne degli animali è un ottimo concime. Come quella dell’uomo.
Darlia stringe le labbra. Le mani fanno lo stesso sulla vestaglia, celandole i seni riflessi sulla vetrata.
Amentore ha sparso il seme nel suo corpo e domani lei sarà sottoposta al trattamento di stimolazione, in modo da produrre almeno una coppia di gemelli. Poi partorirà, per Bonomia. Per la vita del fiume.
I suoi figli saranno consegnati al Centro della Fertilità.
Lì diventeranno humus che nutre l’Aposa.
È questa la condizione del permesso speciale per il sesso.
Ci sono molti pezzi di Amentore sparsi lungo il corso del fiume, avuti da tante donne negli anni.
Ora tocca a lei.
- I terrazzi – sospira Darlia alla solitudine dell’appartamento – Erano sporgenze sulle case donate alla città.
Come il seme che le sta già crescendo dentro, fino a diventare sporgenza di ventre e poi dono a Bonomia.
Gli occhi si riempiono di lacrime sopra un bisbiglio di sorriso.
L’unica cosa che la città ignora, che ignora persino il maresciallo capo, è che lei ha già un figlio.
Vivo.
Nascosto nei sotterranei.
Lo ha avuto pochi mesi prima, da un uomo scelto tra quelli che le chiedono la bevanda erogena.
Darlia inizia a vestirsi. Niente divisa, per non dare nell’occhio, ma la pistola d’ordinanza, quella sì, così come la lama elettrica d’emergenza. Avventurarsi di notte nelle viscere di Bonomia, lungo il sacro fiume dell’Aposa, è un grande rischio.
Ma suo figlio ha bisogno di essere nutrito.
Il padre, invece, non ha più bisogni.
È morto.
Ermete Dialogo aveva un malattia grave, che gli stava mangiando i neuroni. Questo le aveva raccontato il giorno in cui si era presentato per richiedere una porzione di bevanda. La terapia genetica era troppo costosa per un maestro che guadagnava solo cento crediti vita al mese. Insegnava storia classica, aveva aggiunto con un sorriso bello, ecco perché la medicina moderna non si curava di lui.
La sera dopo, Ermete l’aveva amata, dandole quello che lei desiderava.
E lei lo aveva amato, realizzando il suo ultimo desiderio. Morire dopo una notte di passione.
Darlia ha un fremito di pianto lungo il corpo.
Programma i sensori della casa per mantenere l’energia al minimo.
Le luci si smorzano. Tutto diventa silenzio.
Il capitano del Presidio Religioso si asciuga le ultime lacrime in un gesto rapido, poi, prima di uscire, guarda ancora una volta oltre la vetrata, in alto.
Tutto sommato non doveva essere male poter uscire su un terrazzo.
Nel fresco della notte, a scoprire le stelle.

martedì 3 luglio 2007

dove scorre il fiume. morte sull'Aposa.

