domenica 10 giugno 2007

osservazioni su una risposta al manifesto laico

osservazioni in merito ad una risposta al manifesto laico
Giovanni Sicuranza

Vorrei precisare alcuni concetti espressi nel mio primo tentativo di un manifesto della laicità.
Intanto, ribadisco ancora una volta che una delle caratteristiche del manifesto stesso è la dinamicità, che si ottiene da confronti, critiche, revisioni tra menti dialoganti.
A questo proposito apprezzo molto l’intervento di SD (in sigla per rispetto delle generalità), ben mirato e con interessanti spunti, oltre che ricco di riferimenti culturali e di pensiero degni di questi nomi. Non sono diplomatico, conosco abbastanza l’autore da stimarlo davvero e da ritenere il dibattito già ricco per il suo intervento. Anzi, con il suo permesso, la sua risposta al manifesto potrebbe anche fare parte del manifesto stesso.

Ecco comunque le mie riflessioni, già in essere nei miei precedenti scritti.
SD asserisce nella sua risposta: “In primo luogo non condivido l'opinione che i progressi della scienza e del sapere abbiano come presupposto la capacità e la necessità di infrangere dogmi e tabù; la scienza non ha altro scopo che la scienza. Non è un gioco di parole. Le migliori scoperte sono quelle prodotte dalla "ricerca pura"”.

Vero, ma il presupposto (ciò che si deve intendere come premessa di qualcosa) è diverso dallo scopo (il fine a cui si tende), con il quale comunque concordo: fine della scienza è la scienza, o, a mio avviso, ancora meglio, la conoscenza.
Nel mio manifesto, a premessa, scrivo che “i progressi del sapere e della scienza, l’evoluzione del pensiero umano, sociale ed individuale, hanno come presupposto la capacità e la necessità di superare, fino ad infrangere, dogmi e tabù soprattutto di carattere socio-religioso”.
Con questo intendo riferirmi alla capacità individuale di pensare con la propria mente alla ricerca di nuove verità (fallaci, temporanee, applicabili come spinta di nuove idee o già nel concreto del progresso dal sapere), che, come ben si sa, hanno spesso dovuto soffiare forte contro le solide mura di Verità dogmatiche. Si pensi solo agli esempi più famosi, e su cui non voglio dilungarmi, Giordano Bruno e Galileo Galilei. Si pensi al Leonardo detto da Vinci, eroe luciferino (aggettivo qui inteso, a scanso di equivoci, nella antica concezione pre-veterotestamentaria, ovvero di chi porta la luce).
Ma senza arrivare ai pur numerosi scontri tragici con la Chiesa, sempre in ogni scoperta, anche accidentale, l’uomo si trova a dialogare con mente libera, acuta, che non si ferma sugli ipse dixit, ma anzi va oltre, a rischio di incomprensioni e roghi, concreti o mediatici che siano, fino a precorre i tempi. Penso ad esempio ad Ignac Semmelweis; aveva intuito la causa della mortalità della febbre puerperale, di impressionante frequenza, nella mancata igiene dei suoi colleghi e, dunque, aperto le porte alla teoria dei germi prima dei germi. Fu linciato moralmente, senza riscontri, perché così non poteva essere.
Come il più grande cimitero del mondo, la storia è disseminata di menti che hanno dato una svolta in ogni campo della conoscenza al prezzo di dovere infrangere tabù. E quasi sempre, almeno nel mondo occidentale, il tabù era sancito e sigillato dalla Chiesa e dai suoi accoliti e simpatizzanti temporali.

E qui arrivo alla seconda osservazione di SD. Lo scetticismo in merito all’immortalità del pensiero.
Nulla da ridire sui suoi validi esempi, ma forse lui sta guardando in alto, mentre io mi riferisco anche al basso. Ho citato l’immortalità del pensiero, comunque poi più ampiamente ripresa non da me, ma da altra autrice (di cui condivido il pensiero espresso in merito e che colgo l’occasione di ringraziare per essere stata, almeno una volta, meno irruente del solito) nel secondo spunto, è vero. Ma un pensiero diventa immortale anche nel quotidiano, non solo per un’opera di grande respiro, ma per gesti “banali”, come il regalo di un vaso, che, agli occhi di chi lo ha ricevuto, può sopravvivere alla morte del soggetto, così come nella memoria di chi è stato testimone, anche orale, di quel gesto. Non è il vaso in se, magari privo di valore, a dare immortalità, ma il gesto con cui l’individuo lo ha donato.
Esempio rivolto a SD: pubblicando la tua risposta al mio manifesto (risposta che ho stampato), ti sei reso immortale ai miei occhi ogni volta che il foglio ci sarà, o a quelli di un mio ipotetico figlio quando saprà di questo confronto nel totem della narrazione e ritroverà il foglio (d’accordo, ora eseguirò anche i gesti scaramantico-religiosi di rito).
Non voglio entrare troppo nel filosofico, e penso che le sfumature per interpretare queste frasi siano davvero tante, ma ritengo davvero che, in un’ottica laica, e soprattutto atea, pensare a queste nostre quotidiane forme di immortalità (oltre alla più potente discendenza del DNA), potrebbe allontanare un po’ di angoscia di morte dall’uomo e, quindi, in parte, anche di bisogno di religione (ancora una volta condivido la tesi di calibra, anche se ritengo che i motivi per cui nascono le religioni vanno ricercati sì nella paura irrisolta della morte, ma non solo).

Per quanto riguarda una terza osservazione espressa nella “possibile risposta”, ribadisco innanzitutto che, come già ho avuto modo di precisare, a mio avviso in una società laica rimane comunque ancora spazio per il senso religioso (di qualunque religione, mono o politeista che sia) sia del singolo, sia della collettività (vd. “tolleranza laica” nel terzo spunto del manifesto).
Quello che credo non si dovrebbe tollerare (con buona pace di Voltaire o, chissà, forse con un suo accordo postumo) è che un’istituzione religiosa (di qualunque tipo, che non sempre tra l’altro coincide con la religione, almeno come espressa nei primi insegnamenti; vedi il cristianesimo, già “distorto” dai primi padri) cerchi di influenzare orientamenti sociali, politici e mediatici.
Pertanto, scopo del manifesto non è costituire un’assemblea di laici, ma, ipo o ipertroficamente, dare spunti di riflessione per suggerire un’ipotesi di società finalmente laica non solo nelle intenzioni.
Sulla necessità, a mio avviso attuale, di scrivere anche manifesti laici, mi limito a riportare quanto scritto in quarta di copertina dell’interessante ed acuto saggio di Giulio Giorello “Di nessuna chiesa – La libertà del laico”, Raffaello Cortina Editore: “Uno spettro si aggira per l’Europa; il relativismo, cioè il dogma che non c’è nessun dogma. Chierici e laici hanno stretto una santa alleanza in nome dei nostri valori e delle nostre radici. Forse non sanno che dietro quel fantasma ci sono il corpo dell’individuo, la libertà della ricerca, le garanzie dei diritti e la stessa genuità della fede. Tutto cancellato … Affatto, se il laico ha non solo la volontà di reagire, ma anche la forza di attaccare. Non questa o quella chiesa, ma la presunzione di infallibilità che può viziare qualsiasi istituzione o comunità, compresa quella degli anticlericali. Essere laico vuol dire non solo esercitare l’arte del sospetto ma anche agire per una solidarietà che non ha bisogno di un fondamento”.

ancora sul manifesto del pensiero laico - tolleranza e dintorni -

“I legittimi poteri di governo si estendono a quegli atti che recano offesa agli altri.
Ma non ci reca offesa che il nostro vicino sostenga che ci sono venti dei o che non ce ne sia nessuno”
Thomas Jefferson (1871)


tolleranza e dintorni.
ancora sul libero manifesto del pensiero laico.

Conosco i cosiddetti “fratelli” laici, le “sorelle” laiche.

A loro lascio quella vita religiosa senza considerarla migliore o peggiore della mia.
Diversa, questo sì.
E dunque affermo la mia identità diversa di laico anticlericale.
La Chiesa ha avuto ed ha collaboratori e pensatori laici, alcuni di tutto rispetto per il loro pensiero, altri di tutto rispetto per la posizione che avevano o hanno ottenuto.
Conosco questo laicismo.
Si è “laico” rispetto a qualcosa in più, in un rapporto nominale gerarchico. Proprio nel cristianesimo si sviluppa in realtà questo termine (che deriva dal greco laos, popolo): rispetto a “chierico”, laico è colui che “non è insignito di ordini ecclesiastici”. I “frati laici” sono coloro che si occupano dei servizi manuali, o comunque minori, poiché non investiti degli ordini ecclesiastici. “Essere ridotti allo stato laicale” significa non possedere più prerogative dello stato sacerdotale. Questa è una visione chiesocentrica del laico.

Per cui, davanti alla Chiesa, con i miei pensieri esposti e a tratti urlati al deserto dei dogmi, posso essere preso all’interno della comunità ecclesiastica in quanto pecorella smarrita e, dunque, da orientare sulla retta via.
Il che vuol dire, ancora una volta, colonizzazione mentale: ti salviamo figliolo, in nome del cristo (che, tanto per essere chiari, in greco vuol dire “unto”, ovvero messia, titolo già posseduto da altre divinità terrene morte e risorte, vd. ad esempio Tammuz, che da Babilonia giunge a Gerusalemme prima di un certo Gesù), ma tu ascolta il suo messaggio e pentiti e redimiti. Ti offriamo la Salvezza, ti offriamo la nostra Casa, ma tu devi conoscere il Credo.
L’uomo si muove su due binari. Quando è su quello del male, può tornare al bene, che, ovviamente, è il binario che porta a Dio (El), a cui comunque è creatura sottomessa. A cui deve rispetto (su una particolare concezione di questo significato, come la pubblicità, tornerò tra poco).
Ecco il libero arbitrio lasciatoci da El.

Per questo nasce il manifesto laico. Del laico libero che risponde: no, grazie.

Laico è chi – agnostico, ateo o credente – nega alla teologia e ai dogmi il diritto alla politica, all’istituzione e al vivere civile.
Laico è chi, pur con un senso religioso interiore, non tollera, e lo ribadisco, non tollera ingerenza alcuna delle istituzioni religiose sui diritti-doveri della Società e dello Stato. Chi non si sente investito dalla fede cristiana, o da altra fede religiosa, chi ne è privo, chi non vuole fare valere i suoi principi religiosi in ambiti istituzionali.
Laico è chi non crede che la Verità sia deposta, che ci siano Dogmi, ma cerca nel confronto (anche con altre culture e persino con le religioni, come ho già scritto, purché queste non prevarichino) e nella conoscenza le verità. Dinamiche, fallaci.
Cerca perché è libero. Cerca perché pensa oltre i dogmi.
Cerca perché è unico padrone di se stesso.
È debole, perché la sua mente non ha risposte per tutto e per ogni risposta si aprono nuove domande.
Ma proprio per questo è anche coraggioso e forte, perché oltre il cielo non vede un dio compassionevole (che poi, e questa è una mia personale considerazione che nulla ha a che fare con il manifesto, è molto più cinico e crudele, sociopatico, rispetto ad altre divinità del passato. Non a caso è viva la sua somiglianza con il dio del deserto egiziano, lo spietato Set, possibile genesi religiosa del popolo ebraico), ma cerca, attivamente ed autonomamente, nuove risposte e altre domande. E sfide. Non al dio, ma a se stesso.

Una società laica non vuole eliminare le Chiese (o altre istituzioni religiose), anzi, proprio nel rispetto dell’individuo e del suo principio di autoderminazione, le tollera.
Tollerare è disposizione a comprendere e a rispettare idee e comportamenti diversi dai propri.
Rispettare è sentimento o comportamento informato alla consapevolezza di diritti e meriti altrui, dell’importanza, del valore morale, culturale di qualcuno. Ma mentre quest’ultimo termine ha una connotazione anche di deferenza, che la società laica non riconosce all’istituzione religiosa, il primo ha forma più ampia e costruttiva di comprensione e indulgenza. Tollerare è termine latino, corradicale di tolere, che significa “sollevare”, originariamente “sopportare”, tuttavia non nella connotazione negativa che diamo attualmente (chissà perché? domanda ironica) a questo verbo.
Nessuna connotazione negativa, quindi, se non quella che nasce da una visione religiosa e/o politica monoteistica e centripeta, in cui la tolleranza, sprigionata da parole, si scontra nella realtà del confronto con altri monoteismi a forza centripeta, dando luogo, più che a stentati dialoghi, a conflitti (la negatività della tolleranza non si potenzia storicamente proprio dall’editto di tolleranza dei cristiani, che sarebbe stato proclamato da Costantino nel 313, e poi rivelatosi un falso, da cui i poteri della Chiesa trassero abile ed assoluta forza temporale e da cui iniziarono l’eliminazione organizzata delle menti e dei corpi non canonizzati?).

In una società laica, la tolleranza è alla base di qualunque patto e diventa mezzo efficace perché si perpetuino la libertà e la conoscenza. Non è paternalismo o condiscendenza, religiosa o tipica di laici conservatori. Non è atteggiamento a denti stretti verso chi non si considera pericoloso per i propri pregiudizi.
È proprio questa forma zoppicante di tolleranza che la società laica non tollera (il gioco di parole è voluto) e condanna apertamente. Quella forma di tolleranza, presente non solo nelle istituzioni religiose (e soprattutto nei monoteismi), ma anche in un pensiero conservatore ad impronta laica (che alle religioni si affianca per comune interesse), tende ad insinuarsi nelle menti degli individui, plasmandole, se può fin dalla nascita (quanti di noi sono cristiani solo perché sono nati in Italia?), indirizzandole verso un bene precostituito, assoluto e tendenzialmente statico.

La società laica, dunque, tollera con occhio vigile le istituzioni religiose.
Ciò significa che alla minima ingerenza nella sfera istituzionale, le isola senza tentennamenti.
Una forma di isolamento, ad esempio, potrebbe essere costituita da condanna pubblica e motivata a cui faranno seguito sanzioni economiche. E a tale proposito, ribadisco, mai dovrebbe agevolarle con benefici che non siano quelli di comuni organizzazioni lecite e civili.
Tuttavia, non le reprime. Non tenta di redimerle.
Questa differenza l’ha mai fatta la Chiesa nella sua passata, e in parte ancora in un certo senso attuale, temporalità?

Una società laica in cui il principio dell’uomo è l’autoderminazione e la libertà della conoscenza, che è negazione e rifiuto del dogma, quale altra Chiesa può volere?
Anzi, si figuri che, in base a quanto sopra esposto (e, lo ripeto sulla ripetizione, già ribadito nel manifesto), una società laica tollera sì la Chiesa (quale espressione di una delle forme religiose, alla pari con tutte le altre), ma nega lo Stato totalitario, anch’esso depositario di dogmi e tendente a svolgere la funzione di un dio, o di un suo diretto rappresentante, istituzionalizzato (per inciso, mi risulta che Hitler avesse un forte spirito e carisma religioso: vedi i riti e i simbolismi di cui è impregnato il nazionalsocialismo; vedi i rapporti con il Vaticano: la Chiesa cattolica tace sul boicottaggio dei commercianti ebrei, sulle leggi razziali di Norimberga del 1935, durante la notte dei Cristalli del 1938, fornisce il suo schedario di archivi genealogici ai nazisti che così conoscono chi è cristiano, da risparmiare, e chi è ebreo, e il resto è storia – quasi - ben nota).

