sabato 10 novembre 2007

La cronologia delle lesioni traumatiche - parte seconda -

LA CRONOLOGIA DELLE LESIONI TRAUMATICHE – parte seconda -

a cura del dott. Giovanni Sicuranza, medico legale


1. Riassunto.
2. Premessa.
3. Differenziazione tra lesioni vitali e post-mortali.
3.1. Le dimensioni del problema.
3.2. Uno sguardo al passato; la “reazione vitale sistemica”.
3.3. Il metodo istologico.
3.4. I metodi istochimico ed immunoistochimico.
3.5. Il metodo biochimico.
3.6. Cenni sull'utilizzo di altri markers nella determinazione cronologica delle lesioni.
4. La microscopia elettronica a scansione.
4.1. Elementi fondamentali di microscopia elettronica a scansione.
4.2. La microscopia elettronica a scansione ESEM.
4.3. La microscopia a scansione elettronica nella ricerca dei caratteri di vitalità delle lesioni.
5. Conclusioni.



[….]

3. Differenziazione tra lesioni vitali e postmortali.

3.1. Le dimensioni del problema.

A fronte delle ricerche, tuttora in pieno sviluppo, concernenti nuove metodiche d’indagine, e per la necessità di rispondere a specifici quesiti peritali, è auspicabile che la medicina legale mostri un'attenzione particolare verso l’istocronologia delle lesioni traumatiche.
Si vogliono quindi innanzitutto ricordare schematicamente le quattro fasi in cui è suddivisa la fenomenologia biologica3;4 che segue alla cessazione irreversibile della funzione circolatoria[1].
a) Il latency period consta di una breve fase in cui possono essere presenti funzioni organiche spontanee, con produzione di energia aerobica.
b) Il survival period definisce la cessazione di ogni attività spontanea degli organi, con l’inizio del metabolismo anaerobico.
c) Il resuscitation period è la fase in cui è ancora possibile un qualche recupero funzionale.
In questi primi tre periodi è incluso il concetto di morte relativa, caratterizzato da reversibilità strutturale e funzionale.
d) Il supravital period caratterizza il passaggio tra l’interruzione della funzione circolatoria e la cessazione definitiva di ogni reattività tissutale; in tale fase, che risente maggiormente di variabili intrinseche ed estrinseche, persistono residue e decrescenti potenzialità di risposta ad agenti esterni.
Tra la fine del resuscitation period ed il termine del supravital period si colloca il concetto di morte intermedia, caratterizzato, appunto, dall’assenza di ogni reversibilità strutturale e funzionale, nonché dalla presenza di una potenziale reattività biologica. Le maggiori difficoltà delle applicazioni pratiche si riscontrano proprio in questo arco di tempo, borderline, in cui possono trovarsi sia le c.d. lesioni inferte in limine vitae, sia quelle inferte nell'immediato post mortem, quando, sostanzialmente, vi è la possibilità che noxae traumatiche evochino reazioni qualitativamente simili tra loro, mettendo in difficoltà l’indagine medico forense.
Infatti, secondo alcuni Autori, le lesioni prodotte immediatamente nel periodo postmortale, sarebbero di ardua, se non impossibile, differenziazione in termini di vitalità o sopravitalità; ad esempio, ricerche condotte con le tecniche dell’immunoelettromicroscopia5 hanno dimostrato come il fenomeno dell’attivazione piastrinica, con mobilizzazione delle molecole di adesione, possa avvenire anche poco dopo la cessazione della funzione circolatoria[2]; altre ricerche sperimentali4 hanno aperto la questione se le bande di contrazione, espressione di necrosi delle fibre muscolari cardiache, siano un fenomeno esclusivamente vitale: esperimenti su animali sembrano dimostrare che tale fenomeno può verificarsi anche nel periodo sopravitale, con cessazione della funzione circolatoria, mediante applicazione di corrente elettrica[3].
Tali ricerche, pur senza nulla togliere ai criteri ed alle nozioni applicabili alla quotidiana pratica forense, richiamano tuttavia l’attenzione ad una maggiore conoscenza delle proprietà biochimico-funzionali e delle forme di reattività proprie dei substrati biologici nel periodo della morte intermedia.
3.2. Uno sguardo al passato; “la reazione vitale sistemica”.

Fin da quando la medicina legale assurse ad una autonoma dignità scientifica, la necessità di rispondere a quesiti aventi fini giudiziari, accompagnata dalla curiosità professionale della ricerca accademica, si incentrò sul problema di differenziare essenzialmente le lesioni provocate intra vitam da quelle verificatesi durante (in limine vitae) o dopo la cessazione della vita stessa (post mortem); in ultima analisi, il problema di fondo era, ed è, riconducibile alla possibilità di datare le lesioni in rapporto all'evento morte, stabilendo un loro ordine cronologico.
Già nel 1876 Plenk sottolineava l'importanza della differenziazione tra una lesione vitale ed una provocata dopo la morte6; nel 1882 il Garibaldi scriveva che "altra volta interessa soltanto di sapere quale sia stata la ferita effettuata per la prima, e quale sia stata l'ultima; in questa ricerca la diversa natura delle lesioni incontrate sul cadavere, ed i vari fenomeni della reazione (la reazione è il rossore, il turgore, che succede a una lesione fatta durante la vita) potranno somministrare de' lumi per sciogliere la questione"7;[4]; anche Lombroso, nel secolo dopo, osservava che "importa assai conoscere la differenza tra le ferite inferte in vita e quelle inferte sui cadaveri. In generale, secondo le esperienze del Casper e dell'Hofmann, tanto le parti molli che le ossa mostrano maggiore resistenza ai traumi nel cadavere che in vita"8; Dalla Volta sosteneva che "la diagnosi differenziale tra le lesioni che si verificano durante la vita e quelle che possono prodursi dopo la morte costituisce uno dei compiti fondamentali della medicina legale pratica. La imperfetta conoscenza o la completa ignoranza in questo campo diagnostico da parte dei periti non versati in medicina legale dà luogo a non rari e quanto mai deplorevoli errori" e aggiungeva che "le lesioni intravitali trapassano in quelle post-mortali, non già bruscamente, ma per gradi"9.
In sintesi, senza dilungarsi in un lungo elenco che risulterebbe comunque incompleto, si può affermare che tra la fine del XIX e i primi decenni del XX secolo l'attenzione era posta soprattutto sulla cosiddetta "reazione vitale sistemica", che riguarda il funzionamento degli apparati circolatorio e respiratorio e che consiste essenzialmente in emorragie, trombi, emboli, aspirazione ed ingestione di sangue, di corpi estranei o di varie sostanze.
Da un punto di vista macroscopico, si può affermare schematicamente che, in una lesione vitale, il sangue fuoriuscito dai vasi si infiltra nei tessuti circostanti, mentre i bordi della ferita si divaricano e si rigonfiano dopo circa 12 ore; successivamente subentrano i segni dell'infiammazione e della riparazione tissutale; la crosta può comparire sulle ferite più piccole anche a partire da circa 24 ore, o meno, mentre l'epitelio comincia a crescere ai bordi dopo circa 36 ore, con epitelizzazione completa, sempre riferita alle piccole ferite non complicate, anche dopo 4-5 giorni10.
Quindi, se una ferita presenta i segni dell'infiammazione e/o della riparazione, se ne può stabilire il carattere vitale.
E' tuttavia ovvio come il suddetto intervallo di 12 ore rappresenti un forte limite dell'indagine, spesso troppo ampio per soddisfare i quesiti posti al perito.
Altresì di utilità al fine della valutazione dell’età delle lesioni, sono le variazioni cromatiche delle ecchimosi che si accompagnano, nel vivente, alle ferite, soprattutto quelle lacero-contuse: appena formatasi, l’ecchimosi assume un colorito rosso violaceo; dopo circa 4 giorni diventa bluastra a causa della riduzione dell’ossiemoglobina a emoglobina; quindi, dopo 7-8 giorni, degradandosi l’emoglobina in emosiderina ed ematoidina, l’ecchimosi diventa verdastra e infine, dopo circa 10 giorni, giallastra, fino a che il colore non scompare gradualmente; queste variazioni cromatiche, che si diffondono in maniera centripeta, sono tuttavia soggette a molte variabili, in relazione alla risposta biologica individuale, alle dimensioni e alla profondità delle ecchimosi stesse[5]. Nel cadavere, le variazioni cromatiche delle ecchimosi sono determinate dalla trasformazione putrefattiva dell’emoglobina, passando da un coloro rosso-bluastro verso una tinta brunastra.
Quindi la necessità di determinare con maggiore precisione l’età delle ferite, nonché quella di restringere sempre più gli intervalli cronologici tra le varie lesioni, ha portato alla ricerca di nuovi metodi di indagine, spostando l'attenzione dal macroscopico al microscopico, grazie all'utilizzo pratico, fin dai primi decenni del XX secolo, del microscopio ottico, seguendone l'evoluzione verso la microscopia elettronica e servendosi man mano delle nuove, svariate tecniche messe a disposizione dalle scoperte scientifiche. Nel 1938, Dalla Volta descriveva, tra i primi Autori, "la diagnosi di reazione vitale mediante l'esame microscopico"9, attribuendo ad Orsòs il merito di avere esteso, pochi anni prima, la diagnosi istologica anche alle lesioni immediatamente precedenti la morte, mediante l'applicazione del metodo Mallory[6].
Alla cronologia macroscopica delle lesioni traumatiche, fondata essenzialmente sulla reazione vitale sistemica, ed integrata da altri elementi quali la retrazione elastica dei tessuti, si è dunque validamente affiancata la istocronologia, più precisa e selettiva, basata fondamentalmente sui metodi istologico, istochimico e biologico, che verranno di seguito descritti.