dove scorre il fiume. morte sull'Aposa.
Giovanni Sicuranza

Corre, corre veloce oggi, come mai è riuscita a fare prima.
L’uomo la osserva, affascinato, perso tra le lame lucenti del sole che si innalzano dai suoi profili.
Con lo sguardo l’accompagna fino al masso, dove la vede aprirsi, come in oscena offerta, per poi avvolgerlo di bianca spuma.
E non può trattenersi dal sorridere, nonostante la peccaminosa similitudine.
Nonostante questo non sia il momento migliore per eccitarsi.
Ma l’acqua è impeto raro, d’estate come d’inverno, anche ora che le stagioni non hanno senso.
Però chiamarle ancora con il loro vecchio nome aiuta a elaborare il mito; non è quanto insegnano i Maestri?
L’uomo annuisce sui pensieri della Regola, poi muove un passo, attento a non violare l’Acqua con il suo corpo.
Lei così piena di vita, lei così imprevedibile.
Pura, anche se, dopo il masso, un altro oltraggio tenta di ostruirne la corsa. Un oltraggio ben più grave.
L’uomo si morde il labbro inferiore e socchiude gli occhi.
Vede tutta l’indignazione del fiume per questo nuovo ostacolo, immondo. Sente l’acqua ribollirgli intorno, le vibrazioni rabbiose della schiuma.
- Dobbiamo rimuoverlo, signore.
Amentore Cerisoni, maresciallo capo del Presidio Religioso, abbandona quelle immagini, infastidito.
Muove un altro passo, cauto, sulla sponda umida. Il confine tra il sacro dell’acqua e il profano degli uomini.
- Il bambino dov’è?
- Signore, credo che …
Amentore ha uno scatto verso la donna al suo fianco.
- Cosa – sibila, duro – Cosa c’è capitano Darlia. Cosa.
Lei abbassa lo sguardo, pronta.
Conosce gli spigoli del suo superiore e preferisce non continuare, non respirare nemmeno, se possibile.
E poi c’è il regolamento, chiaro. I gradi della Forza d’Ordine dei Presidi Religiosi sono da intendersi subordinati al sesso, per cui nella scala gerarchica la donna ha un potere inferiore rispetto all’uomo.
Sempre.
- Allora, capitano – insiste il maresciallo – Mi dica del bambino.
- Lo abbiamo trovato seduto sulla sponda, proprio lì, di fronte.
- Era nell’acqua? – si affretta a chiedere Amentore, anche se il tono è già pesante di angosce.
- No, signore – il capitano Darlia sospira, gli occhi ancora al suolo – Per fortuna non è stato necessario sopprimerlo – un altro sospiro – Ora è nell’avio. Lo abbiamo portato lì, perché lei potesse interrogarlo e perché – una pausa – perché …
Amentore segue lo sguardo del capitano, che si alza appena, fragile, fino ad incontrare l’ostacolo blasfemo adagiato nel letto del fiume.
Allora anche lui guarda. Guarda ancora le onde che scavalcano lievi quel cadavere d’anziano e si chiede quanto energia stia sprecando l’acqua.
Il fiume Aposa è sacro. Una rarità di vita.
- Maledizione – mormora, infastidito.
Ogni cittadino di Bonomia sa bene che non può immergersi senza permesso, pena l’annullamento della carta di credito-vita e la conseguente soppressione.
Non si può insudiciare l’acqua con il suo corpo, a maggior ragione è suicidarsi nel fiume è inconcepibile sacrilegio.
Amentore guarda il capitano che a sua volta guarda il cadavere dell’anziano, rivolto a faccia in su, gli occhi sbarrati sulla volta di pietra che racchiude l’Aposa nel suo lungo percorso sotto la città di Bonomia.
Uno sguardo velato dalle onde, e che comunque non potrà vedere nulla, mai più. Perché chi si getta nel fiume sacro perde anche l’Anima.
Amentore ha un sospiro spezzato, morso dalla rabbia.
Gira la testa verso il veicolo parcheggiato alle sue spalle e lo avvolge di rosso e verde. Tra i colori sprigionati dal led sulla fronte del maresciallo capo, l’avio sembra un inerme guscio d’uovo.
Il suo aspetto innocuo è stato voluto dai Maestri per non turbare i cittadini, ma in realtà questo modulo ovale è l’unico mezzo ad idrogeno in grado di scivolare agile tra i canali sotterranei di Bonomia.
Uno strumento indispensabile per il controllo del fiume.
E per la repressione.
- Vado a parlare con il bambino – mormora Amentore, più a se stesso che al capitano, mentre un pensiero emerge tra gli altri con il sapore amaro del sospetto, fino a quando la mente è inondata da una domanda e la domanda trascina con sé una risposta terribile.
Così terribile che il maresciallo capo si allontana senza nemmeno dare l’ordine di rimuovere il cadavere.
Il capitano Darlia ciondola su un piede, poi sull’altro. Osserva i miliziani del Presidio Religioso che si muovono stupiti intorno alla salma del vecchio, attenti a non violare il fiume, e si stringe le spalle. Non può fare nulla, adesso, se non attendere il ritorno del suo superiore.
In fondo, il capitano è solo una donna.
***
- Era tuo nonno, vero?
Amentore china lo sguardo sul profilo sottile del bambino, sulla sua parrucca bianca, senza fronzoli, modello base, d’obbligo alla nascita per tutti. Il Sole picchia duro da molti anni, le nuvole sono singhiozzi distratti nel cielo e la pioggia è un evento così raro da festeggiarsi nell’unico rito orgiastico concesso dai Maestri, ogni anno. È lì, solo in quell’occasione, che avviene il concepimento.
Per questo tutte le donne partoriscono nello stesso periodo.
Per questo chi nasce prima o dopo viene eliminato. Ma solo dopo la nascita, perché la barbara pratica dell’aborto è stato bandita da tempo.
I neonati sono abbandonati tra i rifiuti, o consegnati al Centro della Fertilità, dove vengono utilizzati nei campi per il concime. In questo caso, l’Autorità non punisce i genitori colpevoli.
Questo bambino, invece, è sopravvissuto ai suoi genitori.
Si chiama Esegido, ha dodici anni. E tace.
Amentore affonda gli occhi nelle sue guance scavate, poi sale sulla pupilla nera e la scopre smarrita, chissà dove.
- So che era tuo nonno, Esegidio – decide di continuare – Come so che tua madre e tuo padre sono stati giustiziati perché avevano violato il fiume. Li avevano trovati mentre si bagnavano nelle acque dell’Aposa.
Il bambino non si muove.
L’uomo, che si aspettava una sua reazione, sbuffa, infastidito.
- Ma questo lo sai anche tu.
Esegidio è un lungo ostinato silenzio.
- Allora ti racconto un’altra delle cose che certamente sai. Prima della bomba, questa città si chiamava Bologna. L’Aposa scorreva dimenticato sotto le sue mura. I cittadini non lo ascoltavano. Poi fecero esplodere il Centro della Fiera, il nodo commerciale della città. E il Municipio, dove c’era un’autorità che si chiamava sindaco. I Maestri dicono che sono stati i fanatici dell’altra religione. E se lo dicono loro, è così.