Per quanto concerne la moralità di una società laica, che non ha bisogno di alcuna raccomandazione di divino splendore, ho già trattato nel manifesto. La devo ripetere? Magari è da approfondire, certo, da rivedere, non ne dubito, ma vorrei scrivere anche di “cose nuove”.

Invece chiedo: quale morale cristiana?
Quella sociopatica e crudele del veterotestamento non direi, anche perché non può essere definita ancora cristiana.
Quella del nuovo testamento, allora. Sì, in gran parte condivisibile, bello il messaggio che hanno attribuito a Gesù, e lo scrivo davvero con rispetto (termine comprensivo di deferenza, dovuta alla semplice grandezza del contenuto). Ma se si studiano un po’ i classici (Aristotele, Platone, Socrate, Omero, Seneca, ecc.), si scopre che tanto originale non è.
Quella dai Padri della Chiesa ad oggi? Sopraffazione di cultura, di menti e di corpi.
Così tanta e ripetuta che forse bisognerebbe creare un termine più ampio, e profondo, di genocidio.

Giovanni Sicuranza

Per il loro contribuito tendente all’immortalità e alla revisione, si ringraziano:
Mircea Eliade, “Trattato di Storia delle Religioni”, Bollati Boringhieri Editori S.p.a
Giulio Giorello, “Di nessuna chiesa – La libertà del laico”, Raffaello Cortina Editore
Michel Onfray, “Trattato di ateologia”, Fazi Editore
Carlo Galli, Claudio Magris, Umbro Veronesi et al. “Le ragioni dei laici”, Editori GLF Laterza
Lynn Picknett, “La storia segreta di Lucifero – angelo del male o fonte luminosa di vita?”, Newton & Compton Editori

una proposta di manifesto laico - la prima bozza -

libero manifesto del pensiero laico

Premesso che:
i progressi del sapere e della scienza, l’evoluzione del pensiero umano, sociale ed individuale, hanno come presupposto la capacità e la necessità di superare, fino ad infrangere, dogmi e tabù soprattutto di carattere socio-religioso, si tenta in questa sede di proporre una bozza di manifesto di libero pensiero per menti laiche.
Per “manifesto” è qui da intendersi una serie di brevi pensieri orientativi, che non hanno il carattere di verità dogmatiche, bensì quello di essere propositivi e riflessivi, nel contesto di un dinamismo di confronti; pertanto, una delle caratteristiche del presente manifesto sarà quella di potere essere arricchita e modificata, anche radicalmente, in merito ad un dibattito propositivo.
Per “menti laiche” è qui da intendersi non solo l’ateismo, ma, in un più ampio respiro, un senso di etica sociale ad impronta esclusivamente laica, ovvero sorda ai dettami, ai suggerimenti di carattere assoluto e dogmatico da parte di istituzioni religiose di qualunque tipo, fatto salvo l’intimo senso di religiosità proprio di ciascun individuo, che, non messo in discussione, non deve tuttavia prevaricare nel ragionamento propositivo laico.

Etica laica.
Vale come principio generale quello di autoderminazione.
Il singolo individuo, inserito o meno in un contesto sociale, è unico giudice e depositario della sua vita, ovvero unico interprete nella scelta sia delle sue libertà di espressione vitali, sia di quelle di morte.
Nessuno, e tanto meno la religione, se non lo stesso individuo, qualora in grado di intendere e di volere, può decidere del suo diritto alla vita e alla morte.
Non è un dio, di qualunque tipo, ma l’individuo stesso padrone della sua vita.
Ne consegue, ad esempio, che, per evitare prolungate sofferenze che minano la personale dignità del vivere, l’individuo può decidere in piena autonomia di anticipare i tempi della morte.
Il potere laico dell’individuo si estende in ogni campo e termina dove rischia, anche solo potenzialmente, di nuocere altri individui. Ne consegue che norme, discipline, controlli etici, sociali e statali dovranno garantire esclusivamente i limiti in cui la libertà individuale rischia di prevaricare quella altrui (tale principio trova la sua ispirazione nella “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” promulgata in Francia nel 1789).

L’individuo.
In un contesto laico l’individuo non è gradito o voluto da alcun dio.
È soggetto pensante, che tende ad una vita dignitosa, in un contesto sia personale sia sociale.
Ne consegue che l’individuo è colui che pensa.
Il pensiero è manifestazione di vita umana, viene espresso nel quotidiano, in ogni gesto e in ogni comunicazione, non solo verbale, e può diventare anche espressione di immortalità.
Ne consegue che in un contesto laico qualunque individuo ha diritto ad essere considerato vivente e soggetto di tutela quando in lui vi è una qualsiasi manifestazione di pensiero, anche se in fase di sviluppo, o con potenziali capacità evolutive, anche se in fase di regressione o già notevolmente, ma non completamente, regredita.
In una prospettiva organica, l’integrità, per quanto estremamente relativa, del sistema nervoso centrale, o la sua presenza già in fase di prima struttura funzionante, è condizione che rende l’individuo tale di questa definizione.
Di conseguenza in un’ottica laica, l’aborto, la sperimentazione embrionale, la fecondazione assistita nelle varie forme, l’eutanasia del consenziente o di chi per lui ha diritto, diventano pratiche lecite, purché sottoposte a norme, leggi e controlli etici e socio-statali.
In particolare, in riferimento all’eutanasia, e non solo, si ribadisce il concetto laico che il dolore non è colpa da espiare passivamente in attesa di un riscatto ultraterreno, ma una menomazione della psiche e del corpo che lede la dignità e l’autonomia dell’individuo. Per cui questo va combattuto ed attenuato fino alla scomparsa, anche fino alla decisione (consapevole, legittimata dall’interessato o da persone a lui vicine) di terminare la propria vita (a tale proposito si veda anche quanto scritto da Umberto Veronesi nei suoi saggi “Scienza e futuro dell’uomo” e “Il diritto di morire”).
L’individuo torna a se stesso e alla comunità in cui vive e non ad una volontà imperscrutabile divina.

Altruismo laico.
In un contesto laico si rifiutano dettami etici e comportamentali imposti dalle religioni. Questo non vuol dire che raccomandazioni di genesi religiosa non possano essere condivise dalla società laica, né che si escluda un dibattito concernente aspetti anche etici religiosi, purché da parte delle istituzioni religiosi non vi siano tentativi alcuni di prevaricare nella sfera sociale, unicamente laica.
L’individuo laico ha la limitazione inderogabile di non ledere la libertà e la dignità altrui. Da ciò derivano divieti come quello di togliere la vita ad altri individui (salvo i casi sopra esposti in merito, come l’eutanasia, attuabile comunque non in sfera privata, ma sociale, e previo parere e controllo di apposite commissioni).
L’individuo laico è anzi teso anche all’altruismo e al benessere degli altri e non per dettami di divinità, ma perché, nella sua prospettiva sociale priva di attese ultraterrene, vive completamente (e per gli atei solamente) in questo mondo, che pertanto non diventa un “passaggio” e un “mezzo”, ma l’unica realtà in cui può esprimersi.
Il mondo è unica realtà tangibile ed è pertanto dovere di ogni individuo contribuire alla realtà di questo esclusivo campo di vita, non solo usufruendo del benessere che la società deve offrirgli, ma anche contribuendo, con azioni e comportamenti attivi e omissivi, al benessere della stessa società in un contesto globale.

Tolleranza laica.
L’individuo laico è uno ed unico davanti alla società, che ne riconosce dignità pensante e di azione.
L’individuo laico è come ogni altro individuo, anche religioso, davanti alla società, che estende pertanto tale riconoscimento alla collettività, senza distinzione alcuna di sesso, età, razza.
La società laica non ha volontà e potere di bandire o sminuire le tradizioni, le culture, le lingue dei popoli, né i riti di qualunque religione.
L’eccezione, ancora una volta, è rappresentata da tutte, e si ribadisce tutte, quelle manifestazioni di pensiero e/o azione che tentano di entrare nel collettivo minando la libera volontà dei singoli con assolutismi in cui la libera critica e la ragione sono minacciate (o giudicate con gelida tolleranza fino a quando non si ritenga opportuno farle tacere).
In tale caso, la società laica deve reagire con determinazione e fermezza e provvede a condannare ed isolare, per quanto non reprimere, ogni focolaio di assolutismo che ne minacci la struttura dinamica.

Conoscenza.
In un contesto laico non vi sono verità assolute, ma al più permanenti. Questo concetto, preso dalla terminologia medico-legale, non indica un quadro certamente stabile nel tempo, e in ogni tempo, bensì una previsione di stabilità in un periodo indeterminato.
Ne consegue che nuove scoperte, discussioni, sottoposte a sintesi e riscontri nell’utilità e nel benessere del contesto in cui l’individuo si cala, possono modificare, fino a sovvertire, precedenti verità non solo relative, ma anche permanenti.
Riconoscere tale aspetto non è intendersi come affermazione di debolezza, incapacità o come invito alla confusione. Al contrario, la consapevolezza della caducità (possibile, probabile, certa) delle verità vale come stimolo a nuove scoperte e conoscenze.
Solo l’accettazione passiva di una Verità dogmatica immobilizza la mente laica e viene pertanto rifiutata. L’individuo laico rifiuta l’ipse dixit senza riscontri o spiegazioni comprensibili e logiche che si cala nel sociale, rifiuta come estranea al suo principio di autoderminazione l’imposizione assoluta e statica di affermazioni che diventano pertanto dogmi.
La mente laica non pretende di trovare risposte ad ogni domanda, né che tali risposte siano infallibili, ma ha la capacità di guardare e chiedere .
Il sistema socio-statale non può e non deve accompagnare l’individuo laico nel suo cammino, non può e non deve farsi carico di ogni aspetto della sua conoscenza, anche perché in tale modo diventerebbe una struttura di carattere religioso, una grande madre o un grande padre che accompagnano il proprio figlio nel percorso della vita senza mai lasciarlo libero di camminare.
Il sistema socio-statale ha tuttavia il dovere di suggerire ad ogni individuo, fin dalla sua nascita, uno stile di critica e curiosità, anche nel quotidiano, che lo aiuti nell’acquisizione di un metodo di ricerca di verità plurime e relative. Anche in questa prospettiva, il sistema dovrà tendere a garantire il benessere degli individui, a partire dal concetto salute, che non è più solo diritto del singolo, ma anche dovere della società e dello stato.
Del suddetto stile di conoscenza, sarà poi il singolo a farne l’uso e/o il non uso che desidera, salvo restando quanto precedentemente stabilito, ovvero che la sua libertà di scelta e di azione termina inderogabilmente laddove vi è un rischio, per quanto labile, di ledere altri individui. Solo a tale proposito, si ribadisce, è necessario che il sistema socio-statale sia sempre presente a vigilare.


Giovanni Sicuranza

le “menti laiche” interessate sono invitate a collaborare con altri spunti di riflessione, modifica ed arricchimento del presente manifesto, proseguendo con ulteriori bozze.

sinossi del romanzo "Quando piove"

Sinossi intorno al mio romanzo “Quando piove”.

Il soffio della trama.
La Villa è un complesso di strutture così potente da essere il punto di riferimento del Paese. Ne fanno parte gli ambulatori medici, un centro di accoglienza per profughe, una casa di riposo.
Ma nella Villa nulla è come sembra.
Gli ambulatori sono ombre di accordi illeciti tra medici legali, il centro di accoglienza è inganno vestito da buonismo, la casa di riposo è il luogo dove avvengono morti misteriose.
In un crescendo di eventi imprevisti, la tensione gioca con le debolezze dei personaggi, mentre la poggia cade su invidie, sospetti, indagini impossibili. Su cadaveri che continuano a vivere e su vivi che sono morti dentro.
Una patologia sociale che scorre oltre i confini della Villa, fino a precipitare in un colpo di scena privo di consolazione.

Il respiro dei personaggi.
La storia si apre con gli occhi di Edoardo Salina, anziano “parcheggiato” all’interno della casa di riposo. La sua prospettiva è la riflessione che osserva gli avvenimenti senza corse, in un senso di ironia spesso sussurrato da amarezza. Amarezza per le maschere della società, per la morte misteriosa del suo amico Santino, per l’arrivo inaspettato di una nipote rude e sconosciuta.
È acuta la sua osservazione, forse allenata da anni di professione medica, forse stimolata da un punto oscuro del suo passato. Così acuta da portarlo a ricostruire un rapporto con l’amico Santino, anche dopo la sua morte. Inoltre, la sua capacità di vedere oltre le maschere gli permette di instaurare un rapporto di complicità con Valentina Laghi, nonostante la chiusura della donna.
Intorno a lui, si muovono altri ospiti della casa di riposo: suor Adelaide, pietra di espressione e parole, responsabile della struttura; Federico Coristi, altro amico di Salina, vecchio dalla giocosità di un bambino e dall’ironia che morde oltre le convenzioni sociali; Maria Ludovica Lusacchi, donna inacidita e snob, che tuttavia non riesce a fare a meno della compagnia goliardica di Salina e Coristi e che ha un segreto nel cuore; Mario Borgasio, ex politico, che non ha perso lo slancio di tuonare contro l’avanzata dei barbari extracomunitari.
Altri personaggi principali corrono in parallelo alle vicende di Edoardo Salina, fino ad incontrare l’anziano ospite o ad annullarsi nell’esplosione finale.
Il Cavaliere Giangiacomo Tosarelli. Non è un uomo, ma un capo-branco. Almeno, lui si considera tale e vede il resto dell’umanità, compreso suo figlio, come il resto del branco da dominare, soggiogare. E annientare. Ha costruito l’impero della Villa su diramazioni di accordi illeciti con il sistema assicurativo privato e con la complicità di due medici-legali, Alfonso Vasari ed Enzo Govatti. Ma le sue conoscenze si estendono a personaggi della politica, anche estera. È il potere assetato di se stesso, che non si ferma davanti a nulla. E infatti, nel giro di poco tempo, la Villa si arricchisce di un centro di accoglienza per donne profughe infibulate, il Centro Sahel, orgoglio di bontà per tutto il paese e nuova fonte di reddito e immagine per il Cavaliere. La realtà celata in questo centro si svelerà ben più tragica delle misteriosi morti che turbano la quiete della Villa.
Sì, perché c’è chi sta violando la paradisiaca maschera del Cavaliere: le tombe degli ospiti della casa di riposo sono profanate; e qualcuno di questi allegri nonnini muore in circostanze misteriose. Giangiacomo Tosarelli agisce come solo il capo-branco sa agire: macinando distruzione sul suo cammino.
Enzo Govatti è il medico-legale fiduciario delle Compagnie Assicurative. A lui vengono affidati gli incarichi di valutare il danno alla persona. E il suo criterio è semplice: trovare un accordo con gli studi medici privati di Tosarelli, anche se questo significa falsare la valutazione. Anche Govatti ha sete di potere, ma non conosce i suoi limiti. Ha bisogno di sentirsi gratificato, soprattutto dallo stesso Cavaliere. Ecco perché tenta di indagare sulla prima morte degli ospiti della casa di riposo, anche se la sua ricerca è solo inganno e debolezza. La massima soddisfazione di questo medico rispettato è masturbarsi spiando donne.
Alfonso Vasari è un medico legale di grande esperienza e grande pancia. Direttore dell’Istituto di Medicina Legale e mentore di Valentina Laghi, non disdegna il buon cibo in compagnia di Tosarelli e Govatti. E, se per questo, nemmeno accordi illeciti con i due compagni. Ma dentro il suo adipe nasconde un segreto così amaro e profondo, da portarlo nel corso del tempo a giocare una nuova partita. Solo con se stesso e fino alla fine.
Valentina Laghi è l’altro personaggio, dopo Salina, a cui sono affidate le parti in soggettiva della narrazione. È una dottoressa specialista in medicina legale, che ha abbandonato il mondo assicurativo privato gestito da Govatti e che per questo è stata trattata come una “paria”, fino a quando il professor Vasari non l’ha accolta in Istituto. Donna apparentemente insicura, chiusa, melanconica, diventerà in parte complice degli accordi tra i potenti. Ma si tratta di una complicità fragile, che si spezza a partire dal tragico e misterioso incidente in cui muore il suo ragazzo e che la rende invalida. E che la porterà a fare i conti con dubbi crescenti, alimentati dalla conoscenza di Edoardo Salina e del magistrato Masetti. Fino a trovare una soluzione folle e banale allo stesso tempo. Una soluzione che contribuirà a fare crollare le maschere della Villa.
Daria Masetti è il magistrato chiamato ad indagare sulle morti che avvengono alla Villa. Rude, nel profilo e nelle parole, si scontra subito con il potere e perde l’autorizzazione a proseguire. Ma è testarda, come capisce bene suo zio, Edoardo Salina, ritrovato dopo decenni di silenzi e rancori.
Maurizio Santino è il grande amico di Salina. E il primo a morire in modo misterioso. Ma torna nei sogni dell’amico, e forse anche oltre, con una carica di ironia che lo rende più vivo di tutto il mondo reale, fatto di malinconie, piogge e inganni.