3.2. Il metodo istologico.

Il presupposto per stabilire la cronologia delle lesioni è che ogni azione traumatica su tessuto vivente determina un'infiammazione; ne consegue che conoscere ed analizzare all'esame istologico le varie fasi di quest'ultima suggerisce con buona approssimazione l'epoca di insorgenza della lesione.
L'inizio della risposta infiammatoria avviene a livello della microcircolazione (capillari e venule post-capilari), con la comparsa di una vasocostrizione transitoria delle arteriole della durata di pochi minuti cui seguono la vasodilatazione delle arteriole precapillari, le alterazioni della permeabilità endoteliale e, dunque, la formazione di edema interstiziale.
La seconda fase della risposta infiammatoria acuta comincia dopo pochi minuti, con il richiamo nell'area lesa di leucociti polimorfonucleati in seguito a stimoli chemiotattici; i monociti compaiono più tardivamente, riscontrandosi raramente nell'essudato[7] prima che siano trascorse 12 ore. Tuttavia il preciso momento di comparsa di un'evidente infiltrazione leucocitaria è oggetto di discussione; infatti, vi sono differenti opinioni10;11 circa la quantità minima di leucociti che deve essere presente in una ferita perché si possa parlare di "infiltrazione leucocitaria": la presenza di pochi leucociti alla periferia di una ferita non può certo giustificare la diagnosi di reazione vitale, poiché queste cellule rappresentano una normale componente del connettivo; una limitata demarcazione leucocitaria può quindi essere presente anche in lesioni inferte dopo la morte.
Alcuni Autori12 descrivono la presenza dei leucociti tra le 4 e le 24 ore dopo la comparsa della ferita: si tratta di un vallo leucocitario che circoscrive la zona centrale della lesione, caratterizzata da fenomeni degenerativi e necrotici; altri Autori13 riportano la comparsa di leucociti tra le 2 e le 6 ore dalla formazione della lesione; infine, è stato osservato10;14 che l'infiltrazione perivascolare dei leucociti polimorfonucleati è chiaramente visibile nei casi in cui vi sia stata una sopravvivenza di almeno 4 ore.
In ogni caso, la migrazione leucocitaria è condizionata dalla natura della lesione traumatica e dal grado di stimolazione chemiotattica, essendo rapida nelle lesioni aperte, lacero-contuse, con necrosi dei margini ed esposizione dei tessuti agli agenti batterici, e lenta nelle lesioni chiuse, con scarsa sofferenza tissutale (es.: ecchimosi da suzione); questo perché lo stimolo chemiotattico si formerebbe a causa sia della lisi del materiale cellulare ed ematico, sia della degradazione dell’emoglobina, sia della presenza di prodotti batterici, sia della formazione di immunocomplessi, mentre, come emerso da dati sperimentali, la migrazione leucocitaria è solo in minima parte riconducibile ai classici mediatori della flogosi (prostaglandine, istamina, serotonina)15.
Nei giorni successivi i polimorfonucleati vengono sostituiti da macrofagi, linfociti e plasmacellule, che danno luogo alla formazione di tessuto di granulazione, e alle prime fibre di neocollagene; poi, mentre il numero delle cellule infiammatorie si riduce, le fibre collagene aumentano di numero e di dimensione; dopo circa 3 giorni la proliferazione epiteliale è già visibile, con formazione di tessuto di granulazione vascolarizzato; dopo circa 2 settimane, le fibre collagene assumono una struttura fibrosa, mentre inizia a formarsi la cicatrice.
Generalmente, dopo circa 12 giorni l'attività cellulare regredisce sia nello strato epidermico, sia in quello dermico, determinando l'atrofia epiteliale; ciò non permette più, nemmeno dopo molte settimane, di osservare la ricostruzione della normale rete di supporto; tuttavia, mentre la vascolarità del tessuto subepidermico diminuisce e le fibre collagene si ricostituiscono, dopo molte settimane le fibre elastiche sono ancora sensibilmente meno numerose di quelle presente nel tessuto cutaneo indenne.
Occorre tuttavia avere sempre presente che l'aspetto istologico di una ferita dipende dall'irrorazione sanguigna e dalla portata pressoria, in grado di influenzare il susseguirsi delle varie fasi dell'infiammazione, nonché dalla sua sede anatomo-topografica: ad esempio, nel tessuto adiposo sottocutaneo la reazione cellulare si manifesta più tardivamente (nell'uomo dopo 30-60 minuti) rispetto al derma16.
Inoltre, fondamentale nel determinare le caratteristiche di una ferita, è la presenza di infezione: questa dilata in modo imprevedibile i tempi di guarigione sovvertendo così la possibilità sia di datare la singola ferita, sia di determinarne la cronologia rispetto ad altre lesioni traumatiche17.
Infine, fattori di varia natura, come l’età avanzata, lo stato di nutrizione, l’ipovitaminosi A e C, nonché fattori locali, come l’incompleta rimozione dei tessuti necrotici, la presenza di corpi estranei nel fondo della ferita o lo stesso materiale di sutura, possono influenzare la velocità di formazione del collagene e, di conseguenza, la guarigione delle ferite, rendendo difficile stabilirne la cronologia.
Le suddette fasi infiammatorie, in relazione al loro tempo di comparsa e di durata, sono schematizzate nella Tabella 1.


Tabella 1. Principali alterazioni istologiche in relazione all'intervallo di tempo18;19

Intervallo di tempo
Principali alterazioni istologiche
1 ora
Emorragia, edema, rari leucociti polimorfonucleati.
2-6 ore
Infiltrazioni polimorfonucleati, degranulazione delle mastcellule, deposizione di fibrina
6-12 ore
Fagocitosi cellule e tessuto danneggiato con demarcazione del focolaio flogistico; comparsa dei macrofagi
12-24 ore
Riduzione dei polimorfonuleati, aumento dei monociti/macrofagi e della fibrina.
2-3 giorni
Massima concentrazione dei macrofagi nella zona periferica.
Inizio della migrazione dell'epidermide dai margini verso la zona centrale e della neoformazione dei capillari
3-6 giorni
Sviluppo del tessuto di granulazione; prime fibre di collagene neoformato
6-12 giorni
Riduzione delle cellule infiammatorie, dei fibroblasti e dei capillari; aumento del numero e dimensioni delle fibre collagene
12-14 giorni
Inizio formazione della cicatrice: il collagene assume una struttura fibrosa.

In conclusione, si può affermare che l'esame istologico contribuisce senz'altro allo studio della cronologia delle lesioni, fornendo importanti e specifiche informazioni, e non può quindi essere omesso. È di semplice esecuzione e, con una certa esperienza, di agevole lettura; risulta inoltre relativamente rapido nell'esecuzione e vantaggioso in termini economici[8].
Tuttavia, rimane ancora un periodo di latenza, fra 1 e 4 ore (o più), in cui tale metodo, soprattutto se considerato isolatamente, cioè non integrato ad altre metodiche d'indagine, spesso non è in grado di fornire elementi che consentano di differenziare precisamente le ferite inferte intra vitam, in limine vitae o post mortem.


Giovanni Sicuranza, medico legale

[1] Il riferimento è volutamente diverso da quello della morte giuridica, che è basata sulla cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo a cuore battente; al fine della presente trattazione, infatti, interessa l’instaurarsi di un’ischemia continua globale.
[2] Nei lisosomi e negli α-granuli delle piastrine si trovano le c.d. molecole di adesione, glicoproteine che, in presenza di un fattore stimolante, vengono attivate e trasportate sulla membrana cellulare ed interagiscono con altre cellule o con fattori della coagulazione.
[3] Bande di contrazione cardiache sono state osservate anche in decessi provocati in modo immediato da traumi di particolare gravità4.
[4] Lo stesso Garibaldi aggiunge: "dice il Casper, se una ferita presenti più estesi e più pronunciati i fenomeni della reazione che un'altra, ed una terza non sia punto arrossata né infiammata sarà dato al medico di poter dichiarare che la prima è anteriore alla seconda e questa alla terza. In alcuni casi però questo giudizio sarà riserbato: avvegnachè si danno dei fatti, come fu notato dal Grossheim, ove alcune ferite mostrano più tardi di alcune altre i segni della reazone; ed il rossore intorno alla ferita fu visto prodursi anche dopo morte come fenomeno cadaverico".
[5] Inoltre bisogna tenere presente che alcune ecchimosi, come le subungueali, nerastre, o le subcongiuntivali, rosse, non subiscono variazione di colore.
[6] Si tratta dell’ormai classico metodo basato sulla metacromasia ematica, cioè una trasformazione dalla basofilia all’acidofilia, che riguarda tessuti che hanno subito lesioni vitali con irreversibili alterazioni colloidali e che, all’osservazione microscopica, si evidenzia con variazione del colore da azzurro cobalto a rosso carmino.
[7] Quest'ultimo di solito raggiunge la massima intensità entro 48 ore.
[8] Nel capitolo 5 verrà fornito un esempio pratico concernente il materiale ed i metodi di allestimento per la lettura istopatologica.

venerdì 9 novembre 2007

La legge dei figli - Un'antologia per la Costituzione (cartella stampa)

"La legge dei figli"
un'antologia per la Costituzione

139 articoli, 18 disposizioni transitorie e una storia che risale al 1948. Questa è la nostra Costituzione, che da decenni fonda i valori della Repubblica Italiana, le sue leggi e la convivenza dei suoi cittadini. O almeno dovrebbe farlo.

Con questa antologia, sedici scrittori della giustizia italiana – agenti delle forze dell'ordine, magistrati, funzionari – mettono alla prova la Costituzione di cui sono figli: prendendo spunto dai suoi singoli articoli ci raccontano un paese in cui nulla è scontato, nemmeno l'applicazione dei principi stessi lasciati in eredità dai padri costituenti.

Un viaggio a tinte nere per scoprire un'Italia in cui le ombre non si annidano solo fra il malcostume e la criminalità, ma soprattutto nell'oblio della Costituzione stessa.

I racconti:

Art. 1: L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. Una delazione ben piazzata può stroncare una carriera, una vita, e soprattutto la libertà: da quel momento nessuno sarà più al sicuro. Piernicola Silvis mostra le storture dell'assenza di democrazia, in un'Italia fin troppo facile da immaginare.

Art. 3: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge. Un cantiere come tanti, una tragedia annunciata, un sogno di riscatto o forse solo di felicità: nel racconto di Gianpaolo Trevisi, le differenze di classe tra gli edili italiani e la manovalanza in nero degli extracomunitari.

Art. 12: La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano. Nella storia di Andrea Testa, il vessillo bianco rosso e verde non sventola solo ai mondiali di calcio, ma anche sui sogni più oscuri degli abitanti di un quieto paese di provincia. E quando un uomo scompare, appare chiaro che a causa di quella bandiera si può addirittura morire.

Art. 13: La libertà personale è inviolabile. La vicenda di un commissario di polizia che effettua una perquisizione: nulla di troppo strano, se non fosse che il luogo è la scuola Diaz di Genova e il tempo è il 21 luglio 2001, durante i fatti del G8. Simona Mammano delinea, con pagine di coraggiosa sensibilità, una storia che diventa Storia.

Art. 14: Il domicilio è inviolabile. Per entrare in una casa non serve esibire un mandato, come si vede nei film: bastano spalle robuste e la giusta dose di sicurezza. Maurizio Matrone racconta la storia grottesca di una normale operazione di polizia, che inizia male e finisce peggio.

Art. 15: La libertà e la segretezza della corrispondenza sono inviolabili. Un importante uomo politico viene rapito: forse sono state le Brigate Rosse o forse qualcun altro più in alto... Nel racconto di Marco De Franchi un coraggioso poliziotto dovrà decidere quanto violare la legge stessa pur di risolvere questo dramma, inquietantemente vicino al caso Moro.

Art. 17: I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz'armi. Piergiorgio Di Cara tesse il toccante monologo di un agente di polizia destinato alla vigilanza degli stadi: una voce solitaria che si perde tra i cori violenti degli ultrà e il silenzio assordante della morte di un collega.

Art. 21: La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Cosa resta a un giornalista della Rai, colluso col potere e col sistema, cui viene rubato pure l'ultimo scampolo di dignità personale? Nel racconto di Alessandro Cannevale, forse solo affidarsi a un video autoprodotto per raccontare la verità più inconfessabile.

Art. 36: Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata. Ci sono campi sterminati di pomodori in cui la legge non arriva. E ci sono persone che pur di lavorare e sopravvivere sono disposte a tutto. Può esistere una retribuzione proporzionata in un posto come questo? Ugo Mazzotta risponde a questa domanda con inesorabile sincerità.

Art. 38: Ogni cittadino inabile al lavoro ha diritto al mantenimento e all'assistenza sociale. La visita a un bizzarro museo si trasforma lentamente in incubo e delirio, quando la protagonista del racconto di Giovanni Sicuranza si accorge che l'assistenza privata può assumere forme molto particolari. E che non tutte mirano all'autonomia dei 'diversamente abili'.

Art. 48: Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Per il giovane protagonista della storia di Carmelo Pecora, la prima volta al voto è un momento importante, un rito di passaggio alla maturità. Sarà anche una scoperta del fatto che le elezioni di un piccolo paesino siciliano possono essere terreno di contesa fra persone molto pericolose.

Art. 53: Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Una normale verifica fiscale della Guardia di Finanza innesca la spirale di un tesissimo dramma famigliare. Mauro Marcialis racconta la quotidianità dell'evasione eretta a sistema e le sue sanguinarie conseguenze.

Art. 109: L’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria. Il protagonista del racconto di Girolamo Lacquaniti è uno "sbirro". Così viene definito dai personaggi di spicco sui quali si trova a indagare: potenti vip troppo in vista perché i superiori della Squadra Mobile non abbiano da offrire alcuni suggerimenti, per un'indagine corretta fuori e morbida dentro.