Amentore lascia che una pausa spezzi le sue parole. Esegidio avrà anche lo sguardo lontano, ma le orecchie sono lì, al suo fianco, e sta a lui scuoterle.
- Nello stesso periodo arrivò la siccità. Una cappa di caldo umido che impediva il respiro e che diventava sempre più violenta man mano che passavano le stagioni. Una dopo l’altra, estate, inverno, autunno, senza significato, i giorni sempre uguali, sempre caldi. Sempre umidi.
- Ci hanno salvato i Maestri della Religione.
La voce del bambino, improvvisa, distante, fa’ sobbalzare il maresciallo capo. Gli occhi del piccolo sono ancora in un luogo inaccessibile, ma finalmente eccolo, eccolo qui il prezioso testimone.
- Ah, bene – Amentore si china su Esegidio, appena, un sussurro – E poi?
- Poi il Culto è diventato lo Stato. In tutta Italia. Bologna è diventata Bonomia. E l’Aposa il dono divino, con la sua acqua che scorre fresca nei sotterranei, al riparo dal sole – continua il bambino, monotono.
Ma l’uomo non si scoraggia.
- Bravo. Vedi, allora, capisci. Capisci che non possiamo permettere che l’acqua venga contaminata.
Esegidio annuisce, lentamente. Senza attenzione.
Amentore allora cambia discorso, per entrare in un luogo lontano dall’indottrinamento ufficiale. Un luogo più personale, pieno di emozioni.
- I tuoi genitori hanno violato la Regola – un dito si solleva ad indicare oltre il parabrezza dell’avio - E tuo nonno è laggiù, nell’acqua.
- Nonno Familio – una lacrima nascosta si gonfia sul viso immobile del piccolo – mio nonno è morto –il petto magro sussulta, solo un istante.
Ma per Amentore è una vittoria. Una vittoria annunciata ancora una volta da un segno d’acqua. Dal pianto.
- Eravate seduti sulla sponda, vero?
Sì, annuisce Esegidio, il volto che appassisce sul torace.
- Immagino che stavate pensando ai tuoi genitori.
Sì, ripete con la testa il bambino, mentre un’altra lacrima ne incrina il silenzio.
- I tuoi genitori che sono stati sbriciolati per diventare humus. Scommetto che sapevate bene quanto siano importanti i corpi per la nostra terra arida. Per questo le tombe dei condannati sono lapidi vuote, che riempiono i portici di Bonomia, dal centro fino alla collina. Lapide dopo lapide, una fila che si snoda sulle foto dei giustiziati, senza date, senza nome, solo il reato inciso sul marmo – Amentore si china un po’ di più sul bambino, fino a sfiorarne l’orecchio – Facciamo lo stesso con i neonati illegali, lo sai.
Esegidio lo delude. Non si ritrae, non ha nemmeno una crisi di pianto. Rimane immobile, seduto. Gli occhi umidi, ma ancora irraggiungibili.
Amentore socchiude le palpebre.
- Però tuo nonno non si è ucciso da solo – sussurra, le labbra che ora lambiscono l’orecchio del bambino.
E lo scatto di Esegidio è un’altra vittoria.
Mentre il piccolo gira il volto dalla parte opposta, mentre il suo petto diventa rapida successione di singhiozzi, il maresciallo capo del Presidio Religioso ha la conferma del suo sospetto.
Il corpo del vecchio è rannicchiato nell’acqua.
I gomiti e le ginocchia non sono distesi, come si aspetterebbe da un annegato, ma chiusi, nella posizione di un pugile.
Come accade ai carbonizzati.
E la scia nera che ne avvolge il collo e i polsi è il lugubre ornamento dei suoi sospetti.
- Tuo nonno soffriva di sclerosi multipla – mormora l’uomo al bambino. Ma ora è lui ad avere lo sguardo perso, oltre il parabrezza, e in realtà sembra più rivolgersi a se stesso - Gli hanno inserito il biostimolatore nel cervello per permettergli una vita normale. Quell’apparecchio è un fenomeno, in effetti. Ho visto persone paralizzate ricominciare a correre come cavalli, sai, quegli animali estinti che si vedono negli ologrammi.
Amentore sfiora con gli occhi Esegidio, sottile corpo rannicchiato sul sedile, poi torna a vagare oltre il parabrezza. Nella penombra del sotterraneo vede che i miliziani sono ancora radunati lungo l’Aposa, dove c’è il vecchio.
Solo allora si rammenta che il suo corpo è ancora lì, ad imputridire le acque. E che l’ordine di spostarlo spetta a lui.
- Insomma, te la faccio breve. L’unico difetto del biostimolatore è che in presenza di acqua, anzi, no, di umido, solo di umido, si blocca. Che poi quello che voi cittadini considerate un difetto, per noi è un motivo in più, voluto, per spingere la gente a stare lontana dal fiume.
Amentore si interrompe, infila una mano nella tasca della divisa, lo sguardo sempre sulla scena del sopralluogo. Continua solo quando avverte il freddo del metallo.
- Quindi, quando vi siete seduti sulla sponda umida, tuo nonno si è paralizzato. Per forza.
Il suono che esce dalle labbra serrate di Esegidio lo stupisce. D’istinto, la mano si stringe intorno al metallo.
Il verso si apre un altro varco, simile a un muggito d’onde che tentano di infrangere la barriera di labbra e dolore del bambino.
Poi, la diga del silenzio cede.
- Nonno Familio diceva che papà e mamma erano stati uccisi per nutrire la terra, per renderla più fertile con i loro corpi bruciati – le parole si spezzano sotto l’ondata delle lacrime.
Il maresciallo capo sospira, annuisce. E attende.
- Diceva che l’Aposa è di tutti, perché lambisce la terra dove si trovano i corpi di tutti. Che nelle sue acque ci sono anche i miei genitori. E che se ne sarebbe andato solo così, affogato nel fiume. Nel suo fiume. Nel fiume della nostra famiglia.
Amentore scrolla la testa, piano.
Quanto occorrerà ancora per educare i cittadini all’obbedienza del sacro?
- Lo hai spinto in acqua? – chiede, delicato, un soffio senza rimprovero.
Finalmente gli occhi grandi e neri del bambino salgono ai suoi.
Quanta acqua c’è là dentro, in quel pianto.
- Mi dispiace – geme il piccolo – Mi dispiace.
- Anche a me – echeggia l’uomo – Davvero tanto.
E con un gesto rapido, estrae la lama e l’affonda nella gola del bambino.
Esegidio si accascia senza lamenti. Smette persino di piangere.
Amentore Cerisoni, maresciallo capo del Presidio Religioso di Bonomia, città del fiume Aposa, chiude gli occhi e rimane seduto accanto a quella giovane morte.
Fin quando non avverte il sangue scorrere sul sedile, lento, a lambirgli le cosce.
Come un fiume caldo.