Giovanni Sicuranza



pianto di natale

pianto di Natale – di Giovanni Sicuranza -

Il pianto dall’altra parte della porta.
Continuo, senza pietà. Così intenso da riempire tutto il palazzo.
La chiave che annaspa tra le mani per tuffarsi nella ferita della serratura.
Uno scatto, il pianto, un altro scatto, il pianto.
E finalmente la donna si tuffa all’interno del corridoio, le borse della spesa che precipitano al suolo con tonfi di macigni.
- Arrivo – urla – ecco – continua, con l’intenzione di dire “eccomi”, se il fiato non fosse già diventato agonia nell’affannosa corsa sulle scale dal portone al secondo piano.
Romilde è il nome di una fiaba. Così aveva deciso sua madre quando lei era nata, fragile e inconsapevole del mondo.
Ventisei anni dopo, Romilde è capelli arruffati, sudore che vela occhi, moccio che serpeggia denso da una narice. É continua corsa nella quotidianità. Il lavoro, la casa.
Nessun segreto su cui sognare, nessuno specchio su cui soffermarsi per un cenno di trucco. Nessun lieto fine da quando l’uomo con cui ha convissuto l’ha abbandonata per un’altra, salutandola con una bestemmia, un mutuo da pagare per i prossimi secoli, un abito da sposa impiccato nel buio dell’armadio.
E il piccolo.
Il piccolo che ora piange e che lei tenta di consolare gorgogliando litanie spezzate dal fiatone.
- La mamma è arrivata, la mamma la mamma – cantilena Romilde, cercando di pulirsi il sudore con un mano e con l’altra di solleticare il viso paffuto di Mattia. E forse è proprio per questo che il bambino scalcia con più forza nel lettino e intona una versione di pianto più grintosa di prima.
La principessa Romilde si accascia nel mantello di un impermeabile chiazzato di grasso e sudore, mentre le scarpe da saldi al mercato sgusciano dai piedi gonfi. Accanto al lettino, piange anche lei, impotente, nemmeno capace di sovrastare il tono del figlio.
Dopo pochi minuti, è sdraiata al pavimento, il corpo vibrante in un sonoro russare, che è riuscito ad incuriosire Mattia. E a farlo tacere.
***
Le feste sono ironia che si rinnova sul fallimento di Romilde. Il Natale che striscia dapprima nella pubblicità, poi si colora nelle vetrine dei negozi e quindi irrompe nella decorazione della città, nei palazzi.
Romilde si è alzata alle cinque, come tutte le mattine. I piedi nudi sul granito in glaciazione, scosta la tendina della finestra. Piano, per non svegliare anche Mattia, che dorme accanto a lei. D’altra parte, la casa è un cubo con una cucina, una stanza da letto a mansarda e un bagno dove può muoversi con naturalezza solo un’anoressica. Romilde è in soprappeso da quando ha partorito.
Allora credeva ancora al suo uomo, pensa mentre osserva i lampioni che sfrigolano freddi nel buio, allora sapeva che la loro storia avrebbe avuto tutte le allegre melodie delle fiabe e una scritta scesa dal cielo.
- E vissero felici e contenti – piange sottovoce, mentre i fari ciechi delle prime auto sul viale le rimbalzano sul viso e le ricordano che tra poco comincia il turno in fabbrica.
Invece lui si è trasformato nel nulla, anzi, peggio, nell’orco cattivo. Perché se è vero che ogni mese le passa un soffio del suo stipendio, è anche vero che una volta alla settimana passa e basta. Cammina lungo il marciapiede, felicemente a braccetto dell’altra. E quando arriva all’altezza del suo appartamento, del loro appartamento, si ferma un istante, alza gli occhi sottili e stira le labbra in un sorriso. Poi, come se quel gesto ripetuto fosse la replica di un sipario, continua la passeggiata, indifferente a tutto se non alla sua nuova donna.
Romilde solleva gli occhi umidi sulle case di fronte. Tutte le luci sono spente, ancora nessuno ha iniziato la giornata, eppure è strano vedere questi nuovi Babbo Natale appesi sui balconi o sulle finestre. Sono grandi, piccoli, un esercito immobile nel gesto di penetrare nelle case. Hanno un’attesa lunga, nel giorno e nella notte, nel freddo della festa che avanza. Sono solo pupazzi, Romilde lo sa, eppure le loro ombre in scalate sulle case buie la inquieta.
Pensa che saranno anche truccati da Babbo Natale, ma non hanno nulla di rassicurante. Allora chiude la tenda e si muove verso la cucina. Bastano pochi passi per arrivarci, ma il freddo del pavimento la scuote subito, tradendola. Inciampa nell’armadio, le ante che si aprono in un lungo cigolio di protesta e mostrano una cavità buia.
Romilde trattiene il fiato, un po’ nel timore di svegliare il figlio, un po’ ipnotizzata dall’ombra che sguscia veloce dall’armadio. Una gonna troppo pesante per una gruccia efebica scivola al suolo in un tintinnare di lampo e bottoni di plastica.
Mattia apre gli occhi al nuovo giorno. E inizia a innalzare il pianto a tutti gli esseri viventi.
***
È sera.
Il latte che si scalda nel pentolino. La fiamma è danza azzurra e gialla sugli occhi rossi di pianto e stanchezza di Romilde.
La televisione è accesa su un telequiz in bianco e nero e senza voce.
Lei vorrebbe seguire il programma, ma Mattia sta dormendo e non osa rischiare. Non dopo ore trascorse a sentirlo urlare, mentre era intenta a fare il bucato, a lavare i pavimenti, a sistemare una lampadina fulminata e la serratura arrugginita della porta. Veloce, frenetica, precisa, sotto il pianto battente del figlio nelle orecchie, nel cuore. Nella mente.
E nel frattempo ha anche avuto modo di scorgere dalla finestra l’avanzata dell’uomo, di vedere il suo ghigno verso quella che era la loro stanza d’amore, di ingoiare amaro al suo avvinghiarsi sull’altra nella ripresa della passeggiata.
I Babbo Natale appesi ai balconi hanno dato le spalle alla scena, come sempre indifferenti.
Ed ora lei sta scaldando il latte per Mattia, in ondate di sconforto.
Romilde non è fatta per questa storia di solitudine e pianto. Romilde vuole una fiaba. Sua mamma l’ha chiamata così proprio per augurarle una vita da favola, lo ha sempre ripetuto, fino a quando un camion non l’ha sbriciolata a pochi minuti dalla nascita del figlio.
Mattia forse lo sa. Mattia che già si sveglia. E piange.
- No! – urla la donna caduta da una fiaba – No! – ripete sopra il pianto del figlio e in un balzo tenta di correre verso di lui, sentendosi piena di vuoto e sconfitte.
Urta il pentolino e lo osserva mentre si tuffa al pavimento in un tintinnare che esplode nei pensieri. Il latte si sparge ovunque, lento e denso come sangue anemico.
- Basta! – è il grido finale di Romilde, che afferra il pentolino e corre dal figlio.
- Basta! – è il suono che ripete mentre cala la pentola con violenza sulla testa di Mattia, una volta, due, tre, e chissà quante altre, fino a quando la mano non è satura di formicolii e sangue e frustoli di cervello.
Allora si ferma, esausta, e guarda il figlio che ha cambiato volto e che ha smesso di piangere. Questa volta davvero, questa volta per sempre.
Apre e chiude le labbra, mentre schizzi di sangue le scendono sul viso e le riempiono la bocca del sapore di Mattia. Cerca di allungare le mani sul corpicino martoriato, ma le ritrae subito, inorridita.
È sconvolta, Romilde. Perché scopre che oltre l’orrore di avere massacrato suo figlio, si sente anche sollevata.
Lo sguardo va alla finestra, come desideroso di fuggire, e si immobilizza sulle luci che filtrano dalle case circostanti, dagli addobbi natalizi lungo la strada.
Pensa Romilde, pensa, confusa, veloce, pensa con l’espressione che si trasforma piano, fino a quando dal panico non emerge un sorriso. E gli occhi scintillano di lucida gioia.
***
Il giorno dopo Natale, l’uomo passeggia come sempre lungo la via dove ha vissuto con Romilde gli anni più tristi della sua vita.
- Idealizzava ogni cosa – ripete spesso alla sua nuova compagna – Una rompiballe fuori dalla realtà che credeva nella fiabe. Un tipetto da romanzo rosa, insomma.
Oggi l’uomo ha fretta. Lo aspetta il pranzo con i colleghi di lavoro, eppure non ha rinunciato a parcheggiare l’auto fuori mano per compiere il solito percorso in compagnia della sua donna.
- Così diamo alla mia ex un altro esempio di cosa sia la realtà – ha spiegato, incurante dello sbuffare di lei.
Quando sono arrivati sotto l’appartamento, ha come al solito sollevato la testa verso la finestra della stanza da letto. E si è messo a ridere.
- Vedi come è fuori dal mondo? – ha richiamato l’attenzione della sua compagna, il dito puntato in alto – Natale è già passato, tutti stanno togliendo gli addobbi, e lei cosa fa? Guarda, ha attaccato alla finestra uno di quei buffi Babbo Natale arrampicatori!
La compagna solleva lo sguardo controvoglia. L’idea di arrivare tardi all’appuntamento con i colleghi di lui la infastidisce, anche perché si tratta della prima occasione di incontrare il suo nuovo amante in società.
Ma quando vede il Babbo Natale appeso alla finestra, esita, perplessa.
- Però, è strano – mormora – Non ti sembra più realistico degli altri? Anche così piccino.
- Sì, dai, qui di piccino c’è solo il cervello della mia ex – sentenzia lui, già disinteressato. Con un braccio avvinghia la vita della sua donna e la trascina avanti.
Sopra di loro, una tendina si chiude. Piano.

disfatta

disfatta
di Giovanni Sicuranza

Nella palude piena di nero
infine è caduta esausta
dopo tanto fuggire in un mondo
di luce senza calore
di cibo senza traguardi.
L’uomo la guarda muoversi appena
e il suo viso vittorioso si accartoccia
in una smorfia di disgusto.
L’ha seguita in ogni angolo
tra urla eccitate di bimbi e consorte
e ora che tutto è finito
strappa la tazzina dal tavolo
e in una cascata di caffé fumante
trascina nei meandri sepolti del lavandino
la mosca
con la sua assoluta agonia.

recensione di "maschere" a cura dello scrittore Angelo Marenzana


MASCHERE
di homo interrogans
Prefazioni di Eraldo Baldini e Valerio Evangelisti
Giraldi Editore
Bologna, 2006
ISBN 88611550266
€ 10,00



Quando ho aperto maschere per la prima volta ne ho lasciato tra
le pagine un segnalibro occasionale, un piccolo quadrifoglio raccolto
qualche momento prima e che non volevo andasse perso. Un
augurio che ho scelto di rivolgere a Giovanni Sicuranza dopo aver
letto le poesie e i brani raccolti in questo volume. Sicuranza ha
voluto uno pseudonimo (homo interrogans) per dare un suo significato
e un suo valore all’esistere della vita e della morte che traspare
in ogni riga dei suoi scritti, dove il distacco tra poesia e
narrativa si perde sul filo di un margine quasi invisibile. C’è poesia
nella musicalità e nel quieto taglio malinconico dei suoi racconti
(Bonsai, Ombre), così come si legge la voglia dell’autore di
narrare attraverso un suo mondo poetico interiore che sfuma (vedi
proprio la poesia Sfumano) nella forte essenza ottica e tecnologica
di una telecamera che corre per le vie del mondo a curiosare tra
i passi incerti degli uomini, e le luci della periferia. E al tempo
stesso le parole di Sicuranza segnano le tracce del suo esordio
editoriale. Bolognese, medico legale, l’autore si muove con la
voglia di scavare sotto la maschera dell’uomo che nasconde se
stesso in nome di un apparire inquieto, a volte doloroso, certamente
più angosciante del vivere la propria normalità. E lo fa con
la raffinata sicurezza di chi sa usare un bisturi affilato per andare
sotto pelle, sotto la carne quasi alla ricerca di un’anima nascosta,
nel corpo di qualcuno che magari non sai nemmeno chi sia.