Art. 111: La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge. In un sistema normale i processi punirebbero i colpevoli e lascerebbero liberi gli innocenti. Ma se così non avviene, che altro resta se non la cruda vendetta? Marco Pelliccia arpeggia una storia in cui l'unico ritornello è quello dell'ingiustizia.

Art. 112: Il pubblico ministero ha l'obbligo di esercitare l'azione penale. Come mai, pur avendo commesso gli stessi fatti, per qualcuno scatta un processo e per altri i fascicoli restano nel cassetto? Nel racconto di Sergio Sottani, un magistrato dovrà rispondere personalmente a questo dilemma, quando verrà assalito dal sospetto di aver incontrato l'autore di un reato rimasto irrisolto.

Disp. XII: È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. E' un confine molto fragile quello che separa la democrazia dall'avvento della dittatura. Angelo Marenzana chiude il cerchio di questa antologia narrando il tentativo di imporre con le armi un nuovo ordine sociale, che solo le scelte individuali potranno riuscire a impedire.

A cura di Lorenzo Trenti e Sabina Marchesi.

La legge dei figli, Padova, Meridiano Zero, novembre 2007
pp. 256, euro 14,00, ISBN 8882371565

Prefazione a cura di Giancarlo De Cataldo.

La cronologia delle lesioni traumatiche - parte prima -

LA CRONOLOGIA DELLE LESIONI TRAUMATICHE

a cura del dott. Giovanni Sicuranza, medico legale

Indice del percorso:

1. Introduzione
2. Premessa.
3. Differenziazione tra lesioni vitali e post-mortali.
3.1. Le dimensioni del problema.
3.2. Uno sguardo al passato; la “reazione vitale sistemica”.
3.3. Il metodo istologico.
3.4. I metodi istochimico ed immunoistochimico.
3.5. Il metodo biochimico.
3.6. Cenni sull'utilizzo di altri markers nella determinazione cronologica delle lesioni.
4. La microscopia elettronica a scansione.
4.1. Elementi fondamentali di microscopia elettronica a scansione.
4.2. La microscopia elettronica a scansione ESEM.
4.3. La microscopia a scansione elettronica nella ricerca dei caratteri di vitalità delle lesioni.
5. Conclusioni.


1. Introduzione

La necessità di acquisire metodiche utili a determinare la cronologia delle lesioni traumatiche, differenziando essenzialmente, per le importanti conseguenze applicative ai fini giudiziari, quelle vitali da quelle postmortali, è un problema avvertito fin dagli inizi della medicina legale moderna.
I metodi istologici, istochimici ed immunoistochimichi, nonché l'utilizzo della microscopia a scansione elettronica, hanno aperto nuove e stimolanti prospettive di ricerca, contribuendo a restringere il margine di differenziazione cronologica delle lesioni presenti su cadavere.
Molto è stato scritto sull'argomento e molto c'è ancora da sperimentare, nella prospettiva di ulteriori criteri di differenziazione supportati dalle varie tecniche microscopiche; tuttavia l'indagine medico legale, per risultare facilmente e prontamente attuabile, richiede una tecnica che combini un'accettabile approssimazione cronologica delle varie lesioni con la semplicità e la praticità, anche in termini di vantaggio economico, del metodo utilizzato.
Comincia da questa puntata un sentiero serpiginoso tra le varie tecniche istopatologiche nella determinazione della cronologia delle lesioni traumatiche. Attraverso l'analisi di alcuni casi giudiziari, osservermo, per le pratiche necessità d'indagine, di una tecnica semplice, facilmente accessibile e ripetibile, rispetto a quei metodi che, pur restringendo i tempi di discriminazione tra lesioni intra vitam e post mortem, oltre a risultare economicamente costosi, richiedono una lunga ed accurata pratica ultraspecialistica, non sempre alla portata di un professionista.


2. Premessa.

In ambito medico-legale, la Lesività "comprende l'insieme dei fatti dannosi della integrità fisica e psichica della persona, prodotti da cause esterne o violente"1, mentre la Traumatologia si occupa degli "effetti lesivi causati nell'organismo dagli agenti di natura meccanica"1.
Da queste definizioni, applicate alle necessità delle indagini forensi, discende anche l'importanza di rilevare od escludere negli effetti lesivi di un'azione traumatica i segni di una reazione vitale, che include tutte quelle reazioni dei tessuti e degli organi per cui è indispensabile la vitalità delle cellule2.
Si può affermare che nessun medico legale compie adeguatamente il suo lavoro se si limita al conteggio delle lesioni, ma che di queste sarà necessario descrivere la natura, la posizione anatomo-topografica, la direzione e le dimensioni.
A volte indicare la causa della morte risulta meno rilevante ai fini giudiziari che procedere alla ricostruzione dei fatti, attuabile anche da uno studio accurato delle ferite e della loro datazione; ad esempio, un individuo può essere coinvolto in un sinistro stradale per cause accidentali e subito dopo arrotato da un'autovettura, riportando una serie di lesioni traumatiche; la datazione cronologica di queste ultime contribuirà, in ambito penale, ad avvalorare o meno l'ipotesi di reato di omicidio colposo nei confronti del conducente d'auto, mentre, in quello civile, in caso di contenzioso con le assicurazioni private, ugualmente si potrà dimostrare se il soggetto era deceduto immediatamente prima o in seguito all'arrotamento; ancora, un individuo potrebbe essere lasciato su un binario ferroviario in fase agonica o subito dopo il decesso avvenuto per lesioni traumatiche, allo scopo di simulare un suicidio o un incidente.
Si comprende dunque come spesso determinare la cronologia delle lesioni traumatiche risulta certamente indispensabile, ma anche difficile, specialmente quando l’azione violenta precede di poco il decesso della persona sulla quale è esercitata.
Infatti, come è noto, non esiste un limite definitivo e demarcato tra la vita e la morte, ma questa è un fatto dinamico, evolutivo, raggiungibile, in termini di classificazione delle lesività, attraverso una serie di stati progressivi: intra vitam, in limine vitae e post mortem.
Inoltre, si deve tenere presente che la morte causata da lesioni traumatiche può essere immediata (es: sfacelo del corpo, embolia dell'arteria polmonare), rapida (es. anemia acuta da dissanguamento) o ritardata (es. per infezioni sopravvenute); a seconda delle circostanze specifiche, si può passare attraverso una fase "agonica", in cui le attività dell'organismo funzionano ancora, sia pur in modo rallentato, per cui si trovano reazioni vitali poco pronunciate, fino alla morte, in cui comunque possono essere ancora presenti reazioni vitali locali. Dunque il riscontro di lesioni riconducibili ad una azione traumatica permette di eseguire una ricerca sulla presenza o assenza di caratteri di vitalità, e sull'intensità di questi, ricerca basata sul fatto che nel momento del traumatismo stesso su di un tessuto vivente si producono una serie di eventi dinamici e complessi nella loro reciproca combinazione, ma suddivisibili cronologicamente in due momenti:
a) perdita di sostanza con liquidi extracellulari, e, qualora siano discontinuate le pareti vasali, di sangue;
b) comparsa dell'infiammazione ed attivazione del meccanismo di riparazione, mediato dai linfociti e attuato dal tessuto ematico mediante la formazione del reticolo di fibrina finalizzato all’emostasi naturale per fronteggiare i fenomeni emorragici.
Riguardo al primo momento, mentre il riscontro di una perdita di sostanza costituisce un fenomeno collegato all’attrito che qualsiasi trauma sviluppa a carico delle cellule, e che pertanto può derivare anche da una azione lesiva portata a carico di un tessuto non più vivente, la fuoriuscita di sangue dal letto vascolare è invece da ritenersi sicuramente un fenomeno vitale, in quanto sostenuto dall’attività della pompa cardiaca; solo in alcuni rari casi può esservi un gemizio in assenza di pressione nei vasi, come si osserva talora nelle lesioni occorse in limine vitae o ai primissimi stadi del periodo post mortem. Ciò vale soprattutto per i vasi di piccolo calibro, dove a parità di pressione è minore la portata, per cui all’arresto del lavoro cardiaco segue immediatamente un blocco del flusso degli eritrociti nel lume dei capillari arteriosi, dove rimangono anche quando le pareti di questi ultimi vengano eventualmente discontinuate dall’azione traumatica applicata nel periodo postmortale.
Mentre sulle varie fasi dell'infiammazione si tornerà dettagliatamente in seguito, qui si richiama l'attenzione sull'attivazione linfocitaria, caratteristica del secondo momento: essa si presenta come un quadro di diapedesi attraverso le giunzioni delle cellule parietali dei vasi; i linfociti escono da questi per diffondersi nel tessuto circostante la lesione, con azione e scopo di difesa contro agenti patogeni.
Infine, segue il fenomeno della polimerizzazione della protrombina in trombina che media la trasformazione del fibrinogeno in fibrina: questa presenta una struttura come a maglie, ben diversa da quella del connettivo reticolare che avvolge qualsiasi tipo di cellula nei tessuti, ed ha la funzione di bloccare gli eritrociti e quindi il fenomeno emorragico. Tale emostasi avviene anche per attivazione del contatto fra eritrociti e piastrine che, in presenza di fibrina, esita nella formazione di un corpo resistente, il coagulo, in grado di bloccare efficacemente il flusso ematico.
Pertanto, ai fini della diagnosi differenziale fra lesione inferta su un tessuto vivente o non vivente, è essenziale valutare la presenza e la densità degli elementi figurati sopra ricordati, soprattutto nelle aree interessate dall’esplicarsi della forza lesiva, macroscopicamente individuate sia al momento dell’ispezione cadaverica che della sezione anatomica.
In tal senso, l’osservazione macroscopica è affiancata da quella microscopica, più adeguata nel documentare gli aspetti figurativi e capace di dotarsi di specifiche reazioni colorative allo scopo di aumentare la precisione di indagine.
Tuttavia occorre sempre tenere presente che tali indagini non sono esenti da errori, in quanto le reazioni istochimiche possono risentire di particolari condizioni chimico fisiche del tessuto (fissazione, aspetti degenerativi, ecc.), tali da indurre false positività o negatività; inoltre, nonostante le varie tecniche sperimentate e proposte, differenziare le lesioni prodotte in intra vitam, in limine vitae e in post mortem, non sempre è agevole quando i tempi intercorsi tra le lesioni stesse sono estremamente ristretti.

[… continua …]

mercoledì 31 ottobre 2007

fame

Ha fame.
E non si può dargli torto.
Ha atteso questo momento in silenzio, senza curarsi di null’altro che assaggiare il cibo, così indifferente alle voci che intorno diventavano sempre più aspre, addirittura sempre più taglienti, fino a diventare urla quando lui ha iniziato a dire la sua.
Finalmente.
Ora azzanna la carne con tale rapidità che difficilmente riuscirebbe a respirare, se respirare avesse comunque senso.
Confinato in un mondo buio, privo di stimoli, serrato tra una folla di suoi simili, adesso è così avido di nutrimento che ogni sua energia esplode nei tuffi dentro il cibo.
Vi entra con quasi tutto se stesso, in un istante di assoluto appagamento, e poi risale nell’aria, lungo una scia di liquido che non basta mai a dissetarlo.
E allora ecco, ancora uno slancio, il gusto intenso del morso, il potere della penetrazione, prima di tornare indietro e cercare altre zone in cui affondare.
Forse potrebbe chiedersi se il suo scopo è proprio questo, ma sarebbe un puro esercizio mentale che non lo riguarda.
Nulla conosce e sa conoscere se non la corsa nell’aria per nutrirsi delle profondità del cibo e dissetarsi nel suo gusto.
Così rapido e attento allo stesso modo, da riuscire anche a cogliere ogni diversa sfumatura del suo pasto.
A volte, nella foga, rischia persino di farsi male. Accade quando affonda fino in fondo ed urta dove il tessuto perde sapore e diventa improvvisa barriera biancastra.
Ma chi lo guida sa trasmettergli tutta l’energia che ha atteso e ogni volta riesce ad uscire dal cibo, sudando sangue e frammenti di organi. Per poi rituffarsi nella carne.
Non sa per quanto continua così. Padrone della vita, il tempo non gli appartiene.
Il corpo cade e lui lo insegue, avido a insaziabile.
Fino a quando chi lo ha guidato nell’orgasmo di carne e sangue, non smette. All’improvviso.
E lui rimane così, sospeso nell’aria, stretto nella mano dell’uomo che lo ha guidato.
Sopra il cadavere della donna lacerato dai suoi morsi, ha luccichii di muta soddisfazione.
Ha assaggiato il corpo e gli è piaciuto. Sa che può affondare nella carne con un potere che ha bisogno della scelta dell’ uomo.
E sa che se riesce a spostare la lama lungo il rimorso di chi lo regge, potrà anche assaggiarne la mano.
Ancora carne. Il motivo del suo esistere.
In silenzio, come sempre, come tutti i suoi compagni, il coltello attende.

racconto di Giovanni Sicuranza

Le lesioni da arma da taglio. Un altro protagonista

Alcune riflessioni sulla lesività delle armi da taglio. Entra un altro protagonista.