ecce homo interrogans

ecce homo interrogans
di Giovanni Sicuranza

Così come molti non possono concepire come
io sia indifferente verso il calcio, i motori

così come io sia respiro esalato contro
dogmi e tabù che chiedono sorrisi
stampati su sguardi ciechi

Così

Perché, forse, l'amplesso più appagante è tra rosso e nero, tra croce e mezzaluna
sotto il cielo laico, tra jazz e rap, tra pietra e piuma

Così come il sesso è una scoperta continua ed inaspettata di intenso ritmo blues

Così come io non assaporo ipotetiche amicizie ma annuso
distratto e attento intuizioni di sensualità

E tu, hai mai ascoltato odori?

mercoledì 27 giugno 2007

scorci

scorci - homo interrogans -

Adagiati sulla penombra della collina
romanzi di lapidi
narrano silenzi gonfi di parole.

Vestono copertine di marmo
tra rughe di compleanni incise
sulla vita e sulla morte.

Le pagine hanno il colore
segreto delle ossa e dei liquami
e il suono secco dei ricordi appassiti.

Troppo fragili sono le mani
del vento per sfogliare
i loro capitoli rigidi di nebbia.

Troppo deboli gli occhi
del sole per leggerne
lo stile affondato di putredine.

È tempo anche per te di allontanarti,
visitatore, di tornare agli orgasmi
e ai livori dei tuoi respiri crepuscolari.

Noi rimaniamo qui, in attesa, fin quando

saremo anche i tuoi epici scrittori.
I vermi della terra grondante ispirazione.

venerdì 22 giugno 2007

il guerriero

il guerriero*
di homo interrogans (Giovanni Sicuranza)