"maschere", ordinabile in libreria o su IBS al link
http://www.internetbookshop.it/code/9788861550261/HOMO-INTERROGANS/MASCHERE.html

venerdì 8 giugno 2007

Fine Viaggio

Fine Viaggio*
di homo interrogans

Anche quando tutto intorno i colori sono luci di cielo pulito, qui la nebbia soffia lontano.
E avanza in ondate che serpeggiano tra i boschi fino a dilatarsi nella pianura ed allagare il paese di Fine Viaggio.
L’uomo si muove cauto, separando i fili vischiosi di grigio che celano il percorso, ma presto è costretto a fare una pausa, un’altra, quando la spalla gli urla che è di nuovo tempo di affondare nel nulla la sua borsa gravida di enciclopedie e dizionari.
Si ferma, sbuffa leggero respiro sul vapore pesante che sfuma i contorni del paese, apre la borsa ed estrae il terzo volume di una sbiadita enciclopedia.
Quindi, giusto per riempire il riposo, ne sorvola i fogli opachi.
***
Fine Viaggio.
Questo nome esprime il senso di liberazione di un gruppo di pellegrini dispersi dopo un lungo vagabondare tra speranze e delusioni di fede alla fine del X secolo.
Oggi ha ben due arterie asfaltate. Quasi sempre vuote.
E qualche vena di ciottoli disordinati, dove, a volte, scorrono lambrette e camion velati di polvere e nostalgia.
E molti capillari di ghiaia, levigati da piedi e biciclette cigolanti.
Le case sono chiaro e scuro silenzioso che assorbe i colori del cielo e cede solo nelle ultime ore del pomeriggio, quando il sole ha un’impennata di orgoglio e tinge i muri di sangue.
Forse è per questo che ad ogni lento avanzare della notte, gli abitanti di Fine Viaggio sfiorano con occhi e sospiri il cimitero adagiato sulla collina, sempre visibile, unica preda mancata della nebbia.
E chissà se qualcuno, ombra di viso immoto disegnato sulla finestra dall’ondeggiare del fuoco del camino, ricorda che proprio nella collina i pellegrini fondatori hanno seppellito i cari appassiti durante il lungo cammino tra vento, fame e soprusi e che già allora, man mano che alle croci di legno si aggiungeva la pietra delle lapidi, hanno deciso di chiamare quel luogo Cimitero di Solitudine.
Non per esprimere il vuoto che porta la morte, no, è che già allora la nebbia, sia pure più giovane, e forse per questo certo più tenace, ma meno esperta, non riusciva a salire sulla collina.
E quella era la solitudine.
La solitudine del mondo esposto in ogni dettaglio, dei colori pennellati in ogni sfumatura, delle voci chiare nell’aria libera. La solitudine del mondo concreto tra il mare di nebbia.
Per questo, paradossalmente, agli occhi dei primi abitanti di Fine Viaggio il cimitero era diventato l’unico scorcio visibile, isolato. Cimitero di Solitudine.
***
- Un altro esempio dei tanti significati di una parola. E delle emozioni che la celano. Qui un termine negativo come la solitudine è diventato positivo -
L’uomo si guarda intorno, perplesso. Nessuna forma umana sembra ondeggiare tra la nebbia. Annuisce con poco slancio e, già che c’è, solleva la borsa adagiata a chissà quale ombra di suolo e con un “hop” di incoraggiamento si incammina verso la casa.
Ha espresso ad alta voce il suo pensiero, forse ha anche declamato la sua versione di guida turistica del paese, ammesso che in un luogo del genere la parola “turismo” possa avere un senso, ma non è stato questo a turbarlo.
É rappresentante di enciclopedie e dizionari, un mestiere antico, sfumato ormai, proprio come i contorni del paese, e nei suoi solitari percorsi porta a porta
(percorsi di solitudine, cimitero di solitudine)
non ha trovato altra compagnia che quella di se stesso, per cui già da tempo ha iniziato a vagare tra pensieri e citazioni a voce alta.
Si ferma, di nuovo, questa volta sordo al peso tenace della borsa.
Si guarda intorno, di nuovo, questa volta distaccato dalla presenza eterea degli abitanti di Fine Viaggio.
Osserva il portone di legno che sigilla l’accesso all’edificio, controlla che il numero civico corrisponda a quello indicato dalla ditta.
E sospira, di nuovo, questa volta di vero sollievo, perché quello che lo ha messo a disagio poco fa’ è stato il suono delle sue parole, disperso tra i vicoli del paese, subito fagocitato dagli antri della nebbia. Gli è sembrato che a pronunciarle fosse stato un altro.
Non esattamente un estraneo, no. Peggio.
Un altro se stesso, con un nuovo timbro, forse anche con una nuova cadenza. Un se stesso senza più sostanza.
Affondato in questa riflessione, quando il portone si apre con uno scatto prima che lui abbia citofonato, la consistenza più immediata che riesce ad esprimere è un grido di stupore.
***
La scia bianca salta oltre i piedi ed è subito ingoiata da volute di grigio.
L’uomo si affloscia disperdendo tensione.
- Farsi spaventare da Miao. Un omone come lei! -
E gonfiato di nuovo spavento, riacquista volume polmonare in un’efficace replica dell’urlo.
La donna affacciata al portone lo osserva perplessa. Nei suoi occhi dipinti da ombretto e mascara l’uomo scorge anche commiserazione, la stessa che inizia a provare per se stesso e che lo spinge ad assumere un’orgogliosa posizione bipede.
- Era solo un gatto – scandisce lei, piano, forse sperando di evitare un nuovo grido.
- E lei solo una donna – la rassicura lui, con labbra distese a simulare un sorriso mentre pensa che se il mondo è pieno di idioti, ne ha appena creato una nuova nazione da solo – Mi scusi, mi sono lasciato prendere da – sguscia con gli occhi prima da un lato, poi dall’altro e, banalizzato dall’evidenza del paesaggio, si limita a rinforzare il simulacro del sorriso idiotesco.
- Beh, questo posto non è sempre così lugubre – lo sguardo della donna oltrepassa le spalle dell’uomo, si assenta in un fruscio di luogo privato, e torna al presente – A volte lo è di più la vita –
Lui non risponde, improvvisamente perso tra desideri velati di scuro.
- Cerca qualcuno, a parte le mie gambe? -
- Eh? – sussulta di vergogna, schiacciato dalle parole dirette della donna.
Ma allo stesso tempo scopre che ora anche lei sta sorridendo, forse più fresca di lui, e questo gli basta per riscoprire l’uso delle parole – Abita qui il signor Fadore? –
Sìssì, conferma lei con la testa e lui assiste alla crescita del suo sorriso, ancora più ampio, e, soprattutto, ci giurerebbe, vero, vero al punto di fargli dimenticare nebbia, fatica, storiografia varia. E da mettere persino in secondo piano lo scorcio di gambe sussurrate da collant tra gli stivali ed il cappotto indossati dalla donna.
- Sono un rappresentante di enciclopedie e dizionari – aggiunge allora adagiato su quella imprevista spontaneità – Ho un appuntamento con il signor Fadore -
- Carmen – si svela la donna sorprendendolo ancora.
- Oh, io sono Omero. Agnosia Omero – aggiunge in automatico, abituato a presentarsi alle porte di sconosciuti. E aspetta l’inevitabile commento sul suo nome, o anche sul suo cognome, come avviene in casi più rari.
- Di sicuro è in casa. L’ho sentito suonare il violino prima di uscire – continua invece lei.
Ma avrà capito?, si chiede lui vagamente disorientato dopo anni di alzate di spalle nel tentativo di scrollarsi di dosso le osservazioni divertite, a volte sarcastiche, sulle sue generalità. Invece, sapere che il suo prossimo cliente è un musicista non lo stupisce. L’enciclopedia richiesta è infatti “Vibrazioni di archi”, prezioso e costoso intrecciarsi di otto volumi rilegati a colla, prima edizione, anno 1948, tiratura limitata. Mica roba da ipermercati, insomma, come trionferebbe il suo capo. Non che a lui questo particolare interessi; non ha mai avuto affinità per la musica in generale, figurarsi per le vibrazioni di archi vecchi di decenni. E in ogni caso di ben altro tipo sono le vibrazioni che ascolta sul suo corpo, mentre l’aria diventa sapore sconosciuto della donna.
Per questo ha appena deciso che il lavoro può attendere ancora, nonostante la nebbia lo abbia rallentato di venti minuti sull’orario previsto e la puntualità nelle consegne sia un raro anelito di vita in cui ancora annaspa la Ditta. In una pagina della mente scrive la sceneggiata veloce da leggere al direttore, “Sa, Fine Viaggio, ecco, vede, qui nella cartina, a malapena si può raggiungere con l’auto, presente no? Guardi, guardi meglio, tutte queste stradine senza asfalto”, spiegamento del lenzuolo stradale sulla breve scrivania del direttore, quindi braccia incrociate in senso di impotenza, “Roba di altri tempi. E poi nessuno mi aveva avvisato della nebbia, fitta, sa, ma fitta da infilarsi dappertutto fino a togliere il respiro, presente no? No? Nemmeno io, prima di andare a Fine Viaggio”. Insomma, una scena in grado di giustificare il ritardo di mezz’ora, un’ora anche, o chissà, se questa donna.
- Mi scusi, ho fretta –
L’uomo si scuote dalla prima versione della sua scusa. La donna è tra l’uscita ed il portone, che tenta di chiudersi testardo, trattenuto a stento da una mano di lei.
- Oh, no, non volevo darle fastidio, sa – corre lui cercando di recuperare il disagio – Lasci pure il portone, tanto devo prima citofonare – riempie di altre parole l’incontro, mentre i suoi neuroni si consultano di frenetiche motivazioni per prolungare la piacevole compagnia.
- Bene – lei lascia andare la mano, evidentemente soddisfatta, e gli passa accanto, mentre il portone stride in un crescendo di cigolii e tonfa di chiusura. Il suono pesante echeggia nella piazza di nebbia, poi tutto torna silenzio.
Lui la guarda. Lei lo guarda. Un sorriso guarda entrambi.
- Sono in anticipo – decide l’uomo in una premessa incoerente con la scusa professionale.
- Oh – soffia la donna e per un attimo lui svanisce tra il turgore delle sue labbra rosse. Poi morde le sue quando si rende conto che lei non concede sbocco alla conversazione.
- Vado alla mia fermata. Vuole accompagnarmi? –
- Come? – sussulta di incredulità l’uomo.
- Visto che è in anticipo – lei torna a sorridere, anche se in modo meno vivo di prima. Ma lui decide di trascurare questo particolare. Pensa frenetico che proprio da dove è venuto ha scorto il cartello della fermata degli autobus e gli sembra di ricordare che questo è avvenuto circa un quarto d’ora prima. Non è tanto, ma può parlarle, intuirla. Magari, infine, chiederle di sentirsi. Magari, in un secondo tempo, domandarle un nuovo incontro. E poi poi
- L’accompagno volentieri, Carmen – annuncia nel tono fermo delle grandi speranze e si incammina al suo fianco.
La nebbia li accoglie di premurosa evanescenza.
***
I primi passi verso la conoscenza della donna sono silenzio versato nella rapida ricerca di argomenti di conversazione. In realtà l’uomo avrebbe da narrare enciclopedie di citazioni, racconti, domande, ma il cammino accanto a lei, bella e diafana in un’atmosfera dove tutto è lento scorrere di particolari accennati tra ampie pennellate grigio, lo spinge più volte a trattenere il respiro. Allora apre e chiude gli occhi, velocemente, per esortarsi ad iniziare, ma di nuovo si sente cogliere da questa indefinita dispersione della realtà. E tace.
Per cercare un punto di riferimento almeno spaziale, e magari da quello trovare la concretezza di un dialogo, si volta verso la meta del lavoro abbandonato.
Il palazzo è ormai visibile a tratti, come disegno incompleto su un foglio sporco. Sconfortato, l’uomo pensa che occorre uno sforzo di logica per attribuirgli ancora solidità. Torna ad osservare la donna, apre la bocca e di nuovo tace.
Lei non sembra affatto nella sua situazione, anzi, è come se si fosse dimenticata della sua presenza. Cammina verso un luogo celato da nebbia e intenzioni con passo lento, ma deciso.
Lo sguardo avanti, sempre avanti, innalzato su un’ombra di sorriso.
L’uomo arranca al suo fianco, rallentato dal peso della borsa che minaccia di precipitarlo nella nebbia sottostante e dall’indagine sempre più deserta tra occasioni di frasi, o parole, o gesti, o un che qualunque per toccare l’interesse lontano di lei.
E proprio mentre sta pensando di scendere negli abissi della banalità per raccontarle del suo lavoro, la donna rallenta il passo e si porta una mano tra i capelli, muovendoli in lunghi sospiri neri sparsi tra il vento delle dita.
Quindi si ferma.
E in uno scorcio di sguardi a tutto tondo, lui capisce che lo sta aspettando.
***
- Non si faccia intimorire dalla nebbia - sussurra con tono profondo.
Quasi sensuale, osa Omero Agnosia, venditore girovago di fossili di enciclopedie e dizionari.
Subito decide di ignorare questo pensiero, già troppo distratto dall’armonia con cui gli occhi di Carmen scivolano sul naso per poi allargarsi sulle labbra.
- No, certo – si affretta ad arrampicarsi su quello spunto di conversazione che lei gli ha donato – Giro molto per lavoro, sa, e sono abituato ad ogni tipo di clima -
- Però scommetto che una nebbia così, e in questa stagione, non l’ha mai vista – continua Carmen, insistendo sull’argomento, come se si trattasse dell’attrazione principale di Fine Viaggio. Allora lui decide di iniziare lo sfoggio della sua frammentaria cultura enciclopedica, assorbita durante anni di viaggi, in una pausa veloce da auto-grill, in un riposo estraneo da stanza di motel, quando quasi di nascosto, e con vaghi sensi di colpa, ha rubato nozioni sparse tra folle di pagine destinate ad altre persone.
- Vero. La nebbia si forma dalla condensazione di vapore acqueo negli strati inferiori dell’atmosfera, quando l’aria è fredda al di sotto del punto di rugiada – si ferma un istante, giusto per rassicurarsi che la donna lo stia seguendo – Ma non basta. Occorre anche la presenza di nuclei di condensazione, come i granuli di pulviscolo atmosferico, e mi chiedo dove si formino in modo così numeroso, considerato che Fine Viaggio è isolato, piccolo e lontano da altri centri abitati -
Carmen annuisce in un sorriso che sembra tornare alla vitalità del loro incontro. Però lo sguardo si perde ancora oltre la nebbia prima di tornare al suo. Velato.
- Lei è preparato, complimenti – scuote la testa, in un gesto appena accennato che non sfugge all’uomo – Gli uomini che ho incontrato nella mia vita non riuscivano a mettere insieme un concetto del genere nemmeno dopo anni di conversazione. E nemmeno io ero in grado di farlo, dopotutto -
Le parole hanno il tempo di volteggiare al suolo, una ad una, accompagnate da nuovo silenzio, e prima che Omero decida di riempirlo di nuovo, Carmen continua.
- È stata una persona a cambiarmi. Mi ha insegnato come indossare verbi, proposizioni, aggettivi, oltre al mio guardaroba di vestiti -
- E mi sembra che lei abbia ben appreso le lezioni. Ha avuto un buon maestro – commenta Omero più per sondare il terreno nel timore che la donna abbia già una relazione, che per vero compiacimento.
Carmen disperde ancora lo sguardo tra soffi di grigio.
- Era una professoressa. Una grande donna. L’ho accolta nella mia casa dopo che era stata sfrattata – per un attimo le labbra appassiscono in una piega di ricordi, poi tornano ad un sorriso distratto, forse amaro - Viveva di cultura, lei, non si curava di soldi e scadenze. Io le davo una mano nella praticità della vita, lei arricchiva la mia con lezioni di latino, storia, italiano -