Le lesioni delle armi da taglio, o punta in taglio, come in seguito meglio spiegato, sono tra quelle di più comune riscontro nei delitti contro la persona e contro la vita. Il motivo è intuibile alla nostra osservazione quotidiana: un coltello può essere reperito molto facilmente, rispetto un’arma da fuoco, basta dare un’occhiata alla cucina. Adesso, però, vi chiedo di non farvi distrarre troppo dal luccichio delle lame casalinghe e di tornare al testo. In effetti, le lame presenti nelle abitazioni, negli uffici, etc., per quanto tagliaenti, non hanno e non dovrebbero avere la finalità di ledere o minacciare la carne, non quella umana perlomeno. Soprattutto se vivente. In questo caso, il loro uso, oltre che illecito, è improprio. Ovvero, si usa uno strumento tagliente per uno scopo che non è proprio di dello strumento stesso (con il coltello da cucina, di solito preparate una bistecca non umana, magari tagliate un pomodoro). Se lo si usa per minacciare, ferire o uccidere un essere umano (per non parlare delle sevizie sugli animali), allora il suo uso diventa improprio.
Inoltre, gli strumenti taglienti sono provvisti in genere da sezione triangolare con uno spigolo affilato, e in questo caso vengono definiti taglienti tipici (ad esempio, coltelli, lamette da barba). Ma la lesione da taglio può essere provocata anche da taglienti atipici, come frammenti di vetro, lamiere di metallo, ecc.
Tuttavia per ogni oggetto sopra elencato, l’azione è comune: si produce una soluzione completa dei tessuti, applicando due azioni:
1. la pressione, che permette alla lama di penetrare nel tessuto;
2. lo scorrimento, che permette alla lama di avanzare lungo il taglio.

Ed ora un esempio pratico sulla diagnosi medico-legale delle ferite, nella differenziazione tra omicidio e suicidio.
Lo scannamento è il taglio del collo che causa in profondità la lesione delle vie respiratorie, dei vasi, dei nervi, dell’esofago.
Nell’omicidio il taglio è di solito in basso e la ferita è orizzontale e profonda, quando unica; se molteplice, le lesioni non sono mai parallele ed hanno varia profondità. Inoltre, in caso di omicidio sono in genere presenti ferite da difesa, come quelle riscontrate nel palmo delle mani (difesa attiva, con la vittima che tenta di afferrare la lama), sul dorso delle mani (difesa passiva, con la vittima che tenta di parere i colpi), sulle spalle o altre parti del corpo (difesa da schivamento).
Nel suicidio, il taglio è in posizione più alta e la ferita è di solito accompagnata da tagli di prova inferti poco prima, paralleli e superficiali.

Breve presentazione del protagonista: la punta e la lama.
Gli oggetti in grado di provocare le suddette lesioni si suddividono in strumenti da taglio, da punta, da punta e taglio, da fendente.
Gli strumenti da taglio hanno le caratteristiche sopra accennate.
Per gli strumenti da punta, si aggiunge che la loro forma è cilindrica o conica con punta tagliente; tipici sono gli aghi, i punteruoli; atipici le punte di ombrello, ecc.
Gli strumenti da punta e taglio: hanno azione pungente e tagliente; tipici sono i coltelli, i pugnali, ecc.; atipici le schegge di vetro, le forbici, ecc. come sopra riportato.
Gli strumenti fendenti hanno una lama spessa e robusta, con spigolo affilato; tipici sono le scuri, le roncole, etc; atipici, grosse e affilate lamine di metallo, etc.

Il carattere del protagonista: le lesioni.
Schematicamente, le lesioni prodotte da un’arma da taglio possono suddividersi in:
1. abrasioni: come accade quando ci si rade e si asporta l’epidermide e strati superficiali del derma sottostante;
2. ferite lineari: quando la lama penetra nei tessuti in modo perpendicolare alla cute, creando una lesione rettilinea (ad esempio nel tronco) o curvilinea (ad esempio nel braccio o nel collo);
3. ferite a lembo: quando la lama agisce in direzione obliqua rispetto alla cute, formando così un lembo a sezione triangolare;
4. ferite mutilanti: quando la lama, con prevalente azione di pressione, ma anche di scorrimento, provoca il distacco completo dei tessuti, di solito parti molli sporgenti come le orecchie.
Le caratteristiche comuni di queste ferite sono:
estensione in superficie e regolarità dei margini (che combaciano perfettamente una volta uniti, in quanto, ad eccezione di feriti mutilanti, non vi è perdita di sostanza); tuttavia, una lama non bene affilata può determinare irregolarità dei lembi della ferita;
angoli acuti e codette. Queste ultime sono l’estensione superficiale del taglio, negli angoli dove la lama entra o esce. A loro volta le codette possono essere tipiche, con quella di entrata breve e quella di uscita lunga, in quanto la lama penetra con azione di pressione ed esce con azione di scorrimento; questo andamento si osserva su superfici piane come il tronco. Su superfici curvilinee, come un braccio, le codette mancano o sono invertite, cioè quella di entrata è più lunga di quella di uscita. Ecco che studiare le caratteristiche delle codette è utile per determinare la direzione del taglio.

Le ferite da punta si distinguono essenzialmente in:
ferite da strumenti sottili: prodotte da aghi, spine, spilli, etc., con aspetto puntiforme;
ferite da strumenti di sezione maggiore: prodotti da chiodi, etc; possono determinare ferite superficiali superficiali o profondo, persino trapassanti. I margini hanno un orletto escoriato nell’entrata, che manca all’uscita: inoltre il foro sulla cute è più piccolo di quello dello strumento a causa della retrazione dei tessuti nel vivente (particolare che dunque non si osserva in lesioni inferte post-mortem). A volte, come quando viene intaccato un osso piatto, la ferita produce uno stampo caratteristico della forma dell’oggetto usato.

Nelle ferite da punta e taglio, oltre alla possibilità di riscontrare lesioni a stampo (ad esempio, nell’uso di forbici, la forma sulla cute, o su superficie ossee piatte, è a losanga se le lame sono chiuse, è a coppia simmetrica a lame aperte), si osservano:
margini netti e divaricati; forma ovale; lesione più profonda che lunga; codette.
Inoltre, se lama ha una doppia superficie di taglio, gli angoli della ferita saranno entrambi acuti. Se la lama è monotagliente, l’angolo delle lesione, che corrisponde al dorso smusso e non tagliente, non avrà questa caratteristica e potrà presentare, accentuato, una zona ecchimotica o soffusa circostante dovuta all’azione contusiva dell’oggetto (caratteristica che non si riscontra nelle lesioni inferte post-mortem).

Nelle ferite da fendente, come già spiegato, avviene una discontinuazione dei tessuti. La ferita si forma per azione tagliente della lama, o dello spigolo affilato, e soprattutto per la contusione dovuta all’urto con lo strumento pesante. Pertanto, le ferite potranno essere:
lineari; a lembo; mutilanti.
I margini non sono netti come nel caso dei precedenti strumenti, mancano le codette, mentre sono sempre presenti segni di contusione, come ematomi, ecchimosi (anche in questo caso, però, i segni di contusione da stravasi emorragici, tipici del vivente, mancheranno in lesioni inferte post-mortem).

Giovanni Sicuranza, medico legale

martedì 30 ottobre 2007

Le lesioni da arma da fuoco. Un primo protagonista

Alcune riflessioni sulla lesività d’arma da fuoco. Un primo protagonista.

Una premessa è d’obbligo.
Nel campo della medicina, così come della medicina-legale, a differenza di quanto mostrano film e telefilm vari, nulla è certo e schematico.

Inoltre, quanto di seguito riportato è influenzato da maggiori dettagli, diversi caso per caso. Ad esempio, posizione e distanza di chi spara rispetto alla vittima. E, ad essere pignoli, temperatura dell’ambiente ed eventuali patologie di cui soffriva la vittima (questi sono particolari che non hanno importanza, di solito, nella letteratura).

Quanto sopra, per far capire come mai mi limiterò a dare alcuni suggerimenti, descrivendo in generale. Sarà poi la vostra fantasia e abilità di scrittori a scegliere quali e come usarli.

Breve presentazione del protagonista: la pistola e i suoi proiettili.
Immaginiamo in questa sede l’uso di una pistola a proiettili comuni, non alterati, ovvero di forma cilindor-conica o cilindro-ogivale.
Di solito questi proiettili, se usati a scopo civile (es. caccia) non sono incamiciati come quelli militari, che dovrebbero produrre meno lesioni perché il loro nucle non si deforma o non si frammenta.
Dunque, presumo che la pistola in oggetto non sia di tipo militare, altrimenti occorrerà fare riferimento a proietttili incamiciati. Le pistole comuni hanno proiettili di tipo espansivo, che quando raggiungono il bersaglio si deformano producendo ampia lesione dei tessuti. Questo perché il nucleo molle del proiettile rimane scoperto, cioé non è incamiciato da gusci di rame o altri metalli.

Il carattere del protagonista: le lesioni.
Si dividono in lesioni esterne ed interne.
Contusioni, cioè ecchimosi sulla cute, variabili a seconda della traiettoria e della distanza dello sparo. Attenzione, sono un aspetto vitale, cioè indizio che la persona era ancora viva; al contrario, nei colpi sparati post-mortem, si noterà che in alcune ferite mancano le contusioni.2) Ferite penetranti. Sono il tragitto nel corpo e possono essere a fondo cieco, quando non c’è foro di uscita e il proiettile rimane all’interno (devastando vari organi e tessuti, secondo quanto spiegato prima; ad esempio, se ne può trovare uno nel fegato, intorno allo stravaso emorragico nel peritoneo di questo organo); oppure trapassanti, quando presentano un foro di entrata, un tramite completo e un foro di uscita.
3) Lesioni da scoppio. Non si limitano a penetrare nel tessuto, ma ne provocano la dilatazione. Si osservano ad esempio negli organi cavi e pieni, come una vescica piena di urina, che esplode.

Per i caratteri del foro d’entrata, detto orificio di ingresso, si distinguono colpi a distanza, colpi a contatto, colpi sparati da vicino.

Le caratteristiche dei primi sono:
orletto di detersione, cercine nerastro e untuoso dovuto al depositarsi sui margini della ferita di sporco che il proietile asporta quando esce dalla canna. Raro però osservarlo con le armi moderne;orletto di escoriazione: dove il proiettile intrflette la cute a dito di guanto prima di perforarla ed esercita un’azione di compressione-contusione.