Sotto l’ombra del pugno sollevato, ha occhi plasmati da indifferenza.
E colpisce, la mano serrata nella negazione assoluta di ogni parola, colpisce, il riverbero del sangue adagiato sul trionfo dell’unica ragione della sua esistenza.
E nel silenzio che sorge quando infine si ferma, rimane solo il deserto di quello sguardo lungo di indifferenza.
Intorno, aria immobile di vittoria è sparsa su un campo di corpi sconfitti.
Ora che anche l’ultimo nemico giace sotto la lapide della battaglia, il guerriero inizia a muoversi su se stesso, senza nemmeno concedersi il dubbio di barcollare.
Occhi di ghiaccio fendono i cadaveri dei suoi nemici ed hanno lo stesso alito di nulla con cui ogni volta sfida la morte.
È un gioco, solo un gioco per lui, in fondo anche noioso, perché contempla sempre la stessa speranza, per trasformarla in regola. Almeno fino a quando sarà possibile.
Uccidere. Senza essere ucciso.
***
- Per oggi basta, Achille -
Il bambino finge di non avere sentito.
Lei annuisce. Anche prima di entrare nella sua stanza soffusa di alcool e siringhe, già sapeva che avrebbe dovuto ripetersi per raggiungere l’attenzione di lui, vagabondo in un angolo dove la vittoria ha un senso.
Achille è seduto nel letto, sparso tra soldati immobili in un lenzuolo ora così simile ad un pesante sudario da spingere il fiato della madre ad esitare sulle labbra prima di diventare nuova parola.
- Ti stanchi - riesce infine ad aggiungere mentre adagia le mani sulle sue spalle, inclinate di dolore e pianti – Finirai il gioco domani -
Allora il piccolo si affloscia, senza protestare, senza nemmeno il sussurro di un gemito, così, come un sacco pieno di niente che si è improvvisamente ricordato della legge di gravità.
La donna ha un sussulto perché in quel gesto vede la morte del figlio, svuotato dalla leucemia. Fotogrammi che si aggiungono a fotogrammi, in una lenta caduta grigia più tenace di ogni cura, più evanescente della nebbia che scivola su Fine Viaggio.
E respira in singhiozzi, a chiedere aria in una marea nera di angosce, perché l’aspetto più alienante di questi fotogrammi è che quando arrivano le danno anche sollievo.
Sollievo per il termine delle lunghe sofferenze in attesa del lutto. Per un sipario finalmente calato su una tragedia senza intervallo.
- Mamma, li togli tu i soldatini? – sussurra il piccolo Achille, steso nel letto a pancia in giù, già affannoso nel livido respiro della morte.
Gli occhi aperti in quelli della madre mostrano vetrine infrante di sogni.
Lei non risponde, non annuisce, cerca solo di muoversi in gesti automatici.
Veloce raccolta dei soldatini
(dei cadaveri)
caduta in massa nella scatola
(nella tomba)
e occultamento del tutto nell’armadio
(nel cimitero)
E perde la presa, in un tonfo lungo, fasciato di ricordi.
La scatola si inclina indecisa in un angolo del mobile, poi, sfinita, gira su se stessa e precipita sul pavimento, dove la sua bocca si spalanca per vomitare corpi disordinati di soldatini.
La donna la guarda con grandi occhi lontani.
È una delle scatole rosse e gialle regalate dal maestro Amedeo Lontano ai suoi alunni. Doveva servire a raccogliere le foglie cadute, quelle che un tempo le facevano tanto paura, perché morte. Poi il maestro aveva raccontato una storia in cui la paura era scivolata tra pieghe della vita e anche lei, come tutti gli altri, aveva accettato quel dono.
Pochi giorni dopo, quasi tutte le scatole erano sfumate tra macerie e piccoli cadaveri nel terremoto che aveva spezzato Fine Viaggio.
Lei, la bambina più terrorizzata dalla morte, era stata l’unica sopravvissuta del crollo della scuola elementare. Grigia tra la polvere, l’avevano trovata con una scatola rossa e gialla ben stretta in mano.
Da allora non se ne era più separata, ma la scatola era rimasta vuota di foglie appassite.
Fino a quando non l’aveva riempita con i giochi del figlio.
- Tutto bene, mamma? – scivola fragile Achille in tutto lo spazio silenzioso del suo passato, presente e futuro.
La donna si gira con il sorriso indossato da quei giorni, forse un po’ più logoro, ma ancora convincente.
- Mi è solo caduta la scatola. Si vede che i tuoi soldatini si sono mossi. Tranquillo, piccolo – conclude più per accompagnare se stessa verso questo nuovo lutto che per rassicurare il figlio.
Achille ricambia con un sorriso pieno di smagliature.
- Ma dai mamma, i soldatini non si muovono più. Sono tutti morti – un gorgoglio salta sul suo respiro e lo costringe a interrompersi. Solo un attimo, però, perché il piccolo guerriero non ha ancora perso la forza di un ultimo giorno di vita.
- Loro sono come quelle cose brutte che camminano nel mio corpo –
Alza il braccio, piano, in uno sforzo sorretto da un gemito nella luce che sussurra dalla penombra del tramonto, fino a mostrare la mano chiusa su un pupazzo, più grande degli altri.
– Per questo Guerriero li stermina ogni giorno - soffia in un pallore di respiro.
Lei rattoppa veloce nuovi squarci che si aprono nel sorriso e gli porta un bacio con un gesto della mano, sperando che il figlio non ne scorga il tremore.
Solo quando si volta ancora un’ultima volta verso di lui, mentre già esce dalla stanza, si accorge che il soldato dipinto di sangue sembra osservarla, colmo di indifferenza tra gli occhi di vetro.
Ne scorge anche il braccio sollevato.
E il pugno. Serrato, come quello del figlio.
A stringere il nulla.

* racconto inserito nell’antologia “Città di Solitudine” di homo interrogans, lucifera, sandrolorena.

martedì 19 giugno 2007

una poesia, addirittura


Altra Casa Editrice superbamente e graditamente "folle".
La mia poesia "a un figlio" è infatti presente nella raccolta "Poesie da Neteditor", AA.VV., Giulio Perrone Editore.
Per informazioni varie e soprattutto eventuali rimando al link:
http://www.giulioperroneditore.it/collane/lantologica/poesie_da_neteditor_aa_vv

sabato 16 giugno 2007

tra le "penombre" di un mio racconto

Un'altra Casa Editrice è risultata graditamente folle, al punto di pubblicare anche "penombre", un mio racconto, nell'antologia noir "Il delitto si tinge di verde" .

Di prossima uscita.