- Interessante – giudica Omero – Bello – aggiunge poi nel timore di essere stato troppo distaccato in un ricordo che per la donna deve valere molto.
- È morta. Pochi giorni fa –
E trascinando con sé queste parole, Carmen ricomincia a camminare verso il nulla.
***
Il silenzio successivo è di nuovo denso, ma questa volta Omero non si sente a disagio.
Ha capito che con quella frase Carmen ha voluto sospendere la conversazione e ora attende che le parole si diluiscano nel tempo prima di continuare.
Intanto continuano a muoversi, verso la fermata dell’autobus, ritiene Omero, anche se ha smarrito del tutto ogni punto di riferimento e si limita a seguire il passo sicuro della donna. Anche il suo lavoro è ormai sperduto da qualche parte intorno al palazzo del violinista, circostanza che non lo preoccupa affatto, anzi, a cui nemmeno sente più di appartenere.
Quando Carmen rallenta di nuovo il passo, decide che è il momento di avvicinarla ancora e che forse può farlo proprio ricominciando dal suo paese.
- Sono sempre stato affascinato dai molteplici significati racchiusi in un nome, in una parola, in una frase – esordisce, cauto.
Lei questa volta non si ferma, ma con un cenno di occhi e capelli lo invita a continuare.
- Guardi il caso del vostro cimitero, ad esempio -
- Cimitero di Solitudine – mormora lei, senza colori.
Omero intuisce la bara della professoressa sommersa ancora di fresca terra di collina e si morde un labbro.
- Scusi -
Dalla donna, nuova edizione di cordialità sincera, sparsa tra occhi e labbra.
- E di cosa? Continui, la prego, mi sembra interessante -
- Oh, beh – l’uomo incespica intorno al concetto che vorrebbe esprimere, alla ricerca delle parole più adatte alla circostanza – Solitudine. Si tratta di un sostantivo negativo che invece i fondatori del paese hanno usato in modo positivo per contrastare proprio questa nebbia –
Carmen annuisce, con slancio. Ora sembra persino divertita.
- Certo, certo – trilla - E pensi appunto alla nebbia. È sostanza che non possiamo prendere con le mani, trattenere, o allontanare, così – con un rapido movimento fa’ il gesto di scacciare una mosca dalla mano – Eppure ha bisogno di solidità, dei nuclei di condensazione, come diceva prima lei, per formarsi -
Omero la guarda, colpito dall’affinità che stanno trovando le loro parole, e sorride a sua volta, solo un po’ sconcertato dai repentini sbalzi di umore di lei.
- Vero. E questo mi riporta al mio dubbio -
- Perché c’è tanta nebbia considerato il paesaggio spoglio? – Carmen allarga le braccia – Non lo so, ma conosco la leggenda che si mormora da secoli – quindi si stringe nelle spalle.
- Cioè? -
Lei penetra nei suoi occhi, solo di sfuggita prima di perderli ancora chissà dove, ma lo sfiorarsi di intenzioni basta per lasciare all’uomo un brivido di sensualità.
- La nebbia è così fitta e tenace perché i granuli di pulviscolo sono le ceneri dei fondatori di Fine Viaggio, ancora presenti -
Omero solleva sopracciglia e tono di voce.
- Ma cosa mi dice -
- Scommetto che questo non c’è scritto nelle sue enciclopedie – ribatte Carmen con tono frizzante. Poi rallenta ancora di più il passo, senza fermarsi. E inizia a narrare.
***
Nel 918 Berengario I concede alla Chiesa vescovile di Novaria la perpetua proprietà su tutti i diritti spettanti al fisco per il raggio di cinque miglia. Inoltre si dispone che ad ogni funzionario civile sia fatto divieto di esercitare atti di autorità o giurisdizione senza l’assenso del vescovo. Ovviamente le resistenze a questo cambiamento non sono poche, ma vengono ammorbidite da oculate concessioni.
Dunque nessuno può prevedere che nel gennaio 920 un numeroso gruppo di commercianti e proprietari terrieri, al corale rifiuto di questo passaggio di potere, si raduni nella piazza più ampia dei mercati statali per iniziare un lungo peregrinare verso un luogo dove la mano pontificia sia ancora assente. Questi uomini si muovono senza meta, con loro le famiglie, in un’anarchia di cammino decimato dalla fame, dagli agguati, dalle malattie. Eppure continuano, decisi, imperterriti, e alle minacce di scomunica dei vescovi e di annientamento dei regnanti, rispondono definendosi liberi homines.
Per farla breve, visto che noi non abbiamo tutto il loro tempo, basti sapere che i liberi homines non solo lasciano nella loro strada tracce di cadaveri, ma raccolgono anche proseliti, fino a quando, esausti e forse già disillusi per un nuovo mondo che si sta stringendo intorno a loro, giungono in questo posto e lo chiamano Fine Viaggio.
Da qui qualcuno spera ancora di iniziare un nuovo commercio, forse con i longobardi, forse con i bizantini, forse con i saraceni, chissà, le testimonianze sono contraddittorie e scarse. Dopo nemmeno un anno, i liberi homines di Fine Viaggio vengono scomunicati, torturati e in parte condannati al rogo con l’accusa di complotto nei confronti dell’autorità imperiale e papale.
Questa la fine dei fondatori di Fine Viaggio.
E l’inizio di due domande.
Perché, nonostante le minacce, si attende un anno prima di punire i liberi homines di Fine Viaggio? E perché, infine, si decide di mettere al rogo i loro maggiori rappresentanti?
Proprio da qui storici ed espertologi più o meno improvvisati cominciano il “si mormora”, il “si dice”, il “sembra che”.
Ma per gli abitanti di Fine Viaggio le supposizioni sono realtà.
Per comprenderle, bisogna tenere presente che tra il IX e l’XI secolo inizia a consolidarsi lo Stato Pontificio. L’Italia si trova in un periodo di cambiamenti, di nuove assetti politici e commerciali e di nuove alleanze. In particolare i pontefici dell’VIII secolo sono stretti tra longobardi e bizantini; i primi ne ostacolano la politica di espansione, i secondi cercano di guidarla sotto la loro sovranità. Pertanto occorre un sostegno efficace che si concretizza nell’alleanza con i Franchi, culminata con Carlo Magno e il Sacro Romano Impero e proseguita nella dinastia degli Ottoni fino al 1806, quando viene soppressa da Napoleone.
Ma il nuovo Stato Pontificio ha bisogno anche di una ragione storica che giustifichi la sua ascesa temporale. E proprio tra il IX e l’XI secolo inizia a circolare il Constitutum Costantini, ovvero l’Editto di Costantino, atto con il quale il primo imperatore cristiano donava a Papa Silvestro I e ai suoi successori il Laterano, Roma, l’Italia e l’Occidente.
Ed ecco il punto.
Nella notte del 31 dicembre 919 alcuni liberi homines, approfittando della confusione dei festeggiamenti per il nuovo anno, trafugano dalla Chiesa vescovile di Novaria il primo manoscritto dell’Editto, addirittura ancora più vecchio di quello esposto in seguito a Saint-Denis e a cui gli storici fanno riferimento. La loro intenzione è di utilizzarlo come salvacondotto nel loro peregrinare e questo spiegherebbe perché le autorità imperiali e papaline si limitino a minacciarli senza annientarli nonostante la loro evidente debolezza. Ma non spiega perché lo fanno poi, un anno dopo.
E qui inizia il ciarlare degli storici e la convinzione di Fine Viaggio.
Perché in realtà i liberi homines non si limitano ad utilizzare l’editto come ostaggio, ma minacciano di svelarne il segreto. Infatti la donazione di Costantino non è altro che un falso scritto a metà dell’VIII secolo, proprio per dare autorevolezza al consolidamento dello Stato Pontificio.
La Chiesa attende forse che altri manoscritti e prove dell’autenticità siano prodotti ad arte, forse di essere sicura che l’Editto trafugato sia in effetti in mano dei liberi homines. Magari guarda anche con sospetto ai primi timidi tentativi di Fine Viaggio di instaurare un commercio con gli scomodi longobardi e bizantini, addirittura con gli infedeli saraceni.
Il fatto è che attacca la comunità dei liberi homines con l’aiuto dei Franchi e che con la tortura probabilmente riesce anche ad impossessarsi di quella prima copia ormai contaminata. E nel silenzio di morte che segue, può continuare ad estendere il suo potere temporale.
Questa la ballata dei fondatori di Fine Viaggio, bruciati non per giustizia o per commercio, ma per preservare il segreto di uno dei documenti falsificati più utili nella Storia.
***
- Le ceneri dei liberi homines vagano ancora nell’aria e sono il principio da cui si forma la nebbia di Fine Viaggio. Noi la spieghiamo così. E che sia vero o meno non importa -
Omero annuisce silenzioso, perso tra le sue pieghe del racconto. E, ancora di più, affascinato dal modo coinvolgente con cui Carmen ha parlato.
In quegli attimi ha visto scene graffiate di rabbia e dolore, ha sentito il rombo del sangue straripare da corpi e coscienze.
E poi, silenzio. Respiro di nulla in ogni scorcio di Fine Viaggio, dilatato tutto intorno e sulla collina, verso Cimitero di Solitudine.
Silenzio, ancora silenzio. Lungo fino ad oggi, a questo istante.
Carmen si è fermata e lo sta scrutando in penombre di familiarità.
- Questa storia la conoscevo già, certo. Ma così come l’ho narrata a lei, mi è stata raccontata dalla mia professoressa, pochi mesi prima del suo suicidio –
Omero apre la bocca, stupito, ma sa esprimere solo rinnovato silenzio.
- Ora devo proprio andare – decide Carmen e fa’ per allontanarsi.
- No, aspetti –
Alla prospettiva di un saluto così anonimo e frettoloso, Omero ritrova la voce e si scopre a sfiorare una mano della donna con la sua.
Carmen si volta, bella di tristezza e ricordi.
- Lei sembra un uomo sensibile, signor Omero. E ha anche un nome di promesse mantenute. Ma io ho un’altra storia con me, più recente e privata di quella che le ho raccontato. Ed è per questa storia che devo andare –
- Non capisco, mi perdoni – insiste lui. È davvero confuso, tanto da non accorgersi che la sua mano stringe il polso di lei, senza decisione, in un abbraccio timoroso.
La donna sospira in un adagio che è lunga dissolvenza di parole su polvere.
***
- La mia amica aveva un cancro nella testa, signor Omero. Poco prima di venire a vivere da me, era stata stuprata. Una violenza che aveva sparso tra la nebbia i brandelli della sua femminilità. Ma, vede, questo era solo l’inizio. Sentiva che chiudersi sarebbe stato peggio e fu per questo che iniziò subito ad uscire, a tentare una vita sociale, nella speranza di ritrovarsi. Così venne stuprata una seconda volta. Com’è possibile reagire così, si chiedeva infatti la gente; se esce già a divertirsi, invece di chiudersi in casa atterrita, vuol dire che in fondo se l’è cercata – Carmen stira le labbra in un’ombra di sorriso - Che è una puttana-
Omero boccheggia alla ricerca di una frase di circostanza e subito affloscia ogni tentativo non appena si accorge che lei sembra vederlo come si può fissare la nebbia.
- Buffo, no, che ad ospitarla sia stata poi proprio una puttana. E avevamo anche un’altra cosa in comune. Una verità. Lei ormai provava ribrezzo al pensiero di un contatto fisico con gli uomini, io conoscevo gli uomini solo come grugniti solitari di veloce soddisfazione a pagamento. Ci amammo, signor Omero, ci amammo tra le sfumature dei tramonti, tra gli sbadigli dell’alba. E diventammo desiderio e passione senza inganni -
La donna alza gli occhi verso il nulla e rimane così, come in posa nell’attesa di uno scatto dal cielo.
- Cimitero di Solitudine è lassù – continua quindi adagiando di nuovo l’assenza del suo sguardo sull’uomo – Come le ho detto, la mia amica aveva un cancro nella mente. Lo avevano fecondato i due stupri, quello fisico del branco prima, quello morale della gente, poi. Un giorno iniziò a prostituirsi anche lei. Disse che lo faceva per aiutarmi economicamente e per capirmi meglio, ma io so che non era così, signor Omero. Semplicemente, nonostante il mio amore, la sua distruzione psicologica era ad uno stadio troppo avanzato e lei stava scendendo di un altro gradino nell’umiliazione del suo corpo. Forse nel desiderio sconosciuto di punirsi. Fino alla fine –
Fino al suicidio, fino al suicidio, traduce la mente di Omero Agnosia, con la sgradevole sensazione di vacillare sull’abisso di una fossa spalancata in un cimitero nero.
- Fino a lasciare in assoluta solitudine il suo e il mio significato – aggiunge Carmen in un chiaro scuro di respiro.
***
Gli occhi di Carmen si allontanano da lui e tornano ad addentrarsi in un luogo privo di forme.
- Mi ha detto che è affascinato dai diversi significati di un termine. Per i liberi homines Fine Viaggio era il saluto all’illusione di una meta finalmente raggiunta – con un gesto rapido chiude il bavero sulle intuizioni di seni ghermiti da anni di uomini veloci - Ma pensi anche agli altri significati che questo termine può avere –
La donna si allontana, così, improvvisa, decisa, senza aggiungere altro, senza esporre nuove emozioni. Senza voltarsi indietro.
E lascia l’uomo sospeso tra le sue parole.
***
Omero Agnosia si sente più pesante della sua borsa piena di enciclopedie e dizionari, sfumato da un senso di inquietudine più tenace della nebbia che avvolge Fine Viaggio. Sospira mentre si chiede se lasciare andare Carmen sia stato un bene o male. In fondo, nonostante bellezza ed espressività, si tratta pur sempre una prostituta, tenta di considerare. E ancora si disperde tra i vicoli del dubbio.
Così, senza darsi risposta, inizia a biascicare passi a ritroso, nel tentativo di ritrovare ombre conosciute, e magari proprio il palazzo da cui tutto è iniziato.
Ma nemmeno con il movimento riesce a scrollarsi di dosso il gravoso senso di smarrimento che gli ha lasciato l’incontro fugace con la donna. Allora alza lo sguardo al cielo, nel tentativo di cogliere un bagliore di azzurro oltre il grigio, e si ferma di nuovo, allibito.
Il lungo cartello metallico annuncia il confine di Fine Viaggio con caratteri spenti.
Omero si guarda intorno, veloce, e solo a questo punto si accorge che nulla nei particolari intuiti gli ricorda la strada che porta alla fermata dell’autobus. Sporge ancora un passo in avanti, poi ci ripensa, ondeggia su se stesso e si muove con i piedi che tastano intimoriti il terreno verso la direzione opposta, dove Carmen è svanita.
Dunque la donna lo ha portato alla fine del paese. Alla fine di Fine Viaggio.
- Oh - mormora affranto, mentre le parole di lei diventano significato – Oh – ribadisce di nuovo, il respiro che diventa affanno, l’affanno che boccheggia di angoscia.
Sotto di sé, nel cauto esplorare dei piedi, ha avvertito il vuoto.
Senza più esitare, si getta carponi al suolo, le mani morse dalla ghiaia, e le porta in avanti, oltre il terreno accennato, oltre il velo di nebbia. Afferra una pietra e la getta, non sa dove, non sa come.
L’eco del tonfo sale in frazioni di secondo di troppo, ovattato, ma ormai fin troppo chiaro.
L’uomo nasconde il viso tra le mani e chiude gli occhi.
Vuoto, vuoto dappertutto. Un baratro.
Il Fine Viaggio di Carmen.