Per i colpi a contatto (quando l’arma è tenuta a diretto contatto con la pelle): il foro di entrata si trasforma in ferita da scoppio per l’azione dei gas che escono dalla canna; quindi si avrà un foro largo, irregolare, molto più ampio del foro d’uscita;l’impronta a stampo: è una piccola ferita figurata, una sorta di tatuaggio sottocutaneo, che riproduce l’asta di guida del carrello mobile della pistola; è causata dalle particelle di gas penetranti.

Per i colpi da vicino:
alone di ustione, prodotto dalla fiamma, con pelle che assumne colore giallastro, secco,meglio visibile qualche ora dopo la morte; può provocare ustione dei peli; alone di affumicatura: dovuto al fumo, annerisce la pelle (scompare con il lavaggio);alone di tatuaggio: effetto delle parti più grosse della polvere da sparo, che, come sopra spiegato, formano un tatuaggio sottocutaneo; alone di compressione: zona di contusione ed escoriazione che si forma intorno al foro di ingresso per urto violento della colonna di gas; ha aspetto giallo-bruno, pergamenaceo in seguito all’evaporazione cutanea post-mortem.I fori di uscita hanno invece margini estroflessi e, a parte le lesioni d’entrata da scoppio, di solito sono di dimensioni maggiori.
Attenzione, foro di entrata e di uscita non sono sempre sullo stesso asse. Ad esempio, se si spara dall’alto in basso, è ovvio che il foro d’uscita sarà più in basso, ecc.

Giovanni Sicuranza, medico legale

lunedì 29 ottobre 2007

Una sintesi schematica dei fenomeni cadaverici

SCHEMI CRONOLOGICI E RIASSUNTIVI DEI FENOMENI CADAVERICI



I fenomeni cadaverici sono un insieme complesso di cambiamenti organici, fisici e chimici che modificano il corpo durante e dopo la morte.
Si tenga presente che la morte non è un atto che si completa nell’immediato, ma è prolungata nel tempo, con la vita che continua in organi e apparati anche a decesso avvenuto, in modo a noi impercettibile.
È proprio su questo principio che si basa la progressione dei fenomeni cadaverici.

Tali cambiamenti fenomenici avvengono nella struttura del corpo e, quando possono essere osservati dall’esterno, come avviene in sede di sopralluogo e autopsia, vengono definiti segni.
Ad esempio, la rigidità cadaverica che si riscontra nel cadavere è un segno. Responsabile di tale rigidità è tuttavia un complesso di fenomeni non osservabili direttamente (per non essere pedante, cito solo uno di questi fenomeni alla base del segno rigidità: la degenerazione dei legamenti muscolari di actina-miosina, provocata dalla scomparsa dell’acido adenosintrifosforico, detto anche ATP, con conseguente blocco muscolare in uno stato di accorciamento).

I fenomeni cadaverici si divino essenzialmente in due gruppi: abiotici e trasformativi.

I fenomeni sono detti abiotici quando dipendono dalla cessazione delle attività vitali; ecco perché i segni che li rivelano all’osservatore sono “negativi”.

Si differenziano dai fenomeni trasformativi, che determinano modificazioni importanti del cadavere. I segni che li rivelano sono pertanto detti "positivi".
Di seguito, uno schema riassuntivo del loro significato e del periodo di comparsa, tenendo sempre presente che ci sono molte variabili, intrinseche (del corpo) ed estrinseche (dell’ambiente) che si combinano tra loro in vario modo, così da non rendere sempre attendibile la cronologia riportata (da intendersi dunque come parametro medio a condizioni standard).

Classificazione dei fenomeni cadaverici

1. ABIOTICI:
· immediati: perdita della coscienza, della sensibilità, della motilità, del tono muscolare; cessazione del circolo e del respiro;
· consecutivi: raffreddamento; disidratazione; ipostasi; acidificazione; eccitabilità neuro- muscolare; rigidità cadaverica;

2. TRASFORMATIVI:
· distruttivi: autolisi; autodigestione; putrefazione;
· speciali: macerazione; mummificazione; saponificazione; corificazione.



Raffreddamento·

ore dalla morte
gradi persi/ ora
prime 3- 4
0.5°
successive 6- 8

successive 12 (e fino a circa 18- 24)
da 3/4° a 1/2° a 1/3° fino a T ambiente

· Il completo raffreddamento del corpo richiede in media 20- 24 ore (da un minimo di 11 ad un massimo di 30), ma è influenzato da molte variabili intrinsiche ed estrinsiche.


Ipostasi §

migrazione totale
prime 6- 8 ore dalla morte
migrazione parziale
tra le 8- 12 ore dalla morte
fissità assoluta
dopo la 15a ora dalla morte

§ ipostasi da replezione (mobile): sino a 8- 10 ore dalla morte / ipostasi da diffusione (indelebile e fissa): dopo 15 ore dalla morte


Rigidità ¨

fase di insorgenza
dalle 2- 3 ore dopo la morte/ dura 12- 24 ore
fase di stabilizzazione
dura circa 36- 48 ore dalla morte
fase di risoluzione
risoluzione completa dopo 72- 84 ore dalla morte


¨ insorgenza e risoluzione: nucaÞ arti superioriÞ troncoÞ arti inferiori (ordine cranio- caudale); in realtà la rigidità inizia simultaneamente in tutti i distretti, ma si rende manifesta dapprima nei muscoli brevi (mandibola), poi nei muscoli più robusti (arti).

Putrefazione ¥

periodo cromatico
tra le 18- 36 ore dalla morte
periodo enfisematoso
3- 6 giorni dopo la morte (estate)
qualche settimana dopo la morte(inverno)
periodo colliquativo
2- 3 settimane dopo la morte (estate)
alcuni mesi dopo la morte (inverno)
periodo della scheletrizzazione
3- 5 anni dopo la morte

¥ formula di Casper: X= 1, 2, 8 (1: se esposto all'aria / 2: se immersione in acqua / 8: se sotto terra; ovvero: la putrefazione, in media, può avvenire più velocemente se il corpo è all’aria, lentamente se si trova sottoterra, in un tempo leggermente inferiore rispetto all’aria se è nell’acqua).

Giovanni Sicuranza, medico legale



N.B.: l'articolo è presente anche su
il blog a cura di Sabina Marchesi (vd. post precedente)

domenica 28 ottobre 2007

Notitia Criminis

Per chi ha qualche neurone accesso di curiosità verso "storie & misteri di vita e malavita", consiglio il blog

"Notitia Crimis"

http://notitiacriminis.blogosfere.it/

a cura della mente acuta di Sabina Marchesi.


Per me è un onore questo inizio di collaborazione con articoli, e forse qualche racconto, nel suo sito.

sabato 27 ottobre 2007

prossima pubblicazione

A cura di Sabina Marchesi e Lorenzo Trenti.
Prefazione di De Cataldo.
Giovanni Sicuranza tra gli autori presenti.

martedì 16 ottobre 2007

"Lungo il vento" - recensione di Cinzia Toninato al mio ultimo romanzo


Può il vento trasformarsi in ammonizione, avvertimento, rimprovero, consiglio o castigo?
Nell’ultima creazione di Giovanni Sicuranza, il vento assume le sembianze eteree di un censore divino, il quale vede, prevede e comunica in modo inequivocabile l’approssimarsi degli eventi.
Vento che ulula nella notte, che sferza nella tempesta, che accarezza nella quiete, ma che sgomenta fino a terrificare quando tace poiché nel suo silenzio risiede l’eco della morte, anche collettiva.
Ogni pagina di questo libro appartiene a un unico e vero protagonista: il vento.
E sarà sempre il vento l’unica forza naturale in grado di sfogliare le pagine non scritte del tempo.

Siamo la maschera sociale che ci è stata consegnata alla nascita, e soltanto nell’abbraccio della morte, strappiamo l’inganno rivelando il nostro vero volto

La terribile sentenza di Giovanni Sicuranza grava spietata e imperterrita nel susseguirsi incalzante della storia, frammentata nei ricordi di un passato coinvolto nella guerra, bisbigliata in un presente di calma apparente, ricondotta nelle crepe della terra quando il mondo spalancò le sue cataratte rivelando infamie e intrighi innominabili.
Il paese di Magnanimo, abbarbicato sui pendii delle montagne, non esiste, come non è mai esistito un monopolio dell’informazione, in grado di manipolare le notizie al fine di incutere soggezione, persuasione e orientamenti politici.
Non è mai esistita una figura dogmatica, disinteressata dei suoi fedeli e in combutta con il potente del luogo.
Per ultimo, non sono mai esistite le affiliazioni e le congregazioni segrete, motivate da “il fine giustifica i mezzi” ove il fine legittima l’assoldo di bambini prescelti e il loro preventivo indottrinamento attraverso un’abominevole coercizione fondata sulla violenza psico-fisica.
E le donne? Che ruolo hanno le donne in questa vicenda?
Donne soffocate dalla disperazione, donne private della propria identità poiché il potere riconosce un solo denominatore comune: L’uomo,
donne tradite e fedeli all’ipocrisia consegnata.
Tra queste ininfluenti donne, considerate quasi un disturbo da sopportare, lentamente emerge lei, menomata nell’orgoglio e dalle pulsioni vitali represse, la quale, fantasma dopo fantasma, scoprirà un piacere inconscio difficile da accettare.

Ai giorni nostri, nulla di tutto questo esiste ed è mai esistito , eppure Giovanni Sicuranza ha saputo lo stesso intrecciare il parossismo e trasformarlo in una vicenda inquietante, dai risvolti minacciosi e angoscianti.
Gli anni 40 – 60 e odierni si fondono assieme scandendo in un ritmo serrato, a tratti sincopato, menzogne, rifiuti, abnegazioni, fanatismi e follia sociale, il tutto condito dalla più becera delle falsità: la Giusta Causa.

Siamo la maschera sociale che ci è stata consegnata alla nascita, ma questa maschera è anche il frutto del nostro passato?

Nel momento in cui termina la vicenda e si ripone in un angolo queste pagine piene di aberrazione, di primo acchito si proverà un’autentica sensazione di smarrimento e di confusione, e il dubbio, il dubbio di essere ciò che realmente non siamo , peserà e affannerà fino a quando non subentreranno quei benedetti meccanismi di autodifesa, i quali confermeranno la nostra l’esistenza.

Nota personale: In questo libro non vi sono eroi nei quali immedesimarsi o parteggiare.
In esso vi sono soltanto sconfitti; la sconfitta acquista un sapore diverso per ogni protagonista, e la sconfitta può trasformarsi in conoscenza.
Chiaramente non rivelerò in questa sede il tipo o i vari tipi di conoscenza affiorate, ma vorrei soffermare la mia attenzione su un aspetto di solito ritenuto scontato in ogni libro, ovvero l’implicito messaggio morale.
Ho apprezzato questo libro oltre il dovuto, non solo per la storia in sé ma anche e soprattutto per l’assenza e la rimozione quasi forzata della comune morale.
Sarà la personale morale del lettore a stabilire la valenza di questo libro, conscio che non vi è in esso alcun condizionamento indotto.
E la mia morale (ammesso e non concesso che ne possegga una) mi ha portato a considerare uno dei protagonisti, inizialmente rinunciatario di cure allo scopo di espiare una colpa non sua, un patetico fallito, convinto che il senso di colpa sia un supplizio da trascinare con ostinazione sulla coscienza.
La mia presunta morale, mi ha obbligato a desiderare intensamente di strappare i tre bambini presenti nel libro dalle grinfie del meccanismo amorale perpetrato, pur sapendo che non esistono bambini guerrieri, che non esiste questo tipo di macchina mortale né esistono le mutilazioni corporee e dell’individualità.