Per gli interessati, rimando al link:
http://www.zaffoni.it/criminal.htm

venerdì 15 giugno 2007

il violinista

il violinista*
di homo interrogans

Il capriccio graffia le pareti dell’uomo fino a gettarsi nelle sue profondità, riempiendole di note lontane. Lui continua, continua a sottostare all’emozione che libera il suo deserto e suona, silenzio pieno di accordi di violino, davanti ad un pubblico di nulla.
Le dita di una mano che camminano sulla tastiera, corrono, si fermano, tornano indietro e ricominciano; quelle dell’altra mano che si arrampicano sull’archetto, lo solleticano, lo ghermiscono e concedono solo lampi di pausa prima di un nuovo inizio.
L’uomo è un pendolo libero nello spazio che si muove con le note.
Il capo reclinato sulla mentoniera, verso i salti dell’archetto, gli occhi chiusi nell’immagine di una donna mai conosciuta e di una figlia mai nata, seduti. In ascolto.
E all’improvviso, con un singulto di note spezzate, il violino smette di eseguire il Capriccio lento in sol minore di Niccolò Paganini e si affloscia trascinato al suolo dalla caduta del braccio.
Il maestro Camillo Fadore, professore di musica in pensione, apre gli occhi, piano, come gli accade sempre in questi casi. Davanti a lui, una porta incrostata di bianco è chiusa su una parete spoglia, dove solo la grafia del gatto randagio del palazzo ha lasciato tracce di vita.
La musica riempie l’animo, Camillo Fadore, non le case.
L’uomo striscia i piedi verso la cucina, museo incustodito di reperti archeologici mai classificati: stoviglie colonizzate da residui di cibo, vite spente in simbiosi tenace, sparse in un caos immobile che concretizza i suoi pensieri di solitudine.
Il maestro Camillo Fadore ignora i cadaveri di piatti e bicchieri che reclamano almeno una degna sepoltura e versa il caffé ormai freddo in una tazzina superstite.
Un solo istante, un pigolio di desiderio che supplica da qualche parte nella sua mente. Si ferma, la tazzina che sfiora le labbra. Chiude gli occhi.
***
- Amore – sussurra delicato nella fragile penombra della stanza, chinandosi come un orco sulla preda ancora addormentata nel letto – Ti ho portato il caffé – aggiunge sfiorando la donna con un bacio che scivola dalla guancia fino al collo, libero dai lunghi capelli ramati. Lei mormora nel dormiveglia, come una bambina da coccolare, si gira con un gemito invitante verso di lui, e scopre ancora di più la delicatezza del collo. Lui le sorride e l’azzanna fino in fondo, oltre la pelle, lacerando i muscoli, stritolando la cartilagine in un tripudio di sangue.
***
- Eh – commenta riaprendo gli occhi, con un sospiro di soddisfazione e si lascia riempire dal gusto amaro del caffé.
Senza muoversi, si perde oltre la finestra, lo sguardo che sale sulla collina e infine, giunto in cima, si riposa tra i contorni grigi di silenzio che svelano le mura del cimitero. Allora alza la tazzina nel gesto di un brindisi e accenna ad un assolo di sorriso.
- A te, Cimitero di Solitudine -
Il cimitero risponde al saluto soffiando verso di lui nuove fantasie di morte.
***
- Esco, papà – esclama la piccola zampettando sulle scale. Lui si sente raggiungere da un punto esclamativo, solitario, ma deciso.
Depone il violino nella custodia, vellutata di viola e spalancata come una bara in attesa, e si avvicina alla figlia.
- Mi aspettavo un punto interrogativo – dice, cercando toni allegri tra le note.
La figlia ciondola indecisa tra la porta e lui.
- E dai. Sono in ritardo – sbuffa in un vapore di incomprensioni.
- Hai ragione – annuisce lui, colpito da questa rivelazione – Vieni qui solo un attimo, a dare un bacio al tuo papà –
La piccola si illumina di immenso e si getta tra le braccia spalancate del predatore, senza vederne i denti affilati.
- Ti voglio tanto bene, papà – soffia poco prima del suo ultimo respiro. Poi si spegne al suolo, con aria finalmente interrogativa, il coltello da cucina affondato nella nuca.
***
Un rumore inaspettato fa calare il sipario troppo in fretta, tanto che il maestro Camillo Fadore torna alla realtà con un singhiozzo.
Si affaccia alla porta della cucina proprio mentre il rumore si ripete. Qualcuno sta rovistando tra i cassetti dell’armadio.
Il maestro sospira e mesto si trasporta verso la stanza da letto.
Credeva di essere davvero solo in casa, almeno oggi, invece.
- Ciao –
- Sorpreso di trovarmi qui? – sbotta l’altro con occhi canzonatori.
- No, non proprio. Ma speravo di essere lasciato in pace –
- Lasciato alle tue fantasie di morte, vorrai dire. Ma, tranquillo, vado via subito. Volevo solo salutarti prima della partenza –
- Magari ci rivediamo –
- Magari no –
Uno spiffero d’aria spinge la porta della cucina in un tonfo di chiusura. I due uomini si voltano verso il suono, secco e assoluto come uno sparo, poi tornano a guardarsi.
- Hai lasciato le finestre aperte – commenta l’altro senza interesse.
- Volevo respirare un po’ –
- La nebbia di Fine Viaggio? –
- La speranza di Cimitero di Solitudine –
- Allora hai deciso –
- Mi conosci da così tanto tempo. Non hai bisogno di stupirti –
Gli occhi dei due uomini non smettono di fissarsi nell’esumazione di ricordi imputriditi.
- Hai iniziato a suonare per riempire la tua solitudine. E il violino stride di vita. È per questo che hai voluto anche insegnarlo -
- Portavo la vita, l’unica che conosco –
- Ma poi anche il violino taceva e non ti rimaneva mai nulla in mano –
- Forse sì, forse sarebbe accaduto se avessi incontrato una donna appassionata dalla mia musica. Forse le note sarebbero rimaste negli accordi del suo sguardo ammirato, nel ritmo dei suoi respiri sospesi. Ed io mi sarei sentito vivo, ancora –
- E come lei, immaginavi tutta la famiglia –
- Ho sempre desiderato una figlia, lo sai –
I due uomini annuiscono, in una complicità che li ha uniti senza ritorno.
- Soprattutto da quando hai ucciso quella bambina, la tua prima allieva –
- Non aveva amore dopo le mie note. Lasciava spegnersi la musica e diventava assente, persa nei giochi, negli appuntamenti con le amiche. Così, ogni volta, mi lasciava solo. Il violino ed io. E lei che se ne andava –
- Ed hai iniziato ad odiarla. Fino ad odiare anche la tua famiglia inesistente –
- Sì –
- Fino ad ucciderli nella fantasia ogni giorno –
- Sì –
- Come hai ucciso altri allievi nella realtà –
- Sì –
- Ed ora –
- Ora non mi rimane altro che il livore della mia solitudine. Del mio silenzio. Niente più note prive di ascolto. Niente più assenze di ammirazione –
Il viso del maestro Camillo Fadore è accarezzato da lacrime sottili e discrete che luccicano di speranza attraverso lo specchio dell’armadio.
Anche la sua immagine riflessa piange, proprio come lui, e continua a parlargli
- Forse ora ti senti meglio. Il veleno che hai messo nel caffé dovrebbe già fare effetto-
- Sì – annuisce il violinista e con lui l’immagine riflessa, in una complicità indissolubile fino alla morte – Ora è tempo di salutarci, sento che le forze mi abbandonano –
- Stammi bene, Camillo –
E i due uomini, uno davanti allo specchio, uno all’interno, chiudono insieme gli occhi.
***
Miao, gatto vagabondo di Fine Viaggio, è improvvisamente distolto dal suo meticoloso leccare di zampe. Il tonfo del corpo che cade al suolo lo spaventa e lo spinge ad abbandonare in tutta fretta il comodo giaciglio creato tra le cornici prive di foto che ha sparso sul pavimento. Con un balzo attraversa la finestra della stanza e atterra nel balcone sottostante. Qui, con cura, continua ancora un po’ la sua toilette.
Poi, finalmente tranquillo, ondeggia tra le piante incolte di Carmen e della sua amica professoressa.