*racconto inserito nell’antologia “Città di Solitudine”.

schizofrenia del quotidiano - intorno all'eutanasia

Schizofrenia del quotidiano – riflessioni varie ed eventuali intorno all’eutanasia
di homo interrogans

Dopo il titolo, ho un primo pensiero, brusco.
Così sostituisco il termine eutanasia per chiamare l’argomento di cui tratto con un nome crudo e nudo.
Morte.
Qui si parla di morte.
Uno dei pochi e radicati tabù rimasti nella civiltà occidentale, più del sesso. Provate a parlare di sesso tra amici; magari chi con battute, chi con scandalo a vari livelli di sopportazione, ma se ne parla.
Provate ora a parlare di morte. Non nel senso della notizia della morte di qualcuno. Ma della morte. Della nostra fine. Credo che nel giro di pochi minuti andrete incontro a due possibilità: vuoto intorno a voi, ricovero in struttura psichiatrica.
Perché? Un grande storico francese, Philippe Ariès, lo spiega bene nel suo saggio, “Storia della morte in occidente”, sul quale non mi soffermo appunto per non farvi fuggire, ma che cito per i più curiosi.
Qui mi preme sottolineare un dato interessante e contraddittorio che riguarda i nostri tempi.
La prima considerazione: nel corso della storia, siamo passati da una morte cosiddetta “addomesticata”, vissuta come evento collettivo, e “romantica”, ad una morte “negata”.
Oggi la morte viene considerata un tabù di cui non parlare, da nascondere, così come si deve nascondere la sofferenza, sua grande alleata. E non si muore più in casa, ma in ospedale. Nascosti.
E questo introduce il secondo aspetto: grazie ai progressi della medicina e della scienza in generale, la morte è diventata anche “medicalizzata”, spostata oltre il suo argine. La medicina costringe a vivere persone che un tempo sarebbero già morte.
Forse tutto è iniziato con il rene artificiale. Fino a pochi decenni fa’, l’uricemia da insufficienza renale intossicava l’organismo e procurava la morte. Poi è arrivata la macchina cuore/polmoni, la nutrizione con sonda gastrica o endovenosa. Lo stesso arresto cardiaco non è più segno di morte certa, perché il cuore può essere defibrillato. Tanto è vero che noi medici abbiamo spostato la definizione di morte sul criterio di cessazione irreversibile e completa della funzione cerebrale.
Ecco allora, da un lato, la paura della morte, il desiderio di nasconderla, e, dall’altro, la facoltà di prolungarla oltre i suoi limiti naturali. Questo è il respiro affannato che caratterizza la nostra società. E forse giustifica in parte la schizofrenia che viviamo nei nostri tempi. E che si riversa anche sui dibattiti intorno all’eutanasia.
E allora facciamo un passo indietro. Cos’è la vita?
A prescindere da opzioni religiose, che personalmente non mi riguardano, per l’uomo, ma credo anche per gli animali superiori, la vita coincide con la consapevolezza del sé.
L’uomo acquisisce questa consapevolezza. Il neonato è molto più di forma di vita biologica, ma non ha la consapevolezza del vivere, non ha né il concetto di vita, né tantomeno quello di morte.
Allora, quale vita va difesa? La vita biologica, cioè la vita in quanto vita, oppure la vita in quanto consapevolezza del sé? Ovvero, la vita autobiografica, fatta di ricordi, esperienze, ecc.
La domanda è vuota, perché non abbiamo in realtà una visione soddisfacente e completa del concetto vita.
Nessuno considera, almeno in genere, lecita l’uccisione di un neonato, o di un cerebroleso. Qui non si discute affatto di eutanasia razziale o economica-sociale.
Infatti, per quanto agli individui in pieno possesso delle facoltà mentali, alcune situazioni possano sembrare “vita senza consapevolezza”, questa strada è impercorribile. Ma non lo è per dogmi imposti dall’alto, per dettami e divieti fatti cadere dal cielo.
Lo è perché, fin da piccoli, noi agiamo naturalmente per compassione e rispettiamo la vita. O meglio, il dolore. Chi ha figli, avrà avuto modo di conoscere il loro istinto di partecipazione al pianto, al dolore di un altro. Non abbiamo bisogno di ordini dogmatici per capire che la vita individuale, in ogni aspetto, va difesa. Direi anzi che in noi, fin dai primi anni di vita è già presente un abbozzo di etica “naturale”, che ovviamente va coltivata e ben educata dagli adulti.
E invece siamo qui a parlare di spegnere la vita di un individuo. Siamo qui a parlare della possibilità di dargli la morte.
In fondo, stiamo parlando di omicidio o quantomeno di suicidio assistito.
E entriamo ancora più a fondo nella morte, intorno ad un altro tabù che sempre ha accompagnato l’uomo. Un tabù che è ancora più forte del concetto astratto della morte. Uccidere. Aiutare a morire.
Lo stesso giuramento di Ippocrate recita: “Non darò a nessuno farmaci mortali, neppure se richiesto, né mai suggerirò di prenderne”. E ancora oggi il Codice Deontologico Medico è ben chiaro nel condannare l’eutanasia. Tuttavia se Ippocrate scriveva questo, vuol dire che già allora c’era un problema. Il medico poteva essere la forbice che taglia la vita.
Eppure il tabù dell’omicidio in assoluto è rimasto forte, più forte di quello di eliminare la sofferenza o comunque un residuo di vita con scarsa dignità.
Se oggi riusciamo in modo più o meno valido ad arginare il forte dolore di un malato terminale, questo non basta a negargli il diritto alla morte, se la sua vita è un filo diretto da macchine di sopravvivenza.
Prima ho citato Ippocrate. Ora voglio dare un’altra citazione, dell’inizio del diciassettesimo secolo: “il compito del medico non è solo quello di ristabilire la salute, ma anche quello di calmare i dolori e le sofferenze legati alle malattie; e di poter procurare al malato, quando non c’è più speranza, una morte dolce e tranquilla; questa eutanasia è una parte non trascurabile della felicità”. Francesco Bacone, che introduce, per la prima volta, il termine eutanasia.
Allora, dove prendiamo questo diritto di procurare la morte quando l’uomo versa in condizioni di dolore o di perdita di dignità di vita?
Sappiamo che la dottrina della religione cattolica lo nega. La vita è di Dio e solo lui ne dispone, ovviamente attraverso i suoi ministri.
Anche se poi la stessa Chiesa si pronuncia contro l’accanimento terapeutico, cioè contro l’ostinazione oltre l’evidenza di voler prolungare con la terapia una vita già spenta. E questo era probabilmente il caso di Welby.
A parte il concetto di accanimento terapeutico, e per tornare al tema trattato, personalmente non vedo una differenza, nello scopo finale, tra eutanasia attiva, passiva o indiretta. In ogni caso, il risultato è lo stesso: dare la morte al malato, sia che io agisca, sia che smetta di agire. In fondo, anche desistere da un accanimento terapeutico, che è legittimo, potrebbe essere visto almeno in certe circostanze come una forma di eutanasia passiva. Si tratta in entrambi casi di un comportamento omissivo del medico, ovvero del non fare, che placa gli animi e la fede.
Inoltre, mi domando, se la vita è di Dio e deve seguire la Sua volontà, non siamo già peccatori quando rianimiamo un uomo? Non dovremmo in fondo lasciare che Dio se lo prenda invece di sottoporlo a dialisi, a trasfusione?
E, invece, se possiamo prolungargli la vita con questi strumenti, non possiamo anche capire che quando una vita prosegue solo fasciata da dolore o nuda di ogni dignità ha il diritto ad essere spenta?
Uno studio pubblicato sul Lancet, nel 2003, svela che il 23 per cento dei decessi in Italia sarebbe da attribuire a decisioni mediche che abbreviano la vita.
Il malato dovrebbe avere la facoltà di difendere la qualità della propria vita anche in prossimità della morte, di affrontare l’eutanasia, se la malattia o i macchinari che la stabilizzano riducono ad un nulla la qualità dell’esistenza.
Questo ragionamento si basa su un principio forte, radicato, frutto delle conquiste più importanti. Il principio di autoderminazione.
Le sue origini sono lontane. Solo per citarne alcuni tratti recenti: art. 2 della Costituzione: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità …”; art. 32: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo …”; e ancora: nessuno può essere sottoposto a trattamenti sanitari obbligatori se non per casi imposti per legge (casi rari). Infine, rimando alla convenzione di Oviedo, approvata dal Consiglio Europeo nel 1997, e in Italia ancora spesso lettera morta, anche se ratificata nel 2001 (Gazzetta Ufficiale del 28.03.01).
Ma soffermiamoci su un altro aspetto del principio di autoderminazione.
La Corte Costituzionale, con una sentenza del 1985, conferma la legittimità di mutare sesso con un intervento chirurgico. Il punto interessante è che la sentenza definisce l’intervento chirurgico come atto terapeutico teso alla realizzazione del diritto alla salute dell’individuo, che, in questo modo, ritrova la sua identità. Ecco la possibilità di modificare, e addirittura mutilare, il proprio corpo, in nome del benessere psichico, possibilità prevalente sull’articolo 5 del codice civile, che vieta gli atti a disposizione del proprio corpo che causino invalidità permanente.
Anche la legge sull’aborto tutela la salute psichica della donna.
Ecco dunque che si procede verso una difesa sempre maggiore nei confronti del principio di autoderminazione dell’individuo. E in particolare, come dimostrato da questi due importanti esempi, vi è una particolare attenzione al benessere psichico. Ancora, sembra che stiamo finalmente assistendo anche alla ricerca istituzionalizzata dell’abbattimento del dolore. Si pensi ad esempio alla recente proposta dell’onorevole Turco, epidurale per tutte le donne in travaglio.
Eppure, quando si parla di diritto a scegliere la qualità della propria vita, oggi tutto questo principio viene infranto da divieti, che sembrano basarsi più sul dogma della sacralità della vita stessa ad ogni costo, più sul tabù cieco della morte, piuttosto che sul buon senso e sul principio di autodeterminazione.
Riflettiamo su un dato.
L’ISTAT informa che su 3.265 suicidi accertati nel 2004, il 50 per cento era dovuto a sofferenza e/o solitudine causate da malattie fisiche o psichiche. Per fuggire al dolore o ad una dignità depredata dalla malattia, queste persone hanno deciso di uccidersi.
Provate a concretizzare per un istante questi dati astratti, a sentire il dolore e l’impotenza che si aggiunge a queste vite già gravemente menomate.
Pensate ai loro cari. Sono infatti molti i casi in cui la persona richiede l’aiuto di un terzo, magari perché impossibilitata a togliersi la vita da sola, o semplicemente perché non sa come fare. Ed ecco dietro una schiera di familiari, amici, medici.
E la legge, la nostra legge, come giudica questi casi?
In Italia procurare la morte, sia pure per compassione, è un illecito penale.
L’eutanasia non è mai specificata nel codice, ma rientra in altri reati.
Quando non è richiesta dal soggetto, rientra nell’articolo 375 del codice penale: omicidio volontario.
Se c’è il consenso del paziente, in omicidio del consenziente (art. 579).
Se il medico ha svolto un ruolo importante in una decisione comunque attuata dal paziente, aiuto al suicidio (art. 580).
Anche se di solito, il motivo della compassione, o della pietà, costituisce attenuante della pena, verificabile tuttavia dal consenso del paziente e, ovviamente, fatta eccezione per l’omicidio volontario in cui appunto tale consenso manca.
Ma io vi chiedo: se la malattia lede il principio fondamentale dell’autodeterminazione, non si rende necessario un aiuto per ripristinare questo diritto? Mi spiego, se sono paralizzato e non posso suicidarmi come vorrei, il mio diritto alla libera scelta di cosa fare della vita viene annullato se non ho qualcuno che me lo ripristina con la mia volontà e il suo aiuto concreto.
Non è superfluo ripetere che in questi casi, come sempre dovrebbe avvenire, il consenso dell’ammalato è fondamentale. E si basa ancora una volta sul principio di autoderminazione.
Per questo ben venga anche in Italia l’attuazione del testamento biologico. Una volontà scritta che indichi chiaramente e con consapevolezza guidata dal parere medico, la decisione da prendere nell’evenienza di una grave ed irreversibile patologia che non ci permetta di decidere nel suo manifestarsi.
Attenzione, il testamento può essere redatto anche in “negativo”, ovvero esprimere la volontà di continuare le cure ad ogni costo (fatto salvo per i casi di accanimento terapeutico).
E nel caso di un malato che non può più esprimere la propria volontà? Possiamo rintracciare sue precedenti dichiarazioni, testimonianze, ma non sempre questo è possibile. E allora spesso la decisione è lasciata all’esperienza e alla volontà del medico e dei familiari.
Perché c’è un vuoto normativo enorme, che lascia il singolo caso sulle spalle dell’improvvisazione del medico e sulla sua convinzione personale.
Vi faccio un esempio di confusione sull’onda del caso Terry Schiavo, che credo tutti ricorderete e sul quale si sono scritti enciclopedie di nulla.
Pensiamo a un paziente in coma irreversibile, quello che un tempo era chiamato paziente “sempreverde”.
L’idratazione e la nutrizione artificiale in questi soggetti in stato vegetativo permanente rappresentano un trattamento medico? La definizione è importante, perché in tal caso, persistendo ad alimentarli, potremmo cadere nell’accanimento terapeutico.
Da Ministro della Salute, il professor Veronesi aveva nominato una commissione di esperti che aveva concluso che l’idratazione e la nutrizione artificiale sono trattamenti medici, in quanto viene somministrato un nutrimento come composto chimico, che solo i medici possono prescrivere e che solo i medici o personale paramedico sono in grado di introdurre e controllare.
Ma capite che, in assenza di volontà espresse in precedenza con le cosiddette “dichiarazione anticipate”, o testamento biologico, questa scelta è sempre ardua in un vuoto normativo.
Concludo con una considerazione.
Come abbiamo visto, il bene tutelato non è quello della vita ad ogni costo. Ma il bene salute. Che, dal punto di vista medico-legale, coincide con l’integrità psico-fisica dell’individuo.
Abbiamo anche visto che, in quest’ambito, la tutela psichica della persona sta avendo sempre più importanza.
Ecco, allora vi chiedo, e mi chiedo, se un medico deve tutelare ad ogni costo non il bene vita, ma il bene salute, come può ledere ancora di più questo bene in nome di personali convinzioni?
Mi spiego meglio.
Un medico che si rifiuta di prescrivere la pillola del giorno dopo, un medico obiettore, agisce secondo la propria coscienza, è vero. E la legge lo permette.
Ma non lede in realtà il principio di autoderminazione, la libertà di scelta della donna? Non rischia di causarle un danno enorme? Fisico, psichico e sociale, non solo per una gravidanza indesiderata, ma anche per l’impotenza nell’assunzione di un anticoncezionale irraggiungibile, mentre le ore avanzano, se non trova un altro medico che vorrà prescrivere la ricetta. Perché purtroppo il problema che capita di vivere nel concreto è questo: la mancanza del medico non obiettore.
Su questo ragionamento mi spingo oltre.
Un medico di fronte ad una vita segnata dal dolore, o priva di dignità, una vita che è diventata solo un concetto astratto, si rifiuta di aiutare a morire il paziente. In modo attivo o passivo, qui non importa. Ancora, lo fa per questioni di coscienza.
Allo stesso modo, lede ulteriormente il principio di autoderminazione e l’integrità psichica, se non anche fisica, di quella persona che esprime il desiderio di morire, o che lo ha espresso in passato.
Ecco, allora, mi chiedo se questi medici, che, in nome di una vita da difendere ad ogni costo, antepongono la loro coscienza alla tutela del bene del paziente, della sua dignità, e del suo diritto di autoderminazione, non siano in realtà accusabili di negligenza. Se non si configuri una responsabilità professionale omissiva – ovvero il non fare – di fronte alla richiesta manifesta e motivata del paziente di fronte alla sua patologia.
Si tratta di un pensiero provocatorio, esposto da cittadino e non da medico, di fronte alla carenza concreta, nel quotidiano, di una tutela efficace di chi ha bisogno e chiede aiuto.
Aspetto dunque risposte da uno Stato laico, che indichi il percorso del malato, dei suoi familiari e del medico verso una tutela vera e concreta della dignità della vita. E del saper morire.
In questa attesa termino, prendendomi la responsabilità di tutta la vostra noia e degli sbadigli correlati.