Cinzia Toninato

sabato 13 ottobre 2007

sempre più colorato

http://www.poetika.it/topic.asp?id=2012

in attesa della presentazione con il mitico Baldini (vd. sotto).

sabato 22 settembre 2007

nessun respiro

Nessun respiroGiovanni Sicuranza -
Non capisce.
Trattiene il respiro, si rannicchia su se stessa, ma è solo un gesto di difesa. Vuoto.
Disperato.
Il movimento è iniziato leggero, tanto che all’inizio ha provato piacere.
Poi, però, all’improvviso, tutto è cambiato. In peggio.
Una morsa si è modellata intorno ad ogni parte di lei.
Calda. Vischiosa.
E quando ha cercato di liberarsi, ingoiata dalla paura, ha sentito le prime scosse.
Una dopo l’altra, in quel canale scivoloso, dietro, sopra. E intense, sempre più tenaci man mano che si sente spingere verso il baratro.
Trattiene il respiro, chiude gli occhi, stringe forte ogni cosa di se stessa che è in grado di stringere, perché vede che non ha scampo.
Non può tornare indietro, non può uscire dal cunicolo.
Può solo precipitare.
E poi, man mano che si avvicina alla fine, sente dei suoni. Ovattati, come le era già successo di ascoltare.
Solo che quelli di prima credeva di conoscerli e le sembravano rassicuranti.
Questi, invece, sono rumori estranei. Confusi, striduli.
E tanti. E troppi.
No, non sa cos’altro fare.
E allora trattiene il respiro. In attesa che tutto sia finito.
***
La donna chiude gli occhi, esausta. Ma anche se ha spezzato la voce nelle urla di dolore, trova ancora la forza di contare.
Uno
le parole incoraggianti del suo compagno, che le arrivano lontane, fiacche;
due
i medici e le infermiere che bisbigliano, forse anche loro stanchi;
tre
E finalmente esplode.
Il pianto della figlia appena nata.
L’energia del suo primo respiro nel nuovo mondo.

dedicato a M.

venerdì 14 settembre 2007

Eraldo Baldini presenta Giovanni Sicuranza alias homo interrogans

Il 24 ottobre, alle ore 19, Eraldo Baldini affiancherà il qui presente durante la presentazione di "maschere".

Per curiosità varie, rimando al link:

http://www.zocaffe.it/artisti/Trameinnero.htm

Qui occorre cliccare due volte sulla data 24/10.

Ringrazio il grande Baldini di essermi al fianco. Un vero onore!

domenica 9 settembre 2007

scorci di notizie (questa da Rovereto, Museo Civico)

da http://www.museocivico.rovereto.tn.it/events_detail.jsp?IDAREA=5&ID_EVENT=183&GTEMPLATE=default.jsp

Grazie al successo della scorsa estate, si rinnova nel 2007 l'appuntamento con Criminalcivico, il concorso letterario indetto dal Museo Civico di Rovereto, attraverso la rivista telematica Orient Express, per racconti gialli e noir inediti, che l'anno scorso vide vincitore Lorenzo Trenti e partecipanti d'eccezione come Angelo Marenzana, Luisa Pachera, Biagio Proietti, Michele Ruele.

Anche quest'anno il Museo si trasforma nella scena del crimine, per una serie di rappresentazioni teatrali ad opera della Compagnia dell'Attimo diretta da Leonardo Franchini. Tema del 2007: "LE ERBE".

Dei cinquanta racconti giunti da tutta Italia da penne di calibro di Proietti, Sicuranza, Marchesi, Smocovich, ne sono stati selezionati otto da rappresentare da parte della Compagnia dell'Attimo, in otto serate teatrali estive. Quattro saranno tenute nelle sale del Museo di Rovereto, quattro nell'orto botanico di Palazzo Eccheli-Baisi di Brentonico, gestito dal Museo di Rovereto.Una trentina invece i racconti che sono stati raccolti in una pubblicazione antologica, in vendita nel bookshop e nell'e-shop del Museo.

venerdì 31 agosto 2007

il museo delle cere

Titolo III - Articolo 38
Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all'assistenza sociale.
I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.
Gli inabili ed i minorati hanno diritto all'educazione e all'avviamento professionale.
Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.
L'assistenza privata è libera.