*racconto inserito nell’antologia “Città di Solitudine”.

parola

parola
di Giovanni Sicuranza

Una sola parola, ripetuta in rapida successione.
Piena. Assoluta.
La sento arrivare fino al mio stomaco, riempirlo così tanto che ogni volta il diaframma si blocca.
Quando ricomincio a respirare, la parola torna.
Non riesco a trovare il tempo per capire, qui, piegato sulle mie paure, chino sul suolo scivoloso di feci.
Nevicano escrementi dai pipistrelli appesi sopra la mia testa. Ma non voglio protestare, rischierei di svegliarli tutti, centinaia, migliaia, e di essere travolto dalle loro ali ubriache di cecità.
Ed ora basta, silenzio, la parola torna, mi rotola dentro.
Il diaframma si inarca di paura. Poi tace.
***
- Lascia perdere, lo abbiamo perso -
- Perché? –
- Perché è morto, direi –
- Intendo, perché mai lo avrà fatto –
- Lascia perdere, ho detto, e vai a casa. Il tuo turno è finito tre ore fa –
- Lo conoscevo –
- Non troppo, evidentemente –
- Era un vicino di casa gentile –
- Anche quando attirava in casa i bambini –
- Li ha mangiati –
- Tutti tranne l’ultimo; è stato un mito a spaccargli il cranio con quella statua di pipistrello. Lo so, come medico non devo fare distinzioni, ma come donna lascia che ti dica che sono sollevata nel vederlo qui, con la testa gonfia e rossa di sangue come un cocomero. Caspita, ho tre figli piccoli, io –
- Conosco bene quella statua di pipistrello, nera e glaciale, affacciata alla sua finestra. La puliva tutti i giorni –
- Fosse solo quello. Hai sentito, no? Tutti i giorni beveva sangue dai bambini rapiti, fino a consumarli. Poi si nutriva dei loro corpi -
- Hai notato come le sue condizioni sono precipitate proprio mentre urlavo all’infermiera di prendere le sacche? –
- Per me è solo un segno di giustizia. Ha tolto il sangue fino ad uccidere ed è morto alla parola “sangue” –
- Mi sa che ho bisogno di un bagno caldo –
- Spegni tutto dai, ti accompagno a casa –
***
Mi piace questo nuovo silenzio.
Mi riempie di nulla e nel nulla ho tutto lo spazio per muovermi.
La vita giovane dona sangue in un denso inno di forza.
Anche quando è colonizzato da virus.
Anzi, nonostante sia un biologo, adesso so che il sangue infetto è sorprendente.
Ma credo che in qualche modo i pipistrelli lo intuissero già da tempo. Lambiscono sangue e riproducono virus in una simbiosi secolare che non si è mai interrotta. E' il segreto della loro rinascita, ogni crepuscolo.
Rosso virale di resurrezione.
Dopo avere bevuto tutto il sangue infetto da quel bambino, ho scoperto che nel passaggio tra lui e me il virus era mutato.
Fino a bloccare la mia morte.
Ho ascoltato le parole dei rianimatori, scontate, senza la forza del sangue.
Ma la donna ha annunciato di avere tre figli.
Ora, lasciate che i bambini vengano a me.
Sono il mio nuovo mondo.
Il mio avvento.