foll(i)a

Foll(i)a –parte prima-*
di Giovanni Sicuranza

Devo farmi largo tra la folla
che lastrica le strade di parole immobili.

Ho fretta di giungere alla fine del viaggio ma
questa calca è rete che si tende elastica
nell’illusione del cammino e mi rimbalza.

In ogni dove sconosciuto.

Allora cerco di ricominciare ed ecco che
ancora mi rallenta ancora mi urta
e frammenta altrove.

In un crescendo di sussurri passi e risate.

Questa folla tenace
di grassi pensieri.

Affannati nella mia mente.




Foll(i)a –parte seconda-*
di Giovanni Sicuranza

Devo farmi largo tra questa folla che lastrica la strada.
Il dottor Pier Paolo Lemme è corsa frustrata di gambe su parole silenziose e sguardi di attenta insofferenza.
Con la sua borsa di finta-pelle-escoriata, in una mossa poco convinta schiva per un pelo sezionato il capo di una bambina, che ancora ondeggia di stupore e spavento mentre lui ha già circumnavigato l’angolo del palazzo in cui giace la sua visita fiscale.
L’ultima.
E poi al diavolo questa frazione di paese perduto tra abbondanza di nebbie e siccità di cartelli stradali.
Ha lasciato la macchina non ricorda nemmeno esattamente dove, inclinata tra fila di alberi spogli, ma a ritrovarla c’è tempo, l’importante è riuscire a suonare al campanello entro le ore 12.00, altrimenti dovrà ripercorrere tutti i chilometri in auto e gli affanni a piedi per le 17.00 del pomeriggio.
In fondo, anche se lo stress è vissuto sempre con frenetica novità, la storia si ripete ogni giorno da quando è stato assunto come medico fiscale dell’Azienda USL in questo territorio che non conosce. Visite da assolvere nell’orario tra le 10.00 e le 12.00, altrimenti si passa all’opzione 17.00 – 19.00.
Che, con la nebbia alleata del buio, è poco convincente.
Per questo il dottor Pier Paolo Lemme, carico di debiti e di verbali da compilare, arranca ogni mattina più che può, con un senso di angoscia crescente man mano che giungono incarichi su nomi di strade sconosciute e, spesso, isolate da centri abitati.
Per questo ora la sua bocca diventa esposizione soddisfatta di denti ingialliti quando trova il numero civico, legge il cognome sbiadito sul campanello e l’orologio da polso lo informa con grasse scritte verde fosforescente che sono le 11.56.
Allora suona, suona deciso, a lungo, con il sapore del trionfo e, mentre schiaccia il vecchio campanello con il suo dito tozzo, ascolta l’ansia che soffia lontano dal corpo in un atto unico, che ha solo un breve intervallo, quando dall’altra parte non ode voci, trilli, scatti di portone.
Nulla.
Ma la sfiga conosce bene tutti gli indirizzi che mi danno, anche quelli sperduti, e arriva sempre prima, brontola in fa diesis maggiore, in sintonia con il suono del campanello, come gli suggerisce il suo orecchio allenato in ben tre mesi tre di conservatorio, ere geologiche prima. In una pausa lunga la gravità di un tono, riflette che per questa assenza ingiustificata del lavoratore, verrà pagato meno del previsto.
Ma, tutto sommato, meglio così che dovere tornare in questa brughiera di pomeriggio, si consola, perché già gran parte della sua angoscia è diventata biodegradabile.
Tlack!, risponde il portone con un sussulto pesante.
Il dottor Pier Paolo Lemme si blocca in un’istantanea di polaroid, stupito da quel suono ormai dato per perso e invece così repentino da negargli addirittura la consolazione della tonalità. Con occhi serrati di attenzione, ancora preda dello spasmo tenace da ricerca dell’abitato, si volta verso il campanello.
Che tace.
Si chiede se non sarebbe meglio suonare di nuovo, tanto per annunciarsi, ma l’orologio lo avvisa che sono già le 11.58 e un angolo di angoscia è ancora solido nel suo petto al punto da fargli scuotere la testa e spingere il pesante portone verso l’interno.
***
Le scale sono ripide, in una penombra stanca di lampadine fulminate. Ovviamente, manca l’ascensore.
Il dottor Pier Paolo Lemme scrolla le spalle e affronta rassegnato la salita, sperando che il lavoratore si trovi al piano rialzato e sia così socievole, se non da rispondere al campanello, almeno da aprire la porta ed affacciarsi sul pianerottolo.
Così, dopo due piani di rapide e un inizio abortito di scivolata su alcuni scalini lucidati con eccesso di zelo, giunge davanti alla porta dell’interessato. Chiusa.
Attende, strusciando le scarpe di nota marca di tela su un pianerottolo in cui donna, uomo o qualunque essere addetto alle pulizie ha smarrito la propria esistenza.
- … zzo – mormora con poco riguardo per la direzione di voce, che per dispetto si infila in un angolo tra le pareti e rotola amplificato di eco in sol diesis maggiore.
Almeno così intuisce il dottor Pier Paolo Lemme, forte della sua sagacia da conservatorio.
È allora che un ricordo del tutto inaspettato bussa al suo naso e lo fa’ vacillare di schifato stupore.
Odore acre, pungente, che si infila nelle pieghe dei vestiti, nei pori della pelle, nei pertugi del respiro e lì si dilata e rimane, prepotente.
- … zzo – si rinnova l’uomo guardandosi intorno con aria sgradevolmente incuriosita. La penombra è autrice di macabri pensieri e il silenzio adagiato sul pianerottolo ne è la perfetta colonna sonora.
Quell’odore il dottor Pier Paolo Lemme lo ha sentito solo in tre occasioni nella sua vita, ogni volta con la speranza di non incontrarlo più. La prima volta durante l’esperienza in obitorio come studente di medicina legale, la successiva durante la seconda esperienza in obitorio come ripetente dell’esame di medicina legale, la terza volta come sopra, salvo promozione per sopraggiunto senso pietistico del professore.
Insomma, il dottor Pier Paolo Lemme non ha mai avuto un buon rapporto con la morte, non nella sua forma, astratta o concreta, non nel suo dovere di studio, non nel suo odore pesante.
Che ora ritrova. Con aggiunta di un bel po’ di solida angoscia.
Posso andarmene in fondo è vero qualcuno mi ha dato il tiro ma non so chi e qui non c’è nessuno non si sente suono che sia uno insomma scrivo che non ho trovato nessuno
- Sì? -
- Ahhhh!!! – esplode il dottor Pier Paolo Lemme, colto da volgare terrore, proprio quando decide di non essere troppo fiscale, tornare velocemente giù, raccontarsi di non avere trovato nessuno e cercare riparo nel territorio della propria auto.
La nonnina che si è affacciata sull’uscio gli sorride di rughe e denti sparsi.
Al dottor Pier Paolo Lemme sembra la strega cattiva delle fiabe.
***
Poi le vede gli occhi, che luccicano di bonario stupore, e si sente avvampare in viso per l’esordio isterico con cui ha assordato l’aria dell’edificio.
Rilassati rilassati rilassati
cantilena mentalmente in un adagio, mentre i muscoli facciali cercano di assumere un’espressione rilassata con contorno di bel sorriso.
La nonnina è ancora lì, affacciata all’uscio, e lo osserva con quell’aria sorpresa che è anche aperta cordialità.
- Salve, uh – inizia il dottor Pier Paolo Lemme cercando ancora di prendere il controllo della situazione – Mi chiamo, mi scusi, non mi aspettavo che, sono il medico fiscale, ma credo che -
Sì sì, fa la nonnina con la testa e intanto tace. E sorride bonaria. E non si muove.
Il dottor Pier Paolo Lemme sposta lo sguardo ancora traballante dagli occhi di lei alle rughe che colano sul viso.
Ma quanti anni ha?
- Mi scusi, ammetto di essermi un po’ spaventato, dicevo, sono il medico fiscale -
- È per l’odore, vero? –
Il dottor Pier Paolo Lemme indietreggia di un passo inconsapevole. È che, dall’alto della sua conoscenza musicale, non si aspettava proprio di sentire una voce così calda, in do bemolle avvolgente, provenire da un’anziana con il corpo da titolo di coda di un’operetta di fragile costrutto.
- Come scusi? – si arrampica poi, quando scopre anche il tema delle note pronunciate.
La nonnina continua a sorridere, apre del tutto la porta e si fa da parte.
- Ha detto di essersi spaventato – spiega – Pensavo che fosse per via dell’odore -
In effetti, a ben annusare, al dottor Pier Paolo Lemme sovviene che l’odore di morte non dimora con la stessa presenza di prima, ma, per quanto ancora presente in sottofondo, sembra diluito da un profumo intenso, che gli punge le narici.
- È limone – aggiunge la nonnina, come a leggergli nel pensiero – Ne uso tantissimo, sa. Il mio frigorifero se ne è andato proprio quando ero via per le pratiche amministrative e ha lasciato marcire tutta la carne – scrolla le spalle in un crack crack spigoloso di articolazioni - Me ne sono accorta solo ieri -
Il dottor Pier Paolo Lemme annuisce con accompagnamento di sorriso comprensivo, anche se pensa che questa nonnina, per quanto bonaria, un po’ tocca lo deve essere. Poi si ricorda di un particolare e le labbra si disegnano da mezzaluna crescente a ovoidale tremante.
- Mi scusi, sono il medico fiscale - ripete cercando di trovare la frase cruciale tra pensieri di odore di putrefazione, di limone, di fretta di tornare all’auto e concludere la giornata con un grasso ronfare nella solitudine della sua stanza.
- Sì, lo avevo capito, sono vecchia, ma non ancora rimbambita, sa – lo informa la nonnina, divertita, e si sposta da un lato per fare spazio al medico – Si accomodi pure e scusi il disordine –
A quell’invito, il dottor Pier Paolo Lemme, medico fiscale da nemmeno due mesi in una regione sconosciuta, ritrova il suo ruolo, si impettisce di cappotto, pullover e maglione di lana, sorride con distaccata professionalità e muove cinque passi contati in stile marziale.
L’ingresso ha la stessa penombra segreta del pianerottolo, solo che qui l’odore di limone è ancora più forte, tanto da prudergli il naso e da costringerlo ad una smorfia rossastra per reprimere uno starnuto. La nonnina nemmeno ci fa caso; le mani deformate dall’artrite avvinghiate alle anche sporgenti, barcolla verso una tenue luce biancastra, offrendo alla debole vista del medico le spalle inclinate da una scoliosi dorso-lombare che nemmeno l’ampia vestaglia nera sa curare.
- Mi scusi per il disordine – ripete invece.
Almeno riuscissi a vederlo, questo disordine, pensa il dottor Pier Paolo Lemme concentrato sulla luce che soffia incerta dalla stanza dove lo sta portando la nonnina.
Quando entrano in cucina, scopre perché la luce è così debole. Tendaggi viola cadono rigidi sulla finestra, impedendo la vista del mondo esterno, che comunque sarebbe una distesa di nebbia e monotonia.
Ma non è solo questo.
Il dottor Pier Paolo Lemme avverte un conato di vomito che compie un balzo verso la bocca, anche se non sufficientemente esplosivo per concretizzarsi.
Qui l’odore di morte e limone si fonde in un’acrità irrespirabile, che appesantisce l’aria e cattura la scarsa luce sopravvissuta al tendaggio radendola al suolo.
- Mi scusi, signora, dovrebbe almeno aprire la finestra – non riesce a trattenersi.
Solo allora la nonnina si gira di nuovo verso di lui e lo guarda perplessa, come se lo vedesse per la prima volta.
- Per che cosa è venuto? -
Il dottor Pier Palo Lemme è richiamato all’ordine e alla fretta del suo incarico. Per un istante la nausea passa in secondo piano cedendo il posto al dubbio che lo ha già assalito all’ingresso.
- Sono il medico fiscale -
- Sì – annuisce comprensiva la nonnina, filtrata di fioca luce che ne accentua la grinzosità del viso, la opacità dei radi capelli lunghi precipitati in ordine sparso sulle spalle, la gracilità del corpo che sembra sul punto di sfaldarsi al minimo accenno o addirittura pensiero di vento.
Un’affermazione ripetuta con pazienza, come a considerare l’interlocutore un tipo poco sveglio, e che pertanto intacca l’orgoglio del dottor Pier Palo Lemme.
Allora lui decide ancora di prendere in mano la situazione, in stagnazione da troppo tempo per i ritmi della sua angoscia.
- Devo visitare la signora Letizia Soma – pontifica e accenna a sedersi sulla scarna sedia al suo fianco.
La nonnina lo guarda senza mutare espressione, divertita, come quando sua madre lo guardava
(giudicava)
nelle sue richieste infantili.
- Mi scusi, ho altri impegni – dichiara il dottor Pier Paolo Lemme, una mano tesa sullo schienale in legno cupo, il corpo bloccato nell’intenzione di sedersi – La signora Soma è in casa? -
- Si accomodi – lo libera allora la nonnina e, allo stesso tempo, lui sprofonda nella sedia e appoggia i verbali sul tavolo traballante di incuria.
Si sente un po’ più rilassato, perché intuisce che quell’invito è in chiave di fa, da cui iniziano molti spartiti di musica e, dunque, premessa di azione. Il secondo successivo lo trascorre dunque in un sorriso cordiale, che impiega ben due secondi a spegnersi e un altro secondo a lasciare il posto ad un’espressione corrugata, quando si rende conto che invece la nonnina non aggiunge altro, nemmeno si muove, ma rimane lì, a fissarlo con quell’aria fastidiosa.
- Signora, per favore –
- Posso offrirle qualcosa? –
- Signora – geme lui.
- Un caffé? Un the? –
- Sssignora –
- Ho fatto degli ottimi biscotti, sa –