il museo delle cere
racconto di Giovanni Sicuranza


Le persone si muovono in correnti imprevedibili e cieche.
Ilona ha occhi spalancati e mani ben salde per evitare le loro ondate. Anche se sa che non basta.
- Ops, mi scusi – un’ombra veloce, un uomo forse, la urta con una gamba. E l’attimo dopo è già figura confusa tra le altre.
Lei barcolla, stringe le labbra e tenta di proseguire. Anche se sa che non basta.
Ed ecco i ragazzini. Prima o poi doveva incontrarli, uno a fianco all’altro, così saldi, così invalicabili. Arrivano su di lei, veloci, in un’ondata travolgente.
Ilona si blocca, trattiene il respiro e chiude gli occhi. Anche se sa che non basta.
- Ehi.
- Cazzo ci fa …
- E spostati, no?
Voci affilate come lame che le sfiorano la testa e proseguono oltre, trasformandosi in risate.
Le mani di Ilona si serrano sui braccioli, gli occhi si aprono su un velo di lacrime.
Dovresti esserci abituata, scema, si rimprovera.
Ma la frustrazione è tanta, adesso, tutta in gola, in un bolo pesante.
Lei vorrebbe vomitarla addosso a questa gente, alla folla che le passa intorno, sopra, attraverso, senza vederla.
Invece ingoia, silenziosa, come sempre, e intanto si volta verso il lato opposto del marciapiede.
L’insegna di un bar ammicca di luci blu e gialle.
L’occasione per bere qualcosa, qualsiasi cosa, giusto per mandar giù i residui del pianto, riflette Ilona, veloce. Guarda da un lato, dall’altro, e attraversa la strada.
Solo quando è arrivata al bordo del marciapiede capisce che quel bar ormai a pochi passi, è, per lei, dall’altra parte del mondo.
Motociclette parcheggiate ovunque, una barriera che la respinge, impedendole di salire sullo scivolo.
Ilona rimane immobile, attonita, ad osservare l’insegna blu e gialla del bar, quei colori accesi, invitanti, mentre lei e la sua carrozzina non hanno possibilità di muoversi.
Il suo sguardo si spegne sull’edificio a fianco del bar. Ed è allora che si accende di nuova curiosità.
Un manifesto trema intorno al palo davanti l’ingresso, spinto dalla fragile brezza che sale dal mare.
“Visitate il Museo delle Cere – Le mostruosità della natura ai vostri occhi per pochi euro”.
Poi scorge la fila. Turisti incuriositi, annoiati, che si accalcano per entrare. Uomini, donne e bambini, tanti bambini. Muovono passi, tutti su due gambe.
Anche tu sei una mostruosità della natura, mormora una voce nella testa di Ilona.
La donna sospira, riconoscendo il tono afflitto di suo padre.
Ti hanno massacrata di interventi. La tua schiena è una serie di clip metalliche. E non è servito ad evitarti questo.
Smettila, lo rimprovera Ilona, mentre aziona il motore della carrozzina e si spinge più in alto, lungo la strada, alla ricerca di una rampa. Non è stata colpa tua, papà.
Smarrita nel dialogo, quasi non si accorge di aver spinto la leva al massimo della potenza.
Due donne unite in un abbraccio si spezzano per non essere travolte. Ora i ruoli si sono invertiti. È lei ad essere cieca, travolgente.
Le succede quando è confusa. O arrabbiata.
Perché in fondo è vero, la colpa è di suo padre. Se non si fosse messo alla guida ubriaco, la loro auto non si sarebbe schiantata contro il camion, la sua schiena non si sarebbe spezzata fino a costringerla su una sedia a rotelle. E suo padre non sarebbe morto.
Quando torna al presente, Ilona si accorge di essere in fila, dietro tutti gli altri.
La donna davanti si è voltata, forse attratta dal ronzio della carrozzina, e subito dopo la imita il bambino che regge per mano. Ma mentre lei si volta subito, come a cancellarla dalla vista, forse anche dalla memoria, il piccolo la fissa con occhi grandi.
- Guarda che il museo è là dentro –mormora Ilona, le parole che escono tra i denti – Non sono io.
Il bambino ha un sussulto. Alza il viso verso quello assente della madre e si stringe alle sue gambe.
Ha le gambe, pensa Ilona, gli occhi che si perdono sui polpacci della donna.
E subito dopo la mente diventa vuoto.
- Sono cinque euro.
- Come? – Ilona sbatte le palpebre. La donna davanti e il bambino sono già entrati, lasciandola di fronte ad un uomo anziano, dal sorriso così ampio che le rughe introno agli occhi sembrano incisioni nella pelle.
- Signora, se vuole entrare sono cinque euro. Solo cinque euro per vedere statue di cera impressionanti – spiega lui, senza prendere fiato – Hanno capelli umani, pensi, e gli occhi sono fatti con le protesi usate per i ciechi. Insomma, avrà l’impressione che le statue la stiano osservando.
- Ah – sbuffa Ilona.
Il sorriso dell’uomo non ha nemmeno una crepa di esitazione. Ilona ne osserva il viso, così avaro di rughe nonostante i capelli bianchi, poi scende al petto, dove un cartellino di riconoscimento recita “Salvatore”.
- È proprio chi mi servirebbe – sospira la donna – La mia schiena attende giusto un salvatore.
- Cosa, signora? – l’uomo si sporge appena sulla carrozzina – Di cosa ha bisogno?
Lei ne sente l’alito, fresco, pulito. Piacevole. Ma la curiosità che si è accesa negli occhi di lui la stupisce e la inquieta allo stesso tempo. Le sembra troppo intensa.
Allora, veloce, apre il marsupio ed estrae le banconote.
- Grazie – Salvatore ha persino un accenno di inchino, e continua a fissare lei, non i soldi, mentre li ripone in una cassetta al proprio fianco.
Ilona nota che è già piena.
- Prego – la mano dell’uomo si solleva per spingere la maniglia del portone in metallo, gli occhi che continuano a bruciarle addosso.
E l’attimo dopo, confusa tra una marea di gambe, Ilona si trova nella sala del Museo delle Cere.
***
È piccola.
Una penombra stretta, senza finestre, in cui lame di luce escono dai faretti neri, appesi al soffitto come pipistrelli in attesa.
La prima sensazione per chi entra è di delusione.
Questa non è la sala di un museo, ma un magazzino riciclato, osserva Ilona.
È come se qualcuno avesse trasformato l’ambiente in fretta, in modo essenziale, per inaugurare il locale giusto all’apertura della stagione turistica.
Subito dopo, alla delusione si aggiunge la curiosità per un oggetto enorme, rettangolare, a fianco dell’ingresso. Ilona lo riconosce immediatamente, ancora prima di sentirne il ronzio. É un congelatore, tipo quelli che trasportava il padre sui camion, quando ancora lavorava e guidava lontano dall’alcol. Sullo sportello di questo, però, c’è un cartello che ammonisce: “Per conservare la cera. Non toccare”.
Un particolare quantomeno stano. Perché è stato sistemato proprio qui, ad occupare spazio in una sala già angusta?
Ilona fende a fatica la folla dei visitatori, con secchi colpi sulla leva del motore, prima di trovarsi di fronte alla prima statua.
È una figura su piedistallo, alta qualche decina di centimetri. I lineamenti del viso sono delicati, femminili, come del resto femminile è l’abito che sussurra di secoli passati. Ma a stupire non è la statura, non è la bellezza di questa donna di cera. Sono i peli. Peli ovunque, folti, neri. Peli che ricoprono le mani, che salgono sul volto fino ad unirsi ai capelli, in una barba lunga e crespa.
“Ursula Dylan, nata in Islanda, nel diciottesimo secolo. Di aspetto semplice, a quarant’anni era alta sessantun centimetri, pesava cinquanta chili, peli compresi, che iniziarono a crescerle quando aveva sette anni e le ricoprirono tutto il corpo”.
Ipertricosi in nanismo, sintetizza Ilona con distacco, mentre lo sguardo sale dalla scritta sul piedistallo al volto. E qui si blocca, stupito.
Quegli occhi, quegli occhi.
I pensieri di Ilona rotolano senza trovare sbocco in altre parole. Non si accorge nemmeno di avere azionato la leva della carrozzina per la marcia indietro.
- Ma che diamine! – ringhia qualcuno alle sue spalle – Stia attenta, no?
- Mi scusi mi scusi – recita lei, gli occhi negli occhi della donna di cera.
Occhi grandi, attenti. Occhi lucidi. Occhi vivi.
Ilona scuote la testa per non perdersi dentro di loro, poi volta la carrozzina verso le altre statue. Ma per un po’ continua a sentirsi lo sguardo della nana pelosa sulla nuca.
Tra soste in attesa che colonne di gambe si spostino per lasciarle visuali libere, tra manovre al limite negli spazi angusti, riesce a percorrere il perimetro della stanza. Del resto, le statue sono poche e non sempre lei ha il tempo di leggere chi rappresentano, spinta dalle ondate dei bipedi.
Dopo Ursula Dylan, vede una figura maschile seduta su una poltrona. È l’uomo rinoceronte. Un’escrescenza ossea tra le narici si innalza fin quasi all’altezza della fronte, la pelle tesa fino a dare l’impressione di lacerarsi da un momento all’altro. Ilona riesce a leggere che quest’uomo non ha mai voluto operarsi proprio perché il suo naso era fonte di guadagno. Le altre notizie sono celate dalla folla e dalle ombre del locale.
In effetti, le inclinazioni dei faretti sembrano studiate per sfiorare appena le statue. Forse per non sciogliere la cera. Però anche in questo caso gli occhi sono ben illuminati. E la fissano, intensi. Velati.
Un altro effetto dei fari, si dice la donna, e passa oltre, ignorando il brivido che le salta sulla schiena.
I prossimi incontri sono con un uomo a tre gambe, quella centrale stesa in fuori, le altre due accavallate sulla sedia. Omaggio al siciliano Francesco Lentini, morto nel 1966. Poi è la volta di un’altra donna. Mento, bocca e naso sono fusi, allungati, simili al muso di un maiale. E ancora un altro uomo, chino, con una coda lunga e rosa che si apre tra i pantaloni. Si tratta di un indiano, della tribù dei Guayacuyani, scoperto in Paraguay nel diciannovesimo secolo. Il cartello appeso alla coda, informa che la sua appendice era in pelle nuda, misurava dieci centimetri. E si muoveva.
Ilona scuote la testa e avanza. La donna di fronte a lei indossa vesti ancora più antiche, forse risalenti al Rinascimento. È bella, davvero. Non fosse per le braccia sollevate, che mostrano le mani fuse, completamente fuse, senza traccia di dita, senza più traccia di umanità.
Sono pinne, osserva Ilona, Chissà come faceva a …
Pensieri che si smorzano negli occhi della donna pesce. Anche il suo sguardo sembra così vivo, oltre la cera, oltre la finzione.
Ilona socchiude le palpebre, nel tentativo di scrutarli meglio tra le penombre, ammirata dal realismo di queste protesi per ciechi.
L’attimo dopo realizza che al suo fianco i visitatori sono eccitati. Mormorii di stupore, versi di disgusto. E risate. Spezzate. Nervose.
Allora distoglie occhi e carrozzina dalla donna pesce e si unisce al gruppo.
L’uomo si erge, alto, elegante. Il corpo sembra ben formato, anzi, atletico. Anche i lineamenti del viso sono regolari. L’unico aspetto che lascia perplessi è quella protuberanza sulla sommità del capo, coperta dalla folta capigliatura bionda.
Un bernoccolo non sarebbe cos’ grande, riflette Ilona, e comunque non rientrerebbe tra le mostruosità, mi sembra.
Quindi si sposta verso le spalle della statua, rapida, per non ascoltare la voce che sta iniziando a canzonarla.
Tu sì che sei una mostruosità. Un mezzo busto su carrozzina a motore che vaga in un mondo di bipedi.
Ma la voce si spegne, non appena Ilona scorge la natura della protuberanza. Dalla testa dell’uomo parte un’altra testa, più piccola. Ha i lineamenti di un bambino ed è rivolta sulle spalle.
La sua bocca cade in una “o” stupita.
“Quest’uomo è vissuto nel diciassettesimo secolo, nel Bengala. Il corpo si era formato naturalmente, ma un’altra testa era cresciuta sulla sommità della prima ed era rimasta bambina, mentre l’uomo invecchiava. Le due teste erano in grado di parlare e di vedere separatamente”.
Lo sguardo di Ilona si arrampica a fatica dal testo sul piedistallo al volto bambino. Ancora quello sguardo, così lucido, pieno di vita. Così …
È un attimo, le pupille della statua si spostano su di lei, scendono sulla carrozzina, poi la piccola testa compie un gesto naturale, pieno di complicità. Fa l’occhiolino a Ilona.
Che rimane paralizzata, senza respiro.
- Mamma, ma questa statua sulla carrozzina chi rappresenta? – sente chiedere ad un certo punto da una bambina.
Solo allora Ilona torna alla realtà. E porta con sé un’intuizione pesante.
Così, mentre decine di gambe le passano intorno, capisce cosa deve fare.
***
Due ore dopo, la folla si è ridotta a pochi passi che si avviano verso il portone, tenuto aperto dal vecchio Salvatore.
I commenti sono di delusione per le dimensioni della sala e per il numero delle statue, di ammirazione per il realismo di volti. Salvatore ha per tutti il solito enorme sorriso e un accenno di inchino. Poi, quando gli ultimi visitatori diventano macchia sul marciapiede, confusa tra i colori dei turisti estivi, il vecchio si affaccia nella stanza.
Un’occhiata, lo sguardo che corre lungo il perimetro, poi l’uomo si ritrae tirandosi dietro il portone.
I faretti rimangono accesi.
Il primo a sgranchirsi è l’uomo con la coda. Appoggia le mani alla schiena e si raddrizza, con un gemito, mentre la coda si abbassa. Poi si muove l’uomo rinoceronte, le dita che scivolano lungo il corno.
- Che prurito – si lamenta.
- Che caldo, piuttosto – lo interrompe la donna pesce, abbracciando il congelatore – Dovreste sapere che queste temperature mi danneggiano i nervi.
- Beh? Quella cassa fabbrica ghiaccio è lì per te, altro che per la cera! – sbuffa l’uomo rinoceronte – Però se te la stringi addosso è peggio, no? Lo sai che devi riprenderti al più presto, altrimenti perché ti avremmo sistemato il congelatore vicino? Tra l’altro, se almeno ogni tanto ci entrassi subito, ci risparmieresti la solita lagna.
“Stronzo”, mimano le labbra della donna pesce.
- Ehi, qualcuno mi aiuta a scendere dal piedistallo? – squittisce la donna nano.
L’uomo a tre gambe si alza dalla sedia, piano.
- Arrivo, mia cara, arrivo.
La piccola donna incrocia le braccia.
- Certo. Ad aspettare te i peli mi arriveranno sul pavimento.
L’uomo a tre gambe barcolla, come colpito da quelle parole gonfie di ironia, e subito si appoggia ad una parete.
- Sei un gomitolo fetente di peli, lo sai? Per me non è facile trovare l’equilibrio.
- Silenzio!
L’uomo si blocca, una gamba salda al suolo, l’altra appena appoggiata con il tallone, la terza ferma a mezz’aria.
La donna maiale smette di lisciarsi il muso.
- Silenzio! – ripete la voce, grossa, imperiosa dell’uomo a due teste.
E per un istante tutti sembrano tornare statue di cera.
- Mio fratello ha visto la donna – spiega la testa principale – Si è nascosta nell’angolo buio.