carpe diem

carpe diem di Giovanni Sicuranza

In qualche vicolo dei pensieri, di quelli stretti e bui, Valentina sa che il portone si chiuderà del tutto solo con l’aiuto di una spinta.
Ma la luce che cerca è oltre la soglia, nella rugiada di un desiderio sospirato da settimane. Per questo con un balzo è già fuori.
E la strada ora non è più nella mente, ma sotto i suoi occhi.
Non è più piccola e scura.
È un rivolo di cemento che sguscia dal palazzo di periferia, fino a diventare piena luminosa di vetrine che irrompe verso il centro della città.
Le bolle di umidità che cadono sul corpo sono spezzate da una pennellata sottile di vento.
Valentina potrebbe anche annusare la promessa di temporale che scivola dalle colline, se solo ne avesse il tempo e la voglia.
Ma è già diventata passi affamati sulla strada, spalle indifferenti al lento arrancare del portone sul palazzo, occhi brucianti di attesa oltre le lenti nere degli occhiali all’ultimo grido.
“Baa-laa-rex”, esulta dentro un sorriso che si spalma sul viso abbronzato.
È l’ultimo grido, appunto, quello che lacera i ritmi della città dalle gole dei televisori.
Una figata, la pubblicità dei suoi occhiali da sole “Balarex”.
Con l’urlo catodico che le riempie il cuore, Valentina affretta passi e desideri.
La città sbadiglia luci dalle finestre, raccolta attorno ai sospiri di un vento distratto, mentre il tramonto la bagna in un ultimo sputo.
La strada è già anteprima del deserto che diventerà tra poco, alla chiusura dei negozi, nel richiamo dei telequiz, e per Valentina è invito a camminare veloce, ancora più veloce, sull’asfalto, tempestarlo di passi, quasi frantumarlo, tanto i suoi piedi sono protetti dalle suole imbottite e fosforescenti delle scarpe “Rimbal”.
Una figata anche la loro pubblicità.
“Riiimm-ball” urla il suo unico pensiero nel silenzio affannato della città. E a Valentina sembra che echeggi davvero tra le case, come il verso l’eroina che salta da una discoteca all’altra nel cielo dei pixel azzurrini di ogni televisore prima, dopo e forse anche durante i telegiornali.
Ancora poco, scopre in un doppio salto orgasmico del cuore, esumando l’ultimo modello di orologio “Contemp” dalla manica del maglione viola appagante.
Per un attimo, solo il singhiozzo di attimo, Valentina si distrae nello splendore del suo polso ricamato dal cinturino rosa dell’orologio “che si avvolge intorno a chi lo merita”, come declama la pubblicità ad ogni angolo di interruzione di tele-quiz e tele-show.
Nemmeno un passo più avanti, tutto il suo respiro è di nuovo attesa fremente del desiderio prossimo a realizzarsi.
È lì, dietro l’angolo, e già dall’indomani sarà il segno del suo potere tra le amiche.
Lo capiranno tutte, perché lo insegnano le riviste lette in classe tra i distratti bla bla di insegnanti monocordi, lo annuncia la televisione, lo sottolineano persino i grandi manifesti che viaggiano appesi alle fiancate degli autobus.
A scuola, Valentina sarà la prima ad averlo, e lo indosserà con la stessa eleganza alta tre metri di quelle modelle che ciondolano sulla patina liscia delle copertine e degli schermi.
Accelera ancora, e forse si metterebbe anche a volare, perché tanto i suoi eroi manga lo fanno sempre, quando all’improvviso gli occhi urtano due gambe gettate in una pozza scura del marciapiede.
Il naso si ritrae in se stesso quando intuisce un odore assolutamente non in programma.
- Scusi, signorina – farfuglia il proprietario di quelle zampe che hanno rischiato di farla inciampare.
A Valentina sembra che anche il suo alito sia palude di urina.
Si scosta veloce, trattenendo il respiro per non sprecarlo sul barbone accatastato sul marciapiede, proprio a pochi passi dal suo desiderio.
Se potesse chiuderebbe dentro di sé anche tutti i suoi preziosi monili, invece fa un salto oltre l’angolo atterrando sul morbido delle suole, mentre il gorgogliare del mostro chiede aiuto.
Valentina non capisce cosa succede a quel cencio puzzolente di urina e abbandono e comunque non ha importanza.
Nonostante lo sgradevole imprevisto, già sorride.
Eccolo lì, in vetrina, il suo desiderio, ancora illuminato dalle ultime luci della giornata.
Lo osserva cosparsa di adorazione e non c’è lamento che possa riguardarla.
La città decide che è ora di afflosciarsi su se stessa, perché tanto del temporale non importa nulla a nessuno.
***
- È fantastico! – trilla l’amica roteando occhi e mani intorno al casco.
Valentina scende piano dal motorino, nel prologo dell’ammirazione di tutta la classe.
- È proprio l’ultimo modello, quello con le ali disegnate dal mitico Andie J! – sospira l’amica in un incremento di salivazione che innaffia l’umidità del parcheggio.
- Già – soffia Valentina senza aggiungere altro, perché altro è tutto e tutto è nel casco comprato ieri, mentre un barbone moriva al suo fianco.
Lo ha scoperto questa mattina, ascoltando distrattamente il telegiornale tra un riflesso e l’altro dello specchio, persa nell'immagine tronfia del suo acquisto.
Poi, con un’occhiata all’orologio “Contemp”, saltando sulle scarpe “Rimbal”, è corsa al motorino, un “Mor-dens” rosso urlante teso allo scatto. Premurosa di silenziosa attenzione, ha adagiato il casco nel portapacchi ed è sfrecciata verso lo stupore e l’invidia delle compagne di scuola.
Ora, finalmente arrivata, mentre la campanella sbuffa l’inizio delle lezioni, Valentina indossa il casco.
Dedica uno sguardo lontano all’ovale di ammirazione incastonato nel volto dell’amica e si incammina lenta lungo le scale con il desiderio di tutti i coetanei, e forse del mondo, sulla sua testa. Maestosa di vittoria.