- Devo visitare subito la signora Letizia Soma! – esplode il dottor Pier Paolo Lemme in un assolo veloce di impazienza. Si trattiene dal battere le mani sul tavolo perché la nonnina ha mutato espressione e accenna lenta di capo e di rughe. Prende una sedia dal tavolo e si sistema di fronte a lui. Poi ricomincia a guardarlo negli occhi, ora con espressione seria seria, ed è così che il dottor Pier Paolo Lemme nota che quello sguardo
- Sono io Letizia Soma – sussurra la nonnina che dimostra almeno novanta anni.
quello sguardo, pensa lui, senza riuscire a capire cosa in quello lo sguardo, ora velato dalla fioca luce, lo mette a disagio. Del resto c’è un’altra notizia da comprendere con una certa urgenza.
- Mi scusi, forse si tratta di un’omonimia. Io sono -
- Il medico fiscale – annuisce lei, comprensiva – lo avevo vagamente intuito. Vuole un the con i miei biscotti? –
Il dottor Pier Paolo Lemme mette avanti le mani, nel rifiuto di quell’offerta e di quanto sta accadendo.
La nonnina gracchia di articolazioni mentre alza le spalle e gli sorride con gli occhi nei suoi.
(quello sguardo)
- Oh, non importa – aggiunge in tono di mi minore dispiaciuto - In fondo nemmeno ricordo quando li ho fatti, i miei biscotti -
- Lei è la signora Letizia Soma, abitante in via del Cammino 7? –
- Sono io –
- E – il dottor Pier Paolo Lemme si guarda intorno, tra le penombre pesanti di limone e morte – e questo posto, insomma, credo di avere seguito bene i cartelli, ma sa, sono nuovo e –
- È il paese di Fine Viaggio –
- Non ci posso credere. Un caso di omonimia, chiaro – ribadisce il dottor Pier Paolo Lemme e, razionalizzato l’arcano, fa per alzarsi.
- Sono assente per malattia da circa un mese – svela la nonnina, ancora con tono mesto, come se stesse parlando dei suoi biscotti.
Lui cade a sedere, mentre le sopracciglia si alzano incredule.
- Come? -
- Quanti anni mi da? –
- Signora, io, mi scusi, ma –
- Ne ho settanta – svela la nonnina che ne dimostra almeno novanta e ancora i suoi occhi entrano tristi nei suoi.
(lo sguardo quello sguardo)
- Si metta comodo, caro il mio medico fiscale, e riempia il verbale -
***
Il dottor Pier Paolo Lemme decide all’unisono di ignorare la situazione paradossale, lo sguardo inquietante della signora Soma, l’odore di limonata alla morte e di finire in fretta il suo lavoro.
Questa mattina si è conclusa proprio male, ma almeno nel pomeriggio riuscirà a dormire e alla nuova angoscia del turno di domani ci penserà al risveglio.
Estrae il verbale e si ferma.
É così sconvolto da avere dimenticato i fondamentali?
Solleva gli occhi verso la signora Soma
(quello sguardo)
e le sorride formale.
- Mi occorre un suo documento di identità –
Lei annuisce e, senza una parola, indica un foglio piegato in due che biancheggia un angolo buio del tavolo.
Il dottor Pier Paolo Lemme allunga una mano perplessa, chiedendosi che tipo di documento possa essere quello. Esita, fa per domandarlo alla signora Soma, poi cambia idea e prende il foglio.
Forse ha perso la carta di identità e questa è una fotocopia, ipotizza mentre distende la carta in uno sconosciuto fruscio senza tonalità. Quindi legge veloce, sussulta, rilegge, più piano, risussulta, chiude ed apre gli occhi, ma la scritta è ancora lì, in un nero formale e deciso.
Le sue mani appassiscono e il foglio si adagia sul tavolo.
La nonnina lo sta guardando e quello sguardo
(quello sguardo)
- Che-che-che scherzo è mai questo – si trascinano le parole del dottor Pier Paolo Lemme.
La nonnina scuote la testa, piano, prima da una parte, poi dall’altra, in un adagio malinconico di pianoforte.
E finalmente il dottor Pier Paolo Lemme riconosce quello sguardo e scopre la ragione dell’odore che gli intasa naso e pori.
Vorrebbe alzarsi, scappare, annullare tutto, ma la situazione è troppo assurda perché non possa far altro che capire fino in fondo. E magari pisciarsi un po’ sotto.
- Sono morta tre giorni fa – lo accontenta in tutto la nonnina – Quel certificato di morte dice il vero – i suoi occhi lo catturano velati, non di grave cataratta, ma di trasformazione mortale - Mi dispiace, ho lavorato tanto nella mia vita. Ho dato tutta me stessa, anche di notte, a volte persino nei giorni festivi. Ho vissuto per il lavoro, lo sanno tutti qui intorno, perché non ho avuto nemmeno il tempo di una famiglia –
Il tono della nonnina è così triste che il dottor Pier Paolo Lemme si sorprende nell’intenzione di mormorarle il suo dispiacere. Ma è troppo catturato da quelle lente parole per aggiungere o muovere un che.
E comunque ha capito di cosa si tratta in verità e, rassicurato, fondamentalmente si chiede quando finirà l’incubo, perché, ormai è ovvio, si trova nel letto pomeridiano della sua stanza, dopo uno stress da lavoro.
- Sa, in questa società si pretende sempre più impegno, e più fai bene, più si chiede. Se produci sei qualcuno, e più produci più sei. I tipi al governo hanno sempre innalzato l’età della pensione, no? – chiede senza illuminare di domanda i suoi occhi spenti.
Sì sì, fa il dottor Pier Palo Lemme con gesto distratto della testa.
- Sono sempre andata avanti, anche quando potevo già mettermi in pensione, perché era nel lavoro che riempivo la mia vita vuota. Era nel lavoro che trovavo la mia identità – pausa di ricordi e attese pesanti – Capisce? -
No no, fa il dottor Pier Paolo Lemme con gesto lontano della testa.
- Tre mesi fa ho scoperto di essere gravemente ammalata, ma, pensi, per il lavoro ho anche trascurato le cure, mai nemmeno un giorno di malattia, ci crede? -
- Non so, sono nuovo – si ascolta rispondere il dottor Pier Paolo Lemme e subito si sente un cretino, per quanto un cretino da incubo.
- Insomma, quando sono morta e mi sono trovata ancora più priva di identità, senza dignità di lacrime di familiari o di amici, ho capito che il mio essere doveva continuare a completarsi nel lavoro. Lo so che è una situazione insolita, d’altra parte è per questo che ho deciso di tornare gradualmente, senza sforzare troppo il mio corpo –
- Così ha approfittato del fatto che nessuno aveva ancora dato avviso del suo decesso – si illumina il dottor Pier Paolo Lemme, mentre sente cigolare di sinistro rumore i suoi neuroni - Si è messa in malattia e l’azienda ci ha contatti per un controllo –
- Già – ammette il cadavere seduto di fronte a lui.
- E secondo lei che prognosi dovrei darle? Un’eternità a partire da tre giorni fa? – sorride secco il dottor Pier Paolo Lemme e si alza di scatto dalla sedia.
Il cadavere della nonnina ha un sussulto di stupore. Per il resto, nulla cambia intorno a lui.
– Ora basta! Se l’incubo non vuole ancora finire, almeno esco da questa tomba!
Raccoglie con gesti rapidi il sogno del verbale e lo appallottola più e più volte, fino ad esaurire tutte le note principali.
- Io non sarei così precipitoso – mormora la nonnina con gorgoglio di putrefazione in re maggiore.
Il dottor Pier Paolo Lemme la accoltella con sguardo feroce.
- Ah, ecco la parte classica dell’incubo! Il cadavere che minaccia! Mi sembrava tutto troppo moderno -
No, dice il cadavere muovendo la testa in un lungo scricchiolio di vertebre cervicali.
- No? – ripete il dottor Pier Paolo Lemme con rinculo di stupore.
- Nessun incubo, mi dispiace – svela la nonnina cadavere, fu signora Letizia Soma – Non sta sognando -
- Davvero? – provoca il dottore con il tono sicuro che gli ha dato la laurea medicina e chirurgia; tralasciando il voto scarso e tre o quattro esami comprati, tra cui, per l’appunto, quello di medicina legale.
- La domanda giusta, mio egregio medico fiscale, è – occhi velati che si dilatano in quelli del dottor Pier Paolo Lemme – perché lei riesce a vedermi e a parlarmi? –
- Perché lei è un cadavere esaurito che crede di esistere ancora solo in base al lavoro ed io sono in un incubo da stress! Comunque per forza che la ditta ha richiesto una visita fiscale, si è insospettita perché non si era mai assentata prima! – urla fino in fondo il dottor Pier Paolo Lemme, prima di rendersi conto del significato della sua risposta.
Allora scuote velocemente la testa, come a scacciare tutto, visione e parole, e arranca deciso verso la porta principale, incurante della penombra e del timore che, nonostante sia tutto un incubo, il cadavere lo segua per agguantarlo alle spalle.
Invece non succede nulla di tutto questo.
Il dottor Pier Paolo Lemme riesce a raggiungere l’uscita, a spalancare la porta e a saltare di corsa i gradini dell’edificio senza nemmeno il fremito di una scivolata.
Quando apre il portone ed esce sulla via, nebbiosa, ma fresca e vitale, inspira a fondo, soddisfatto.
D’accordo, non si è ancora svegliato, ma il peggio del sogno se lo è lasciato alle spalle senza problemi.
O forse, chissà, forse invece è già sveglio dopo essersi addormentato nell’ingresso dell’edificio. Che vergogna, come un drogato, un barbone, ma che importa, in fondo meglio così, ora tutto è finito.
Così, fischiettando un motivo allegro di diesis e bemolli sparsi, si incammina alla ricerca dell’auto.
***
Nel percorso di esitazioni disperse alla scoperta del parcheggio, soffiato negli occhi da nebbia ed aria pungente, il dottor Pier Paolo Lemme si convince sempre più di essere uscito da un sogno.
Stressato dai ritmi di lavoro, stanco di ricerche tra abitazioni sparse in lande sospese nel clima pennellato di grigio, è arrivato al portone del suo ultimo incarico; qui ha suonato al campanello, nessuno ha risposto, lui è entrato nell’androne di penombre e umidità e, semplicemente, è stato aggredito da un colpo di sonno con incubo incorporato.
Poco professionale, vero, ma sempre meglio del dialogo surreale con la nonnina.
Prima ondeggiando, poi appoggiando in stile libero i passi al suolo e quindi, riconosciuta la via in cui ha parcheggiato l’auto, procedendo con ritmo marziale, si impossessa della realtà che lo circonda.
Certo, la nebbia è calata ancora di più, in dissolvenze di volti, segnaletiche, muri, ma lui ha un segnale familiare per conoscersi nel mondo. L’angoscia è tornata, con sussurri insistenti ad andare veloce verso casa per riposare, perché domani inizia un nuovo turno, con altri incarichi su indirizzi sconosciuti, da cercare in fretta, in fretta-in fretta, prima della scadenza senza appello delle ore 12.00.
Il dottor Pier Paolo Lemme morde le labbra con denti consumati da nervosismo e la strada con passi affilati di tensione.
Sa bene che l’incubo vissuto è stato provocato dall’angoscia con cui affronta il nuovo lavoro di medico fiscale. Ed è per questo che l’ansia aumenta.
Idiota, si sussurra in mi bemolle solitario.
Muoviti, gli risponde una cacofonia montante di angoscia.
E lui si ferma.
Di botto, nemmeno avesse azionato contemporaneamente freni a disco e a mano, ancore varie e zavorre assortite.
I piedi si serrano tenaci sul terreno, mentre il resto del corpo è ancora sbilanciato nella corsa, e per una sezione di pelo non crolla sopra una bambina dall’aria vagamente familiare, che si scosta con stupore intimorito su occhi e bocca.
Ma non è questo a preoccuparlo.
La scena velata da una nebbia ancora più tenace è quella della sua auto schiacciata contro un grosso albero, con il muso accartocciato come solo nei cartoni animati pensava potesse accadere.
Ma che cazzo
intona il dottor Pier Paolo Lemme su ricordi sbiaditi di illustre e formale conservatorio.
Per un istante, un solo istante, sente la rabbia montargli sulle spalle ed incitarlo ad urlare, a correre verso quel disastro alla ricerca assassina del colpevole. Tra la piccola folla radunata intorno al cadavere della sua auto forse si trova ancora il bastardo.
Ma senza auto non posso lavorare!
realizza in un andante con brio di disperazione.
E lo spirito santo dell’angoscia cala sul capo e lo blocca ancora al suolo.
Socchiude le palpebre per focalizzare meglio la scena tra il sipario di nebbia e nota i finestrini in frantumi, le portiere disarticolate e
Il dottor Pier Paolo Lemme diventa improvviso assolo di battito cardiaco in crescendo.
Solitario. Assoluto.
- Andiamo via. Qui non c’è niente di bello da vedere -
Solo ora si accorge della voce della donna al suo fianco, anche se gli giunge da secoli di lontananza. In un angolo dell’occhio la scorge reggere per mano una bambina, la stessa che ha spaventato poco prima.
- Ho paura, mamma – pigola la piccola - Ho sentito il fantasma -
- Ma cosa dici, tesoro? -
- Sì, ho sentito un soffio ora, qui, accanto a me. E anche prima, quando c’è stato l’incidente, ho sentito lo stesso soffio che mi sfiorava -
Il dottor Pier Paolo Lemme registra le parole in recessi distratti del suo essere. Lo sguardo è spalancato, sbarrato, esploso sulla figura umana con il cranio fracassato che sporge dal parabrezza.
La bocca si socchiude ad intermittenze frenetiche di “ma ma ma ma” senza più respirare aria, mentre osserva il proprio cadavere.
- Vieni via, amore. Devi correre a scuola e la mamma fa tardi al lavoro. Veloci, dai, siamo in ritardo – la donna e la bambina sfumano, lasciando al fu dottor Pier Paolo Lemme, novello medico fiscale ligio al dovere ed esperto orgoglioso di musica da conservatorio, un’ultima nota di commiato.
- E dimentica questa storia di fantasmi, amore. Lo sai che non esistono -
Fine dello spartito.


racconto inserito nell'antologia "Città di Solitudine"