- È vero, è vero – pigola l’altra testa – Non è uscita con gli altri. Ci ha scoperto.
Silenzio. Lo sguardo di tutti che diventa unico e scruta in un corridoio stretto, al lato opposto dall’ingresso, ignorato dai faretti.
- Vieni fuori, donna – parla la testa principale dell’uomo biondo.
- Sì, vieni fuori spiona – aggiunge l’altra, con tono da bambino – E tu spostati, no? Devi sempre avere la visuale migliore solo perché sei più grosso?
- Taci! – gli intima la testa adulta.
L’uomo rinoceronte muove un passo verso il buio, poi un altro.
- Tranquilla, donna – dice, cauto – Ti prometto che non ti faremo nulla.
Un ronzio, debole, e dall’ombra compare il profilo di una carrozzina. La donna seduta sopra ha occhi grandi, pieni di domande.
- Non siete statue – mormora, senza muoversi oltre.
- E brava, brava! – applaude la donna nano, saltellando sul piedistallo.
L’uomo a tre gambe le dedica un cenno rapido della mano, come a tagliare l’aria all’altezza della gola.
La piccola donna affloscia corpo e peli sul piedistallo, con uno sbuffo deluso.
- Chi siete? Perché fate questo? – chiede Ilona, le palpebre che si aprono e chiudono su quella scena, nel tentativo di convincersi che sta sognando.
- Perché non ti rilassi? In fondo anche tu sei come noi. – l’uomo rinoceronte le tende una mano – Una menomata.
Ilona inizia a scuotere la testa, ma qualcosa nello sguardo di questo essere deforme le fa cambiare idea.
Lui la sta guardando, la sta vedendo. Davvero.
Ed è la prima volta da quando si è trovata prigioniera in una carrozzina, tra le barriere infinite di un mondo che ignora le persone come lei.
Allora aziona la leva ed esce completamente dalla penombra, gli occhi di tutti su di lei. Così attenti.
- Mi chiamo Antonio Larice. – si presenta l’uomo con l’escrescenza al naso – E in realtà sono solo un sosia della persona che è descritta nel piedistallo – le braccia si allargano ad abbracciare tutta la stanza – Lo stesso vale per gli altri.
- Piacere, signora – si aggiunge l’uomo sosia dell’indiano Guayacuyano, sollevando una mano e la coda – Pietro Marcetti, diploma da operaio specializzato.
- Marcella Iori – borbotta la donna dal muso di maiale, con forte timbro nasale – Diplomata in ragioneria.
- Oh – si affretta ad aggiungere Larice, dopo una tirata di naso, lunga – Io ho fatto il liceo linguistico. Insomma, con un naso così, pensavo che almeno in Africa un lavoro me l’avrebbero dato.
Le risate salgono spontanee a riempire la stanza. Solo Ilona non ride. Guarda tutti, uno ad uno, le loro facce deformi e rilassate e sente sempre più urgente il desiderio di capire.
- Ma perché? – ripete.
L’uomo con due teste muove un passo verso la donna. Gli occhi dell’adulto la scrutano, invadenti, dall’alto in basso e poi, ancora, verso l’alto.
- Ehi, fammi vedere! – piagnucola la testa bambino.
La parte adulta la ignora.
- Signora, lei è costretta su una carrozzina – inizia, con parole che hanno un suono profondo, delicato – Ci dica, come vive nel mondo fuori?
Ilona ha un sussulto, apre la bocca, poi la richiude e stringe le labbra.
- Scommetto che ogni passo che per gli altri è naturale, ogni cammino, per lei è una conquista – continua l’uomo – Scommetto che ci sono leggi ed articoli della Costituzione pronti a tutelarla, ma tutti i giorni deve lottare per trovare un autobus che le permetta di salire, o uno spazio libero dalle auto per percorrere un marciapiede.
- E allora? – sibila lei, sulla difensiva.
L’uomo rinoceronte si avvicina di un passo.
- Noi ci siamo creati un mondo dove non siamo un peso. Certo, non siamo il museo di Madame Tussauds, ma per diventare statue di cera ci siamo sottoposti ad un duro allenamento.
La donna nano ricomincia a saltellare sul piedistallo.
- Oh, sì, sì, grande signora. Le statue viventi sono in grado di restare ferme nella stessa posizione per ore, compiendo solo minimi movimenti degli occhi.
- Ecco perché la luce dei fari vi illumina appena – mormora Ilona – Per non irritarvi gli occhi.
- Beh, e poi dove lo mette il caldo? – brontola la donna pesce – Io morirei – e, come a rimarcare il rischio che corre, abbraccia ancora il congelatore.
- Devi entrarci dentro – la esorta ancora l’uomo rinoceronte. Lei fa spallucce, appoggia anche una guancia sullo sportello e l’attimo dopo sul suo viso c’è beatitudine.
Ilona scuote la testa.
- Però continuo a non capire…
L’uomo rinoceronte sorride e lo fa in un modo strano, con le labbra che si piegano al centro, ad angolo acuto, forse stirate dalla protuberanza nasale.
- Allora, signora, sarò chiaro. Siamo tutti invalidi, menomati, la legge dovrebbe tutelarci a partire dalla Costituzione. – una pausa – Conosce l’articolo trentotto?
- Anche troppo bene – ammette Ilona, a denti stretti.
- Ottimo – si compiace lui – Mi scusi, ma è proprio qui che voglio arrivare. La Costituzione ci tutela, ma la società ci allontana. Le stesse tabelle che assegnano percentuali di invalidità ci sono contro.
La donna lo guarda perplessa.
- Mi spiego meglio – sospira Larice – Come ben saprà, visto che anche lei avrà affrontato l’iter, c’è una Commissione di medici incaricata dagli Enti statali, INAIL, USL, eccetera, di visitarci e di stabilire un grado di invalidità. Ci sono leggi che stabiliscono a che percentuale corrisponde una certa menomazione.
- E a determinati gradi di invalidità corrispondono benefici economici e di tutela – cita a memoria l’uomo a tre gambe, continuando ad oscillare sulla parete, come se l’onda sonora di ogni parola rappresentasse un rischio per il suo precario equilibrio – Ad esempio, il diritto ad entrare nelle categorie per il collocamento obbligatorio sul lavoro.
- Lo so – ammette Ilona, dura, mentre la rabbia la riempie al pensiero che per ottenere questo diritto è in causa contro la Commissione medica. Una causa che giace sepolta da circa dieci anni presso il Tribunale del Lavoro e che nessuno sembra interessato ad esumare.
- Allora saprà anche che le tabelle per stabilire l’invalidità si basano soprattutto sulla disfunzione di un organo e non sulla sua deformità. Prenda ad esempio il mio caso – Larice fa scivolare le dita lungo il profilo della protuberanza – Ho un po’ di sinusite, nient’altro. Dunque la funzione del mio naso, per quanto deforme, è perfetta e non ho diritto a punteggi.
- E tutti noi, allora? – aggiunge la donna pesce, con gli arti ben saldi sul refrigeratore – Non c’è solo l’aspetto della valutazione. È che nemmeno la società è preparata ad accoglierci. Forse turbiamo la sua corsa all’apparenza. Guardi me, per esempio. Ho diritto a un buon punteggio, visto che mi mancano le mani. Ma crede che là fuori ci sia un posto per me? Crede che qualcuno abbia voglia di assumermi? Si figuri, neanche esistono strumenti per permettermi di vivere la mia quotidianità in modo dignitoso! E le parlo di cose banali, tipo le posate.
La donna pesce vi volta verso l’uomo rinoceronte.
- Anche aprire la maniglia di un congelatore non è certo facile – aggiunge, risentita.
- Lo sa cosa saremmo stati una volta? – incalza Marcetti, la coda che sibila nell’aria, nervosa – Fenomeni da baraccone.
- Invece il dottor Speranza ci ha dato una possibilità – svela la piccola testa, con la voce di bambino, girata verso la parete.
Silenzio. Sguardi che si abbassano, altri che si posano sulla testa grande. L’uomo biondo solleva le spalle, in segno di impotenza.
- Chi è questo medico? – Ilona si rivolge direttamente all’uomo rinoceronte, ne cattura lo sguardo sfuggente e insiste – Chi è Speranza?
Larice si lascia andare sulla poltrona.
- È un medico della Commissione. Valuta gli invalidi da tanto tempo … - la mano torna a perlustrare il corno.
- E allora?
Larice scatta in piedi. Ilona si ritrae sullo schienale della sedia a rotelle.
- Allora è lui che ha messo su tutto questo! Per questa società eravamo diventati dei mostri da nascondere, non da aiutare. Così Speranza è venuto a cercarci. Anche se per qualcuno di noi era già troppo tardi – l’uomo rinoceronte si nasconde il volto tra le mani. La protuberanza che sporge dal naso, rosea, sembra un dito in più, gonfio.
L’uomo a tre gambe si accovaccia al suolo.
- Speranza ha detto che potevamo aggirare la beffa dell’articolo trentotto della Costituzione. – continua - Fingendoci statue di cera avremmo riavuto la nostra dignità e lui ci sarebbe stato vicino, sera dopo sera, a vegliare all’ingresso. Avrebbe agito secondo l’articolo, dove recita che “l'assistenza privata è libera”.
- Quindi l’uomo dei biglietti, quel Salvatore, è il dottor Speranza? – domanda Ilona, incredula.
Larice annuisce.
- Il dottor Salvatore Speranza. Il nostro salvatore.
Ilona spinge la carrozzina verso l’uomo rinoceronte, quasi gli sbatte contro. Lui sembra non accorgersene nemmeno.
- Certo – ironizza lei – Un bell’aiuto. E scommetto che intanto i profitti di questo museo vanno nelle sue tasche. Magari in questo paese lo conoscono semplicemente come il simpatico vecchietto Salvatore.
- Beh – inizia l’uomo con la coda – Nessuno fa mai nulla per nulla.
- Mai nulla per nulla? – grida Ilona – Ma siete scemi o cosa? Io devo lottare contro l’indifferenza e l’ignoranza della gente, è vero, ma almeno ho ancora la mia identità. Questo vostro dottore vi ha privato della dignità. Vi tiene qui, segregati.
- Ci protegge dalle persone – la interrompe la donna nano – Ci da un mondo dove sopravvivere.
- Quale mondo? Quello buio di una stanza? – Ilona sorride, amara – Siete matti. Dice di aggirare le pecche dell’articolo trentotto, ma in realtà viola tutta la Costituzione.
Gli occhi dell’uomo rinoceronte sbucano tra le dita. Sono piccoli, turbati.
- Non c’è solo la stanza. Quel corridoio al buio, quello dove ti eri nascosta, porta ad un salone pieno di svaghi. Libri, videogiochi, DVD. Abbiamo anche una cucina e Salvatore ci rifornisce di cibo ogni notte.
- E poi c’è questo congelatore! – trilla la donna pesce – Non vedi quanto è grande? Possiamo conservare anche il cibo, volendo. Ci può stare una persona intera!
- Ecco, appunto – sbuffa l’uomo rinoceronte, ma ora il suo tono è stanco e i suoi occhi sono sempre su Ilona.
Vede la donna scuotere la testa.
- Cosa vuoi fare? – le chiede - Noi ci siamo fidati di te.
- Proprio per questo denuncerò quell’uomo. Lui vi umilia! – guarda l’uomo con il naso deforme, quello con tre gambe, la donna pelosa sul piedistallo e intanto ansima – Adesso, sì, vi ha reso dei parassiti!
La mano della donna si muove sulla leva del motore, con la carrozzina puntata verso il portone. Ma le ruote posteriori sibilano nel vuoto e lei si trova proiettata in avanti, tanto che deve trattenersi sui braccioli per non cadere.
- Ma cosa… - comincia, incredula. Quando si volta vede che l’uomo con due teste ha sollevato la sedia a rotelle.
- Spiacente, non si può – la informa la testa adulta, seria.
- Non si può – ripete la testa piccola, ridendo – Non si può, signora in carrozzina.
Ilona scorge le ombre degli esseri deformi stringersi intorno a lei.
- Cosa volete? – sibila, in realtà con il cuore che le è salito in gola.
- Sai cosa crediamo, donna in carrozzina? – cantilena la donna maiale, con quel timbro così ottuso – Che tu in realtà sia invidiosa, inacidita da un mondo che ti ha esclusa. E che per questo voglia rifarti su di noi.
- Non è vero! – grida Ilona, forte, così forte da zittire la voce interiore che comincia a chiedersi se la donna deforme non abbia ragione – Io voglio salvarvi!
- Sai cosa crediamo, donna in carrozzina? – continua l’altra, come se Ilona non avesse nemmeno parlato – Che tra poco capirai la nostra realtà.
Ilona vede un’altra lama comparire tra quelle di luce dei faretti.
E urla. Perché è una lama di metallo.
***
Nei giorni successivi le strade sono ancora piene di turisti. Gente che affolla la località di mare, che si muove indifferente tra moto e auto parcheggiate sui marciapiedi, che salta agile sugli alti scalini degli autobus.
Qualcuno, incuriosito o annoiato, decide di visitare il piccolo Museo delle Cere, accolto dal sorriso del vecchio Salvatore. E rimane deluso nello scoprire quanto sia esiguo il numero delle statue presenti. Anche se, bisogna ammetterlo, il loro realismo è impressionante, tanto che, a volte, sembra che le protesi degli occhi siano vive.
L’unica statua diversa è quella seduta su una carrozzina, accanto al congelatore, leggermente inclinata di lato. È diversa perché i suoi occhi sono chiusi.
E poi, a differenza delle altre, è più da museo dell’orrore. Macabra.
Quando le scivolano accanto, gli adulti tentano di bendare gli sguardi dei bambini con i propri corpi. E proprio per questo, i piccoli sono lesti a liberarsi, incuriositi.
Qualcuno prova persino a sfiorarne i lineamenti. E subito si ritrae, agitando la mano in aria.
- È gelida – commenta disgustato, mentre lo sguardo passa da lei al congelatore – Sembra quasi che l’hanno appena tolta da là dentro!
Solo dopo gli occhi sorvolano la scritta sul cartone serrato tra le mani della statua.
Raffigurazione di donna anonima, affetta da disturbi mentali.
Trovata suicida in casa, così come rappresentata. La gola e i polsi tagliati.
Poiché era vestita completamente di verde, e il sangue, rosso, colava sulla pelle ormai bianca, si pensò che si fosse uccisa per imitare i colori della bandiera. In particolare, per riprodurre il simbolo degli articoli della Costituzione, di cui era ossessionata, al punto da ripeterli senza soste, come riferito dai vicini. L’articolo 38 era quello preferito, probabilmente a causa del suo stato di invalidità. Per gentile concessione di un Museo itinerante del Grottesco, qui esposta solo per pochi giorni, affinché sia da monito per una giusta tutela di questo e di altri articoli della nostra Costituzione
”.

venerdì 10 agosto 2007

"Il delitto si tinge di verde". Antologia AAVV


Da http://www.zaffoni.it/diario02.htm

"Presso il Museo Civico di Rovereto è disponibile l'antologia del concorso Criminalcivico 2007 Il delitto si tinge di verde curata da Orient Express. 200 pagine con 24 racconti di Radic, Marenzana, Sicuranza, Catani, D'Afro, Galati, Valenza, Panzetti, Luceri, Marchesi, Milano, Agaraff, Buzi, Conte, Giovanetti, Piemonte, Togneri, Saffi, Smocovich, Campana, Cermusoni, Trenti, Vesnaver e Zaffoni. Per info sull'acquisto (prezzo di copertina 5 euro) scrivete a Orient Express."